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Iran, Khamenei avverte: «Rischio guerra regionale». Libero il giovane dissidente
Mentre la Casa Bianca prende tempo sull’attacco, Teheran manda segnali di distensione scarcerando Efran Soltani, il 26enne simbolo della protesta, e aprendo a un’intesa sul nucleare

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Il momento della verità si avvicina. E questo è chiaro sia a Teheran che a Washington. Ieri, la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha avvertito gli Stati Uniti che qualsiasi operazione contro la Repubblica Islamica si trasformerebbe in «una guerra regionale». Poche ore dopo, a rispondergli è stato lo stesso Donald Trump. «Se non raggiungeremo un accordo allora vedremo se aveva ragione o meno» ha dichiarato il presidente Usa, che poco prima aveva ammesso che gli iraniani stavano «parlando in modo serio».
E mentre la Casa Bianca continua a blindare il Medio Oriente con navi, aerei e sistemi di difesa, tutto dipende dal fragile negoziato messo in piedi tra le due potenze. Washington è disposta a trattare e incontrare i funzionari di Teheran. A rivelarlo sono state fonti di alto livello del portale Axios, che hanno spiegato che questo messaggio di apertura è stato recapitato all’Iran «attraverso canali multipli».
A lavorare per disinnescare la crisi sono soprattutto tre Paesi: Egitto, Qatar e Turchia. Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar, ha incontrato a Teheran il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, e il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza, Ali Larijani.
Il ruolo di Ankara
E in questi ultimi giorni, è soprattutto la Turchia ad avere cercato in tutti i modi di ritagliarsi un ruolo di mediatore, anche grazie ai buoni rapporti tra il presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo omologo americano. Per il quotidiano israeliano Haaretz, Ankara si sarebbe anche offerta per ricevere l’uranio arricchito delle centrali iraniane nel tentativo di raggiungere un accordo complessivo sul programma atomico di Teheran. E secondo il giornalista Barak Ravid, uno dei più attenti osservatori della politica Usa in Medio Oriente, in settimana potrebbe esserci un incontro ad Ankara tra delegati iraniani e statunitensi. È probabile che a questo vertice partecipi Steve Witkoff, l’inviato del tycoon per tutti i principali dossier dell’agenda estera Usa. E a detta di molti, questo summit potrebbe essere l’ultima chance prima della guerra.
Anche dalla Repubblica islamica sono arrivati segnali di distensione. La repressione e la censura non si fermano. Ieri è stata data la notizia dell’arresto di Mehdi Mahmoudian, il co-sceneggiatore del film di Jafar Panahi “Un semplice incidente”, Palma d’Oro a Cannes, colpevole di avere firmato una dichiarazione contro Khamenei. L’ufficio del presidente Masoud Pezeshkian ha pubblicato l’elenco di 2.986 persone uccise nelle proteste (anche se per le Ong e i gruppi di dissidenti, le cifre sono sensibilmente più alte).
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, in risposta alla decisione di Bruxelles contro i Pasdran, ha dichiarato che gli eserciti degli Stati europei sono ritenuti ufficialmente “terroristi”. Tuttavia, è notizia di ieri anche la liberazione di Erfan Soltani, il ragazzo di 26 anni che si pensava dovesse essere condannato a morte. Parlando con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, Pezeshkian ha evidenziato la «necessità di avviare processi diplomatici» con gli Stati Uniti e che la guerra «non porterà benefici» a nessuna delle parti coinvolte.
Il passo indietro
Poche ore dopo gli ha fatto eco Araghchi, che alla Cnn si è detto «fiducioso che si possa raggiungere un accordo con gli Usa sul programma nucleare». E gli ayatollah hanno anche ritrattato sulle esercitazioni nello stretto di Hormuz. Pochi giorni fa, i media di Stato avevano annunciato che i Pasdaran avrebbero tenuto delle manovre militari all’ingresso del Golfo Persico che avevano destato l’allarme anche di Centcom, il comando Usa per il Medio Oriente. Ma le esercitazioni, che dovevano iniziare ieri, non sono state avviate. E questo indica che, almeno in questa fase, l’Iran non vuole compiere mosse che possano essere viste come una minaccia dalle forze Usa. Forze che, secondo gli esperti, sono già in numero sufficiente per un attacco ma che non sarebbero ancora idonee a fare da scudo a un’eventuale ritorsione iraniana. E proprio per questo, il Pentagono avrebbe suggerito a Trump di ritardare le operazioni.
La tensione resta in ogni caso alta. E lo conferma anche il viaggio del capo di stato maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, negli Stati Uniti. Appena rientrato dal blitz in America, il vertice dell’Idf ha incontrato il ministro della Difesa, Israel Katz. E subito dopo, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato Katz, Zamir e il direttore del Mossad, David Barnea. Un vertice d’urgenza che per i media israeliani potrebbe essere la prova che Washington è ancora pronta a colpire.
Iran, Khamenei avverte: «Rischio guerra regionale». Libero il giovane dissidente
Mentre la Casa Bianca prende tempo sull’attacco, Teheran manda segnali di distensione scarcerando Efran Soltani, il 26enne simbolo della protesta, e aprendo a un’intesa sul nucleare

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Il momento della verità si avvicina. E questo è chiaro sia a Teheran che a Washington. Ieri, la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha avvertito gli Stati Uniti che qualsiasi operazione contro la Repubblica Islamica si trasformerebbe in «una guerra regionale». Poche ore dopo, a rispondergli è stato lo stesso Donald Trump. «Se non raggiungeremo un accordo allora vedremo se aveva ragione o meno» ha dichiarato il presidente Usa, che poco prima aveva ammesso che gli iraniani stavano «parlando in modo serio».
E mentre la Casa Bianca continua a blindare il Medio Oriente con navi, aerei e sistemi di difesa, tutto dipende dal fragile negoziato messo in piedi tra le due potenze. Washington è disposta a trattare e incontrare i funzionari di Teheran. A rivelarlo sono state fonti di alto livello del portale Axios, che hanno spiegato che questo messaggio di apertura è stato recapitato all’Iran «attraverso canali multipli».
A lavorare per disinnescare la crisi sono soprattutto tre Paesi: Egitto, Qatar e Turchia. Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar, ha incontrato a Teheran il capo della diplomazia iraniana, Abbas Araghchi, e il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza, Ali Larijani.
Il ruolo di Ankara
E in questi ultimi giorni, è soprattutto la Turchia ad avere cercato in tutti i modi di ritagliarsi un ruolo di mediatore, anche grazie ai buoni rapporti tra il presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo omologo americano. Per il quotidiano israeliano Haaretz, Ankara si sarebbe anche offerta per ricevere l’uranio arricchito delle centrali iraniane nel tentativo di raggiungere un accordo complessivo sul programma atomico di Teheran. E secondo il giornalista Barak Ravid, uno dei più attenti osservatori della politica Usa in Medio Oriente, in settimana potrebbe esserci un incontro ad Ankara tra delegati iraniani e statunitensi. È probabile che a questo vertice partecipi Steve Witkoff, l’inviato del tycoon per tutti i principali dossier dell’agenda estera Usa. E a detta di molti, questo summit potrebbe essere l’ultima chance prima della guerra.
Anche dalla Repubblica islamica sono arrivati segnali di distensione. La repressione e la censura non si fermano. Ieri è stata data la notizia dell’arresto di Mehdi Mahmoudian, il co-sceneggiatore del film di Jafar Panahi “Un semplice incidente”, Palma d’Oro a Cannes, colpevole di avere firmato una dichiarazione contro Khamenei. L’ufficio del presidente Masoud Pezeshkian ha pubblicato l’elenco di 2.986 persone uccise nelle proteste (anche se per le Ong e i gruppi di dissidenti, le cifre sono sensibilmente più alte).
Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, in risposta alla decisione di Bruxelles contro i Pasdran, ha dichiarato che gli eserciti degli Stati europei sono ritenuti ufficialmente “terroristi”. Tuttavia, è notizia di ieri anche la liberazione di Erfan Soltani, il ragazzo di 26 anni che si pensava dovesse essere condannato a morte. Parlando con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, Pezeshkian ha evidenziato la «necessità di avviare processi diplomatici» con gli Stati Uniti e che la guerra «non porterà benefici» a nessuna delle parti coinvolte.
Il passo indietro
Poche ore dopo gli ha fatto eco Araghchi, che alla Cnn si è detto «fiducioso che si possa raggiungere un accordo con gli Usa sul programma nucleare». E gli ayatollah hanno anche ritrattato sulle esercitazioni nello stretto di Hormuz. Pochi giorni fa, i media di Stato avevano annunciato che i Pasdaran avrebbero tenuto delle manovre militari all’ingresso del Golfo Persico che avevano destato l’allarme anche di Centcom, il comando Usa per il Medio Oriente. Ma le esercitazioni, che dovevano iniziare ieri, non sono state avviate. E questo indica che, almeno in questa fase, l’Iran non vuole compiere mosse che possano essere viste come una minaccia dalle forze Usa. Forze che, secondo gli esperti, sono già in numero sufficiente per un attacco ma che non sarebbero ancora idonee a fare da scudo a un’eventuale ritorsione iraniana. E proprio per questo, il Pentagono avrebbe suggerito a Trump di ritardare le operazioni.
La tensione resta in ogni caso alta. E lo conferma anche il viaggio del capo di stato maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, negli Stati Uniti. Appena rientrato dal blitz in America, il vertice dell’Idf ha incontrato il ministro della Difesa, Israel Katz. E subito dopo, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato Katz, Zamir e il direttore del Mossad, David Barnea. Un vertice d’urgenza che per i media israeliani potrebbe essere la prova che Washington è ancora pronta a colpire.
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