Rolly è stato trovato legato a un palo in una strada di Genova. Era il 1° gennaio, solo e spaesato mentre il resto del mondo dormiva dopo i festeggiamenti di Capodanno. Un cane abbandonato dal suo proprietario, poi individuato e denunciato grazie alla lettura del microchip. Ma come lui, nelle prime settimane di inizio gennaio, sono tante le storie simili: una cagnolina lasciata con la copertina legata a un cestino dei rifiuti a San Severo (Foggia), due gatti e un cucciolo di cane abbandonati da una donna nella stanza di un B&B nel centro storico a Reggio Calabria, cinque cuccioli di cane lasciati in una gabbia al gelo lungo la Statale del Brennero in Trentino. Gesti che sono il simbolo di una piaga che non accenna a scomparire: migliaia di animali domestici vengono ogni anno rifiutati, abbandonati o “legalmente” lasciati (rinunce di proprietà) ai rifugi dove spesso trascorrono il resto della loro vita in un box.

Italia Paese che ama e abbandona gli animali
Secondo il “Rapporto Italia 2025” di Eurispes, il 40,5 per cento degli italiani dichiara di avere almeno un animale domestico in casa, in valori assoluti si parla di 9 milioni di cani e quasi 12 milioni di gatti.
Nonostante una sensibilità crescente che vede quasi nove italiani su dieci considerare l’animale componente delle famiglie, l’abbandono continua a essere un grave fenomeno sociale. Si stimano tra i 50.000 e gli 80.000 abbandoni all’anno solo di cani e gatti, ma i numeri potrebbero essere anche molto più elevati visto che il Ministero della Salute non aggiorna i suoi dati, almeno sul sito ufficiale, dal 2022.
Ma ci sono elementi che raccontano di una tendenza sempre in costante crescita e destagionalizzato: nell’ultima settimana di novembre e nei primi giorni di dicembre, i rifugi dell’Ente Nazionale Protezione Animali (Enpa) hanno registrato un aumento degli ingressi legati esclusivamente a cessioni provenienti da cittadini che si sono rivolti direttamente all’associazione. Tra la fine di novembre e i giorni che precedono l’Immacolata, si è passati da una media di tre cessioni a settimana dello scorso anno a tre cessioni al giorno di quest’anno.
“E se speriamo che la nostra campagna contro gli animali come regali di Natale abbia avuto efficacia, ci aspettiamo che a Pasqua torni a esserci un picco di cessioni – spiega Giusy D’Angelo, vicepresidente Enpa – . È brutto dirlo, ma fin quando fa freddo il quattrozampe è piacevole perché tiene caldo, fa compagnia in casa, è un passatempo. Ma quando torna il bel tempo diventa un problema da gestire e in molti preferiscono liberarsene”.

La difficoltà economica
La crisi economica sembra aver impattato sul rapporto tra gli italiani e gli animali: sempre secondo il rapporto Eurispes 2025, a causa delle difficoltà economiche, il 23% dei rispondenti ha dichiarato di aver rinunciato a prendere altri animali, e quasi uno su 10 (il 9,7%) ha dichiarato di aver dovuto dare via il proprio animale domestico. Un elemento che ritroviamo anche in altri Paesi (come Regno Unito e Francia).
Nel 2025 mantenere un animale domestico è diventato sensibilmente più costoso. Secondo un’indagine commissionata da Facile.it, la spesa media annua ha raggiunto i 1.263 euro per un cane e i 767 euro per un gatto, con un aumento di circa 149 euro rispetto all’anno precedente. L’incremento dei costi è legato soprattutto alle spese veterinarie, che per 4,1 milioni di proprietari hanno superato i 500 euro a causa di interventi imprevisti. Solo il 22% dei proprietari ha però attivato un’assicurazione per il proprio animale, riuscendo così a ottenere rimborsi totali o parziali.

Per i cani la spesa principale resta il cibo, seguita da pet sitter e cure veterinarie, mentre per i gatti, dopo l’alimentazione, pesano soprattutto veterinario e acquisto di lettiere. Nel corso del 2025 i rincari più rilevanti hanno riguardato proprio i controlli veterinari, aumentati più del cibo e delle assicurazioni. Questo aumento generalizzato ha spinto molti proprietari a modificare le proprie abitudini, cercando sconti o acquistando formati scorta. Preoccupa però il fatto che quasi 4 milioni di italiani abbiano scelto di rimandare visite ed esami diagnostici per ragioni economiche, con possibili conseguenze sulla salute degli animali.
Da tempo le associazioni chiedono la riduzione dell’Iva, il diritto alla salute con servizi veterinari comunali che siano in grado di garantire e supportare i cittadini come succede in umana. Così come la possibilità di creare un “banco del farmaco” che permetta di raccogliere medicinali ancora utilizzabili per altri animali.

Il vero problema: la consapevolezza
In realtà le difficoltà economiche è solo una delle componenti alla base dell’abbandono: “In base ai nostri dati solo il 5% dei proprietari rinuncia al suo animale per difficoltà economiche – spiega D’Angelo – . anche perché come Enpa spesso cerchiamo di supportare chi si trova in queste situazioni. Un 5% che è un dato alto, ma il vero problema sta più in una società fragile, basata sull’apparenza e che, di fronte a delle difficoltà, non è in grado di stare accanto al proprio animale. Decidere di prendersi un animale vuol dire essere pronti a cambiare la propria vita”.

Il vero problema è dunque la scelta consapevole, il riconoscere all’animale la sua natura di essere senziente e non di oggetto: “Mi è capitato un caso di cuccioli dall’Est in cui una signora in clinica mi ha detto che se io curavo il cucciolo lei non avrebbe ricevuto indietro i soldi, per lei sarebbe stato ‘meglio morto’ – racconta D’Angelo – . È una questione culturale, è capire che il cane o gatto ha i suoi diritti come le persone. E comportamenti contrari a questo rientrano nelle devianze della società attuale”.
Una consapevolezza che deve comprendere non solo la sofferenza dell’animale spesso destinato a rimanere dentro un box a vita (mediamente ogni tre abbandoni, un solo animale viene adottato), ma anche il costo sociale che i rifugi pubblici hanno sulle tasche di tutti così come sull’operato delle associazioni che non ricevono fondi ministeriali.