La caccia causa ogni anno morti e feriti, talvolta non cacciatori che si sono trovati casualmente sulla linea di tiro. Nella stagione venatoria appena conclusa, durante le battute si sono registrati, secondo i dati dell’Associazione vittime della caccia (Avc), 11 morti e 31 feriti. Tra questi, un morto e nove feriti non cacciatori.
Considerando anche gli incidenti in ambito extra-venatorio, cioè i morti e i feriti da armi da caccia in contesti diversi, si contano un morto non cacciatore e tre feriti, di cui due non cacciatori.
Nel complesso, tra lo scorso settembre e il 31 gennaio l’Avc ha contato 46 persone coinvolte in incidenti con armi da caccia, di cui 12 morti e 34 feriti.
“Allarmante è il rapporto tra le vittime cacciatori e le persone estranee alla caccia”, commenta l’associazione in una nota. “Dai grafici relativi alla stagione 2025/2026, così come in passato, emerge chiaramente una sproporzione grave: a fronte di 33 cacciatori vittime di sé stessi, tra morti e feriti si registrano 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria”.
Secondo le tabelle diffuse, le Regioni con più vittime sono il Piemonte e la Sicilia (7), la Toscana (6), la Sardegna (5) e la Calabria (4).
L’Avc evidenzia però che il numero delle licenze di caccia è in costante diminuzione. “Si tratta di una tendenza ormai consolidata. Basti pensare che negli anni Ottanta e Novanta si superava ampiamente il milione e mezzo di cacciatori. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno (aggiornamento 2024) e altre fonti istituzionali, in Italia risultano circa 588 mila licenze di caccia valide. Questo numero però non corrisponde necessariamente ai cacciatori ‘attivi’, cioè a coloro che si iscrivono agli Ambiti territoriali di caccia e rinnovano annualmente il tesserino venatorio, ma rappresenta l’indicatore ufficiale delle licenze in essere”.
Le associazioni: “Stop a bracconaggio, deroghe e ddl di riforma della caccia”
“Si è chiusa sabato la stagione di caccia 2025/2026 con il solito bollettino di guerra”, commenta Michela Vittoria Brambilla, presidente della Leidaa. “Alle vittime umane vanno aggiunti milioni di animali brutalmente uccisi e il danno incalcolabile arrecato al nostro patrimonio naturalistico, che dal 2022 è formalmente tutelato anche dalla Costituzione nell’interesse delle future generazioni. La caccia è una pratica barbara e desueta, per fortuna già in declino, che dev’essere solo fermata. Oltre ai cacciatori ‘legali’ vi sono poi i bracconieri, sempre in febbrile attività, incoraggiati dagli attacchi ai limiti previsti dalla legge sulla caccia del 1992 e dal declassamento di una specie iconica come il lupo da ‘particolarmente protetta’ a ‘protetta’. La stragrande maggioranza degli italiani osteggia la caccia. Nei palazzi della politica è tempo di prendere nota”.
Secondo l’Enpa, il 31 gennaio segna formalmente la fine della stagione venatoria, ma in realtà gli spari e le uccisioni di animali selvatici non diminuiscono. L’associazione sostiene che la caccia continua de facto anche oltre questo termine e definisce l’attività venatoria come una sorta di “guerra” contro la fauna selvatica.
“Mentre esplode il bracconaggio, con continui ricoveri di individui impallinati nei Centri recupero animali selvatici, e mentre cacciatori e allevatori non virtuosi lanciano campagne contro il lupo, con allarmismi ingiustificabili, le Regioni hanno tentato persino di riaprire la caccia in deroga al fringuello, che pesa meno di una cartuccia”, dichiara l’associazione. “L’emergenza del bracconaggio è altissima: nessuna istituzione parla degli oltre 350 lupi che ogni anno ne sono vittime. E nessuna cita le procedure di infrazione aperte per la caccia dall’UE nei confronti del nostro Paese”.
La Lav parla di “deriva filovenatoria antiscientifica e antidemocratica che non tiene conto del parere della stragrande maggioranza dei cittadini che da sempre chiedono l’abolizione della caccia. Se venisse approvato dal Parlamento il disegno di legge n. 1552 del 2025, la caccia verrebbe liberalizzata a discapito di milioni di animali barbaramente trucidati e della prosperità dell’ambiente naturale del nostro Paese”.
La Lipu chiede il ritiro del ddl per “archiviare in modo definitivo la lunga stagione della caccia selvaggia. Il peggiorare della crisi climatica, la grave situazione di degrado degli habitat naturali e di perdita di biodiversità nonché la drammatica situazione internazionale, tra guerre, conflitti e alta tensione, rendono davvero insostenibile l’idea di ampliare le maglie della caccia anziché restringerle con decisione, dando finalmente spazio ad azioni di tutela, protezione della natura ed educazione alla pace e alla convivenza”.
Secondo la Lipu, inoltre, una ricerca scientifica ha di recente mostrato che i periodi di migrazione degli uccelli sono più precoci di quanto considerato, quindi la stagione venatoria dovrebbe accorciarsi per non interferire con la natura.
Come le altre associazioni, anche la Lipu, infine, critica l’uso di deroghe per l’uccisione di piccoli uccelli “sonoramente bocciate in Liguria e Lombardia da Tar e Consiglio di Stato poiché in aperta violazione della Direttiva Uccelli”.