Giusi Bonavina, una vita da manager degli ospedali: «Io, la sanità e i miei 2.500 Babbo Natale»
La 68enne ha visto nascere lo Iov che è stato il suo ultimo incarico pubblico. Ora dirige il Giovanni XIII di Monastier. La pandemia all’Istituto Oncologico: «Mi sentivo Zoff, dovevo parare il Covid»
lunedì 8 dicembre 2025di Edoardo Pittalis

Tutti gli anni, in questo periodo, la dottoressa Giusi Bonavina si spoglia del camice di medico e mette in fila i suoi Babbi Natale. Ha una grande collezione, 2500 Babbo Natale di ogni misura e materiale, arrivati da tutte le parti del mondo. Li spolvera, espone in vetrina i pezzi forti, ma il preferito lo tiene sempre sul comodino: è un Babbo in ceramica nato per la pubblicità di una fabbrica torinese di cioccolatini, datato 1957, l’anno della sua nascita. «È una passione che nasce da ragazzina, forse la volontà di continuare a credere in Babbo Natale». Maria Giuseppina Bonavina, detta Giusi, 68 anni, nata a Palmi in Calabria è anche la signora della Sanità veneta. È stata nella Sovrintendenza sanitaria a Padova, direttore generale della sanità a Verona, Vicenza e Padova. Soprattutto, è stata al vertice dell’Istituto Oncologico Veneto, dove ha lavorato dalla fondazione. Un ruolo, quello a capo dello Iov, per il quale ha conseguito la votazione più alta (94,57 punti) delle “pagelle” dei direttori generali della sanità regionale per il 2024. Dopo quasi quarant’anni nella sanità pubblica ha lasciato ed è passata a dirigere il presidio ospedaliero Giovanni XIII di Monastier: «Diciamo che non sono prestata al mestiere». Vedova di un medico, madre di tre figli uno dei quali è gastroenterologo a Milano, è nonna di quattro nipoti. Nel Veneto è arrivata da liceale, dopo aver seguito per mezza Italia il padre che era direttore dell’Inam, la cassa mutua degli italiani nel dopoguerra, quella che ha garantito l’assistenza sanitaria sino alla riforma Anselmi.
Dove è cresciuta?
«In un paesino della Romagna, Morciano. Ma sono nata a Palmi, il paese della nonna, e mamma andava sempre a casa sua in Calabria a partorire. Papà Giuseppe era direttore provinciale dell’Inam, mamma Rosetta era insegnante. Ero la più grande di tre sorelle e un fratello. A Morciano ho avuto un’infanzia splendida – da Carosello, che era il nostro programma preferito – ho fatto dall’asilo alle medie e ho mantenuto i contatti con i miei amici d’infanzia. Era un paese di 5000 abitanti, i miei ricordi sono collegati al patronato, alle gite in bicicletta. Nevicava sempre e tanto, anche se il mare era vicino, Cattolica è a dieci minuti. Morciano per me è neve. Molto vicino a San Marino, sulle colline ho visto nascere San Patrignano. Una parentesi in Maremma e nel 1969 l’arrivo in Veneto, ho fatto il liceo a Verona. L’ufficio di mio padre era in via Valverde, nel 2007 quando sono arrivata per fare il direttore generale ho avuto l’ufficio che era stato di mio papà!».
Ha sempre saputo che avrebbe fatto il medico?
«Sì, e anche coll’indirizzo che ho preso. Ero infatuata di mio papà che era avvocato, riconoscevo in lui dei meriti che secondo me potevo applicare anche come medico. Arrivo a Padova e mi iscrivo a Medicina. Sono entrata interna del professor Crepaldi, allora l’ambito era quello delle malattie del ricambio. Ho iniziato a fare guardia a “Villa Maria” a Padova, si faceva tutto. Il tempo per capire che la mia strada era legata alla parte organizzativa. Poi ho incontrato il professor Diana che è stato il mio maestro e mi ha indirizzata alla scuola di specializzazione di Igiene e Medicina preventiva e nell’87 sono entrata di ruolo come assistente in Sovrintendenza sanitaria che era la struttura di vertice a Padova. Ero la prima donna che entrava in un ambiente prettamente maschile».
Come sono stati gli inizi?
«Avevo la specializzazione in otorino e quella in igiene e medicina preventiva, cercavo di farmi una competenza in materia organizzativa di Sanità. A Padova divento direttore medico dell’ospedale geriatrico, segue anche il Sant’Antonio e m’imbatto nella prima fase difficile: c’era da decidere la chiusura di un ospedale la cui messa a norma non sarebbe valsa la candela. Avevo suggerito il trasferimento in un altro ospedale di tutta la geriatria: alla chiusura erano 150 posti letto aboliti dalla sera alla mattina. Si rischiava di trasferire nelle case di riposo le lungodegenze degli ospedali senza avere un personale preparato per quel tipo di pazienti. Padova aveva una tradizione di geriatria, disgregando le tradizioni si sarebbero perse. Per protesta mi dimetto e vado per due anni a fare il direttore sanitario della Casa di cura di Abano Terme. Nel 2005 vengo richiamata dal pubblico per aprire a Padova l’Istituto Oncologico Veneto come direttore sanitario. A Padova c’erano una cultura della ricerca, i laboratori universitari del professor Checco Bianchi, le ricerche sull’Hiv. Ogni giorno varcano la soglia dello Iov tra Padova e Castelfranco 1700 persone che fanno radio e chemio e altre prestazioni. Ha sicuramente contribuito a costruire una sanità di prossimità: non era più il paziente che vagava. Mi incatenerei se qualcuno facesse qualcosa contro lo Iov».
E nel mezzo cosa ha fatto?
«C’è nel mezzo il Covid che ha preso tutti alla sprovvista, ma ha rafforzato il sentimento di relazione tra il personale dello Iov, che non era deputato all’emergenza. Mi sentivo come Zoff: dovevo parare il Covid che non entrasse, erano tutti immunodepressi, fragilissimi, a rischio altissimo. Qualsiasi infezione, a partire dall’influenza, in un paziente oncologico può fare danni irreversibili».
Qual è la situazione della sanità oggi?
«Credo che, aldilà di tutte le evoluzioni, sia in linea col mondo che stiamo vivendo: soffre di sostenibilità anche economica. Forse sono cambiate le esigenze dei cittadini: meno salute e più benessere in un momento in cui c’è difficoltà per molti ad arrivare a fine mese e questo acuisce i problemi. I politici dovrebbero studiare queste cose, dovrebbero essere consapevoli. È passato a lungo il messaggio che era tutto gratis e si faceva di tutto e di più, anche inutile. Oggi non si può. È anche cambiata la credibilità del medico, cambiato il sistema di vita. La situazione, e posso dirlo per averla conosciuta in decenni, forse non è eccellente, ma è sicuramente buona e mantiene qualità. È in continuo miglioramento, che si veda o non si veda. La sanità non va in deroga, è una fetta della nostra vita».
La cosa più difficile?
«Ho sempre combattuto con me stessa, col mio carattere, sono io la persona con la quale ho combattuto di più. La vita mi ha messo di fronte a casi complessi, in poco tempo ho perso i genitori e mia sorella più piccola: è caduta a terra mentre lavorava, un aneurisma cerebrale. Pochi anni dopo ho perso mio marito ed è stato l’apice del combattimento. Si fa fatica a riprendere il percorso. Mi sono anche occupata dei prelievi d’organo dal 1990 in poi, ho affrontato casi drammatici di ragazzini usciti di casa e tornati morti. Mi sono sempre immedesimata in quelli che avevo davanti».
Un po’ Zoff un po’ Babbo Natale?
«Sono una collezionista da tanti anni, ne ho 2500, ho la casa piena di vetrine di Babbo Natale, molti pezzi più rari. Ne ho in ceramica, in porcellana, alcuni pezzi importanti in legno, ne ho di russi, altri dipinti a mano, anche se poi i Babbo Natale oggi li fanno in Cina. Anche uno fatto da una maestra di Lecce in carta, sembra pesantissimo ed è leggerissimo. Ne avevo qualcuno da ragazzina, mio marito un anno mi ha regalato un bellissimo Babbo Natale e da lì non mi sono più fermata».
Dicono che sia un Babbo Natale motorizzato, niente slitta?
«Mi è sempre piaciuta la moto, se dovevo scegliere tra un’auto e una moto non avevo dubbi. Andavo in moto da Padova a Tropea, ora che non c’è più mio papà posso raccontarlo, mi avrebbe menato se lo avesse saputo. Avevo un carissimo amico con una Suzuki 380, io avevo una Guzzi 500, girato l’angolo di casa ci scambiavamo le moto. Perché non portarci anche Babbo Natale?».
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