Carlo Cracco è stato l’ultimo, in ordine di tempo, tra i grandi nomi della cucina italiana a stringere in mano la fiaccola olimpica di Milano Cortina 2026. Mentre ieri a Gallarate, con la riconoscibile compagnia di Snoop Dogg era stata la volta di Davide Oldani. Parterre importante per un gesto simbolico, ma tutt’altro che marginale: perché Oldani non è solo un tedoforo, ma anche uno dei protagonisti della cucina olimpica, nel ruolo di food ambassador di Casa Italia, il luogo che durante i Giochi accoglierà atleti, rappresentanze internazionali, sponsor e ospiti istituzionali sotto le luci della cucina d’autore..

È qui che il racconto gastronomico dell’Italia olimpica si fa dichiarazione di identità, e non sorprende che a rappresentarla sia uno chef che da anni lavora sull’equilibrio, sull’accessibilità e sul valore culturale del cibo. Ma prima di Oldani, lungo il viaggio della fiamma che attraversa l’Italia da sud a nord, sono stati diversi i protagonisti del mondo del cibo, della cucina e del vino chiamati a vestire i panni di tedofori. Non una lista casuale, né una semplice passerella di celebrità: piuttosto, una mappa di storie che raccontano come il cibo sia diventato parte integrante del linguaggio olimpico, al pari dello sport, della cultura e dell’impegno sociale. Tra le figure più emblematiche c’è Lucia Tellone, chef e anima del Forno Sociale di Villa San Sebastiano a Tagliacozzo, in Abruzzo, che ha portato la fiaccola con sé trasformando un gesto sportivo in un messaggio potente di inclusione e riscatto. La sua storia, raccontata anche dalla stampa locale e nazionale, è quella di una cucina che diventa strumento di lavoro, dignità e comunità, perfettamente in linea con lo spirito olimpico che Milano Cortina 2026 rivendica nei suoi documenti programmatici. Altri due volti legati alla divulgazione gastronomica contemporanea sono quelli di Ludovica Gregari o Mirko Tassin, quest’ultimo conosciuto dal grande pubblico come “Tasso Culinario”. Nomi che portano con sé una generazione che vive il cibo non solo come consumo, ma come racconto, relazione e identità digitale.

I protagonisti
Ma l’elenco è ancora lungo e racconta un’Italia del cibo molto più ampia e trasversale. Va da Benedetta Parodi, che ha corso con la fiaccola ad Alba nel cuore delle Langhe, al tristellato Chicco Cerea nella sua Bergamo; passa per lo chef e creator Nick Di Giovanni. C’è poi il versante più industriale e territoriale dell’agroalimentare italiano, rappresentato da Riccardo Felicetti, imprenditore della pasta di montagna e figura storica dell’industria alimentare trentina. Il suo passaggio con la fiaccola a Merano, documentato dalle cronache locali, ha assunto il valore di un ponte ideale tra sport, impresa e territorio: la pasta come simbolo di energia, di filiera e di un saper fare che, anche alle alte quote, dialoga con il mondo. Il viaggio della fiamma ha incrociato anche storie meno note al grande pubblico, ma altrettanto significative, come quella di Francesco Racanelli, fornaio premiato e ambasciatore della panificazione artigianale, chiamato a portare la torcia in Puglia. Un segnale chiaro: non solo chef stellati, ma anche artigiani del pane, interpreti di una tradizione quotidiana che fa parte del patrimonio culturale del Paese.

Racanelli ha affidato ai suoi social un messaggio lungo e carico di significato: «Quando mi sono ritrovato con la fiaccola in mano e la fiamma si stava avvicinando, ho capito. Le piccole difficoltà hanno aggiunto valore a quel momento, hanno rafforzato ciò che rappresenta per me. Non si era lì per festeggiare. Si era lì per imparare. E così, da messaggero, sono diventato il primo destinatario del messaggio» riflettendo, in chiusura: «Non sono stato io a portare la fiamma: è la fiamma che ha portato me».A tenere insieme tutte queste storie è un filo preciso: Milano Cortina 2026 non ha scelto il cibo come semplice contorno, ma come parte integrante del racconto olimpico. La presenza di Davide Oldani, oggi, chiude idealmente un cerchio e allo stesso tempo ne apre un altro.
Perché la fiamma che passa di mano in mano non è solo un simbolo sportivo, ma diventa metafora di un Paese che si racconta anche attraverso chi cucina, chi produce, chi impasta, chi comunica il cibo ogni giorno. E che, per una volta, sceglie di farlo sotto gli occhi del mondo. E questa sera un’ulteriore appendice buona e golosa nel senso più esteso del termine: ad avvicinare ancora un po’ la fiaccola alla sua destinazione finale sarà Nico Acampora, il papà di Pizzaut. Sta giusto finendo di allenarsi.