Il Marciatore, la vera storia di Abdon Pamich: quando lo sport incontra l’esodo e la memoria

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“Il Marciatore”, la vera storia di Abdon Pamich: quando lo sport incontra l’esodo e la memoria

In onda su Rai 1 il 10 febbraio, il tv movie racconta la vita del campione olimpico Abdon Pamich: dall’esodo da Fiume all’oro di Tokyo, tra storia vera e racconto cinematografico

Fausto Sciarappa nei panni di Abdon Pamich
Fausto Sciarappa nei panni di Abdon Pamich
di Alessandra Del Prete
venerdì 6 febbraio 2026, 12:36
4 Minuti di Lettura
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Martedì 10 febbraio, in prima serata su Rai 1, va in onda “Il Marciatore – la vera storia di Abdon Pamich“, tv movie prodotto da Clemart in collaborazione con Rai Fiction e diretto da Alessandro Casale. Il film racconta la vicenda umana e sportiva di Abdon Pamich, scegliendo di partire non dai trionfi, ma dall’origine di tutto: una perdita.

La storia si apre con Pamich anziano che cammina su un altopiano carsico; un gesto semplice che riavvolge il tempo e riporta alla Fiume del secondo dopoguerra, città di confine travolta dalla Storia.

Qui, l’adolescenza di Abdon viene spezzata dall’arrivo del nuovo potere jugoslavo, dalle pressioni politiche, dagli arresti e dalle sparizioni che segnano l’inizio dell’esodo istriano.

L’esilio e la marcia come destino

Costretto a lasciare la propria terra, Abdon fugge insieme al fratello Giovanni. I due ragazzi partono da soli, attraversano confini chiusi, affrontano chilometri a piedi e arrivano in un’Italia povera e diffidente, fatta di campi profughi e sacrifici quotidiani. È in questo contesto che si forma il carattere di Pamich: prima ancora di diventare atleta, impara a resistere. L’incontro a Genova con l’allenatore Giuseppe Malaspina segna la svolta. Malaspina riconosce in quel ragazzo taciturno una qualità rara: la capacità di durare. La marcia diventa così il suo linguaggio esistenziale, non lo scatto ma il passo continuo, non la fuga ma l’andare avanti.

Dalla fatica invisibile all’oro olimpico

Il film ripercorre la carriera sportiva di Pamich senza cedere al trionfalismo: quaranta titoli italiani, due titoli europei, il bronzo olimpico a Roma nel 1960 e l’oro nella 50 chilometri alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 sono il risultato di anni di lavoro silenzioso, sconfitte e disciplina. A interpretare questa vicenda è un cast che comprende, tra gli altri, Fausto Sciarappa, accanto a Eleonora Giovanardi, Gaja Masciale, Michael Marini e Tobia De Angelis, con la partecipazione dello stesso Pamich, a rafforzare il legame tra racconto cinematografico e verità storica.

Memoria, sport e identità

Tratto dal libro autobiografico “Memorie di un marciatore”, Il Marciatore mantiene un forte legame con i fatti reali e sceglie un tono intimo e sobrio. La messa in onda nel Giorno del Ricordo aggiunge un ulteriore livello di lettura, trasformando il film in un racconto di memoria collettiva. «Raccontare la vita di Abdon Pamich significa raccontare molto più di una carriera sportiva», spiega il regista Alessandro Casale. «La sua marcia è una metafora esistenziale, un cammino iniziato tra le macerie della guerra e approdato alla gloria olimpica». Ne nasce il ritratto di un uomo che non correva per fuggire, ma per costruire qualcosa. Un passo alla volta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

“Il Marciatore”, la vera storia di Abdon Pamich: quando lo sport incontra l’esodo e la memoria

In onda su Rai 1 il 10 febbraio, il tv movie racconta la vita del campione olimpico Abdon Pamich: dall’esodo da Fiume all’oro di Tokyo, tra storia vera e racconto cinematografico

Fausto Sciarappa nei panni di Abdon Pamich
Fausto Sciarappa nei panni di Abdon Pamich
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Martedì 10 febbraio, in prima serata su Rai 1, va in onda “Il Marciatore – la vera storia di Abdon Pamich“, tv movie prodotto da Clemart in collaborazione con Rai Fiction e diretto da Alessandro Casale. Il film racconta la vicenda umana e sportiva di Abdon Pamich, scegliendo di partire non dai trionfi, ma dall’origine di tutto: una perdita.

La storia si apre con Pamich anziano che cammina su un altopiano carsico; un gesto semplice che riavvolge il tempo e riporta alla Fiume del secondo dopoguerra, città di confine travolta dalla Storia.

Qui, l’adolescenza di Abdon viene spezzata dall’arrivo del nuovo potere jugoslavo, dalle pressioni politiche, dagli arresti e dalle sparizioni che segnano l’inizio dell’esodo istriano.

L’esilio e la marcia come destino

Costretto a lasciare la propria terra, Abdon fugge insieme al fratello Giovanni. I due ragazzi partono da soli, attraversano confini chiusi, affrontano chilometri a piedi e arrivano in un’Italia povera e diffidente, fatta di campi profughi e sacrifici quotidiani. È in questo contesto che si forma il carattere di Pamich: prima ancora di diventare atleta, impara a resistere. L’incontro a Genova con l’allenatore Giuseppe Malaspina segna la svolta. Malaspina riconosce in quel ragazzo taciturno una qualità rara: la capacità di durare. La marcia diventa così il suo linguaggio esistenziale, non lo scatto ma il passo continuo, non la fuga ma l’andare avanti.

Dalla fatica invisibile all’oro olimpico

Il film ripercorre la carriera sportiva di Pamich senza cedere al trionfalismo: quaranta titoli italiani, due titoli europei, il bronzo olimpico a Roma nel 1960 e l’oro nella 50 chilometri alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 sono il risultato di anni di lavoro silenzioso, sconfitte e disciplina. A interpretare questa vicenda è un cast che comprende, tra gli altri, Fausto Sciarappa, accanto a Eleonora Giovanardi, Gaja Masciale, Michael Marini e Tobia De Angelis, con la partecipazione dello stesso Pamich, a rafforzare il legame tra racconto cinematografico e verità storica.

Memoria, sport e identità

Tratto dal libro autobiografico “Memorie di un marciatore”, Il Marciatore mantiene un forte legame con i fatti reali e sceglie un tono intimo e sobrio. La messa in onda nel Giorno del Ricordo aggiunge un ulteriore livello di lettura, trasformando il film in un racconto di memoria collettiva. «Raccontare la vita di Abdon Pamich significa raccontare molto più di una carriera sportiva», spiega il regista Alessandro Casale. «La sua marcia è una metafora esistenziale, un cammino iniziato tra le macerie della guerra e approdato alla gloria olimpica». Ne nasce il ritratto di un uomo che non correva per fuggire, ma per costruire qualcosa. Un passo alla volta.

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