In occasione del Safer Internet Day 2026, la giornata mondiale per la sicurezza in Rete celebrata il 10 febbraio, l’Associazione Social Warning – Movimento Etico Digitale APS ha presentato i risultati di un’indagine condotta su oltre 20mila studenti tra gli 11 e i 18 anni.
I dati rivelano che il 77,5% dei ragazzi dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi digitali, un valore in netto aumento rispetto al 72,6% registrato l’anno precedente.
Nello specifico, la dipendenza è percepita come moderata dal 41,8% degli intervistati e lieve dal 33,3%. Solo il 22,5% afferma di non sentirsi affatto dipendente.
Un dato particolarmente sensibile riguarda la difficoltà nel modificare questi comportamenti: tra chi ha tentato di ridurre il tempo trascorso online, solo il 23,3% è riuscito effettivamente nell’intento.

I rischi per la salute e la consapevolezza giovanile
I giovani mostrano una percezione sempre più lucida dei rischi legati all’abuso tecnologico. Se nel 2024 oltre il 60% degli studenti riconosceva possibili danni, nel 2025 questa quota ha superato il 91%.
Nel dettaglio, il 72,2% ritiene che l’uso eccessivo incida sia sulla salute fisica sia su quella mentale. Il 15% vede un impatto solo sulla salute mentale e il 4,1% solo su quella fisica.
L’8,7%, invece, non vede alcuna correlazione tra abusi e salute.
Gli effetti più temuti sono relativi ai problemi di attenzione, della qualità del sonno, della vista e della postura. Non di meno, i giovani tendono a essere consci dell’impatto che l’eccessivo uso di strumenti tecnologici può avere sul benessere psicologico in generale.
Nuove abitudini e il fenomeno dell’assuefazione
L’analisi evidenzia un cambiamento nelle fasce orarie di connessione: si registra un incremento di oltre sei punti percentuali nella navigazione tra le 13:00 e le 19:00 e una crescita continua nella fascia serale dalle 19:00 alle 23:00. Questo tempo viene spesso sottratto allo studio, al riposo e alle relazioni sociali.
Non di meno, sta emergendo una forma di assuefazione: mentre il 57% dei ragazzi dichiara di sentirsi “bene” online, il 31% risponde di non sentirsi “né bene né male”.
Secondo l’Osservatorio, questo dato indica che Internet non è più vissuta come un’esperienza opzionale, ma come un ambiente costante e inevitabile.
La necessità di una responsabilità condivisa
Il presidente di Social Warning, Davide Dal Maso, sottolinea che questi numeri rappresentano una vera richiesta di supporto da parte delle nuove generazioni.
Per rispondere a questa esigenza, il Movimento ha promosso la Giornata Nazionale della Cittadinanza Digitale, una proposta di legge già approvata in Senato.
Tuttavia, rimane aperto il problema della coerenza educativa. Gregorio Ceccone, pedagogista e referente dell’Osservatorio, sottolinea che mentre a scuola si lavora sull’equilibrio digitale, in famiglia mancano spesso regole chiare.
L’educazione digitale non deve essere considerata una questione privata, ma una responsabilità condivisa tra istituzioni e genitori per evitare messaggi incoerenti agli studenti.
L’age verification, la privacy e l’ostruzionismo delle Big tech
È un dibattito acceso quasi ovunque nel mondo. Il 3 febbraio la Spagna ha vietato l’uso dei social ai minori di 16 anni mentre la Francia sta portando tale limite a 15 anni di età. La Slovenia si sta muovendo nella medesima direzione e, lasciando per un attimo i confini europei, l’Australia ha posto a sua volta il veto ai minori di 16 anni.
Più in generale, alle nostre latitudini il Parlamento europeo sta lavorando a una risoluzione tesa a limitare l’esposizione dei minori ai rischi della rete e, tra le diverse misure proposte, c’è anche quella di vietare l’accesso ai social agli under 16.
Una linea condivisa da diversi Stati membri e l’Italia non fa eccezione.
Ci si muove verso l’accesso ai social precluso a chi non ha ancora compiuto 15 anni, fatti salvi i consensi espliciti dei genitori o dei tutori legali. Fratelli d’Italia, Partito democratico e Italia viva propendono per una verifica dell’età da demandare a un portafoglio digitale nazionale che dovrebbe entrare in vigore entro la fine del mese di giugno del 2026.
La verifica dell’età pone problemi sul piano della privacy. Dato che le soluzioni possono implicare un eccesso di raccolta di dati personali.
I sistemi oggi in uso o richiedono l’upload di documenti di identità oppure selfie per dimostrare l’età degli utenti, dati sensibili che vengono gestiti da terzi e che possono essere esposti o venduti, favorendo abusi che si spingono potenzialmente fino al furto di identità.
Inoltre, queste soluzioni portano alla perdita dell’anonimato ed espongono a tracciamenti diretti. Per di più, i sistemi di intelligenza artificiale che stimano l’età dei soggetti soffrono di bias e si rivelano inaccurati a seconda della loro etnia o di eventuali disabilità, rischiando così di escludere persone che hanno i requisiti legali per accedere alle risorse web.
Dal canto loro, anche le Big tech esercitano ostruzionismo. Sul piatto ci sono tre argomenti diversi, a cominciare dal costo e dalla complessità richiesti per realizzare un sistema di verifica dell’età globale davvero sicuro e conforme alle norme vigenti.
Inoltre, poiché i dati degli utenti sono valori economici e competitivi, creare sistemi che ne riducono la raccolta può cozzare contro la capacità delle piattaforme di monetizzarli. Tema divisivo che rende difficile trovare un equilibrio tra le pretese delle piattaforme e il diritto alla privacy degli utenti.
Non da ultimo, il disallineamento normativo rende un sistema di verifica dell’età di difficile attuazione. L’Europa, il Regno Unito e gli Usa – tanto per citare tre attori di rilievo – hanno norme sulla privacy diverse e, in assenza di una compliance uniforme, è complicato riuscire ad armonizzare le leggi in vigore.
Le possibili soluzioni
La ministra danese per il Digitale Caroline Stage Olsen sostiene che le piattaforme sono in grado di trovare una soluzione, ridimensionando e rimandando al mittente i moti di ostruzionismo.
Meta, l’azienda che produce tra gli altri Facebook, Instagram e WhatsApp, ha proposto di usare gli app store a mo’ di bilancia: se un minorenne cercasse di prelevare un’app alla quale non può avere accesso, toccherebbe allo store digitale avvertire i genitori o i tutori.
L’Europa sta cercando un approccio diverso, basato su una verifica di tipo Zero-knowledge proofs capace di ridurre la quantità di informazioni che gli utenti condividono con le piattaforme. È di fatto il portafoglio digitale a cui abbiamo accennato sopra, un sistema che consenta di verificare soltanto l’età degli utenti.
L’introduzione di audit indipendenti per essere certi che le piattaforme limitino la quantità dei dati raccolti è pure al vaglio. Tuttavia, trovare il giusto equilibrio tra protezione dei minori e privacy è tema complesso e delicato.
Il Movimento Etico Digitale
Fondata nel 2018 da Davide Dal Maso, l’Associazione Social Warning è una no profit che conta circa 250 formatori-volontari in tutta Italia. Ha incontrato oltre 130mila ragazzi e 52mila genitori per promuovere un uso consapevole del web.
Il progetto è stato riconosciuto tra i sei più importanti in Europa agli European Digital Skills Awards 2023 e continua a espandersi con iniziative come SexEdBot e NonSeiLibero.