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Leone XIV con le spalle al muro dovrà prendere una decisione veloce sulla messa in latino e la Fraternità San Pio X
La Fraternità San Pio X (SSPX) ha aperto le ostilità ieri affermando di aver atteso troppo e di dovere procedere con alcune consacrazioni di nuovi vescovi il 1 luglio

Una decisione Papa Leone la dovrà prendere (e velocemente) se non vuole che la grana dei tradizionalisti gli esploda tra le mani dopo gli anni di (inutile) repressione da parte di Papa Francesco che, ascoltando una corrente di ultra progressisti in materia liturgica, ha azzerato tutto il percorso che era stato fatto da Benedetto XVI per normalizzare lo scisma lefebvriano che andava ananti dagli anni Ottanta. Una spaccatura anacronistica, considerando il forte bisogno dei cristiani di mostrarsi uniti e fratelli davanti ad un mondo sbrindellato dalle guerre.
La Fraternità San Pio X (SSPX) ha aperto le ostilità ieri affermando di aver atteso troppo e di dovere procedere con alcune consacrazioni di nuovi vescovi il 1 luglio (naturalmente senza il benestare della Santa Sede).
Questo per salvaguardare – hanno spiegato – il futuro della società. Il reverendo Davide Pagliarani, il superiore generale della SSPX, ha pure detto di aver scritto a Leone XIV spiegandogli le loro necessità e lo stato di disagio in cui si trovano, «per garantire la continuazione del ministero dei suoi vescovi che hanno viaggiato per il mondo da quasi 40 anni rispondendo ai molti fedeli attaccati alla tradizione della Chiesa». Quindi anche alla celebrazione della messa in latino secondo il vetus ordo. In Vaticano le richieste hanno fatto venire il mal di pancia a diversi cardinali che sotto il pontificato bergogliano hanno brigato per inasprire la situazione con divieti, misure drastiche, proibizioni. La SSPX ha pure aggiunto di aver ricevuto persino una risposta dal Vaticano: «non risponde in alcun modo alle nostre richieste».
Ieri però, con l’annuncio choc di voler procedere alle consacrazioni episcopali senza autorizzazione (e quindi non in comunione con il Papa), un po’ come fece a suo tempo Lefebvre e come hanno fatto diverse volte i cinesi, qualcosa nel Palazzo Apostolico si è smosso tanto che il portavoce del Vaticano, Matteo Bruni ha fatto sapere a tambur battente che si sono finalmente avviati dei negoziati. Alcuni cardinali pontieri si sono messi all’opera. «I contatti tra la Società di San Pio X e la Santa Sede continuano, con l’obiettivo di evitare spaccature o soluzioni unilaterali ai problemi che sono sorti», ha detto in una dichiarazione.
I tradizionalisti sono conosciuti per voler difendere la tradizionale messa in latino, con il sacerdote rivolto verso l’altare, con le spalle alla assemblea. Cosa che è stata modificata definitivamente con il Concilio Vaticano II che ha permesso di celebrare la messa in volgare, con il sacerdote rivolto verso i fedeli e incoraggiando una partecipazione più attiva da parte della gente. Difficile dire come andrà a finire questa partita che si combatte anche a suon di diritto canonico e che vede contrapposte due fazioni, da una parte i novatori e dall’altra i rigoristi della tradizione. In mezzo ora si trova Leone XIV praticamente con le spalle al muro.
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di Elisabetta Moro
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Una decisione Papa Leone la dovrà prendere (e velocemente) se non vuole che la grana dei tradizionalisti gli esploda tra le mani dopo gli anni di (inutile) repressione da parte di Papa Francesco che, ascoltando una corrente di ultra progressisti in materia liturgica, ha azzerato tutto il percorso che era stato fatto da Benedetto XVI per normalizzare lo scisma lefebvriano che andava ananti dagli anni Ottanta. Una spaccatura anacronistica, considerando il forte bisogno dei cristiani di mostrarsi uniti e fratelli davanti ad un mondo sbrindellato dalle guerre.
La Fraternità San Pio X (SSPX) ha aperto le ostilità ieri affermando di aver atteso troppo e di dovere procedere con alcune consacrazioni di nuovi vescovi il 1 luglio (naturalmente senza il benestare della Santa Sede).
Questo per salvaguardare – hanno spiegato – il futuro della società. Il reverendo Davide Pagliarani, il superiore generale della SSPX, ha pure detto di aver scritto a Leone XIV spiegandogli le loro necessità e lo stato di disagio in cui si trovano, «per garantire la continuazione del ministero dei suoi vescovi che hanno viaggiato per il mondo da quasi 40 anni rispondendo ai molti fedeli attaccati alla tradizione della Chiesa». Quindi anche alla celebrazione della messa in latino secondo il vetus ordo. In Vaticano le richieste hanno fatto venire il mal di pancia a diversi cardinali che sotto il pontificato bergogliano hanno brigato per inasprire la situazione con divieti, misure drastiche, proibizioni. La SSPX ha pure aggiunto di aver ricevuto persino una risposta dal Vaticano: «non risponde in alcun modo alle nostre richieste».
Ieri però, con l’annuncio choc di voler procedere alle consacrazioni episcopali senza autorizzazione (e quindi non in comunione con il Papa), un po’ come fece a suo tempo Lefebvre e come hanno fatto diverse volte i cinesi, qualcosa nel Palazzo Apostolico si è smosso tanto che il portavoce del Vaticano, Matteo Bruni ha fatto sapere a tambur battente che si sono finalmente avviati dei negoziati. Alcuni cardinali pontieri si sono messi all’opera. «I contatti tra la Società di San Pio X e la Santa Sede continuano, con l’obiettivo di evitare spaccature o soluzioni unilaterali ai problemi che sono sorti», ha detto in una dichiarazione.
I tradizionalisti sono conosciuti per voler difendere la tradizionale messa in latino, con il sacerdote rivolto verso l’altare, con le spalle alla assemblea. Cosa che è stata modificata definitivamente con il Concilio Vaticano II che ha permesso di celebrare la messa in volgare, con il sacerdote rivolto verso i fedeli e incoraggiando una partecipazione più attiva da parte della gente. Difficile dire come andrà a finire questa partita che si combatte anche a suon di diritto canonico e che vede contrapposte due fazioni, da una parte i novatori e dall’altra i rigoristi della tradizione. In mezzo ora si trova Leone XIV praticamente con le spalle al muro.
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