Immaginiamo che ogni giorno ognuno di noi vada dal fornaio, compri un panino e uscito dal negozio lo getti nei rifiuti. Accade più o meno così leggendo i dati dell’ultimo report dell’Osservatorio Waste Watcher International diffuso in vista della Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare il 5 febbraio. Titolo della campagna di sensibilizzazione “Il Caso Italia 2026” indetta dall’associazione Spreco Zero. Il peso di quel panino che immaginiamo di buttare ogni giorno equivale infatti a quei 79,14 grammi che ciascuno di noi spreca. Un gesto piccolo quasi invisibile, ma che ripetuto da milioni di persone diventa enorme. Non è infatti un caso che la somma delle perdite e degli sprechi alimentari tocchi cifre vertiginose: oltre 13 miliardi e mezzo secondo i dati elaborati dall’Università di Bologna, pari a oltre 5 milioni di tonnellate di cibo. 7 miliardi e 363 milioni sono i soldi sprecati solo nelle nostre case, mentre nella distribuzione il costo del cibo gettato via vale quasi 4 miliardi e nell’industria oltre 862 milioni.
I ricercatori di Waste Watcher hanno monitorato il comportamento degli italiani nel mese di gennaio 2026: un campione di 2000 casi rappresentativi della popolazione generale. I risultati dimostrano che arriviamo a 554 grammi di cibo gettato pro capite ogni settimana. In fondo, stiamo migliorando, spiegano visto che nel 2025 i grammi buttati ogni settimana erano 617 grammi. A testa.

Frutta, verdura e pane in testa ai cibi che finiscono tra i rifiuti
Nella hit dei cibi sprecati svettano la frutta fresca (22,2 grammi a settimana), la verdura fresca (20,6) e il pane fresco (19,6) , segue l’insalata (18,8) e cipolle/aglio/tuberi (17,2). Ma se in generale gli italiani sprecano per cause prevalentemente organizzative – cattiva conservazione del cibo nel 38% dei casi, dimenticanza per il 33% e sovra acquisto per il 28% – le giovani generazioni gettano via più cibo rispetto ai cosiddetti boomers. Gli italiani nati tra il 1946 e il 1964 sembrano infatti più oculati fissando lo spreco settimanale pro capite medio a 352 grammi, superando, in anticipo di quattro anni, l’esame dell’Agenda 2030, quando a tutti sarà chiesto di gettare mediamente non più di 369,7 grammi a testa ogni settimana per centrare l’obiettivo 12.3 sullo spreco alimentare.

Tra i giovanissimi le azioni di acquisto più scorrette

Più indietro dunque la Generazione Z (1997-2012), posizionata a quota 799 grammi di spreco settimanale medio pro capite; le famiglie Millennials (1981-1996), con 750 grammi settimanali pro capite, e quelle della Generazione X (1965-1980) con 478 grammi settimanali pro capite. Intervistati spiegano che il comportamento negativo deriva dalla dimenticanza, la fatica, il tempo e costi percepiti, insieme a un minore senso di efficacia individuale. Sul piano strettamente organizzativo, capita di dimenticare il cibo fino alla scadenza per uno Z su due (49%) contro un boomer su 5 (21%), e di calcolare in modo errato le quantità di cibo necessario per il 40% degli Z contro il 17% dei boomers. Più si diventa adulti più ci si abitua a sprecare di meno: se per la gen Z si arriva al 35%; nei loro genitori scende al 12%. Così come la difficoltà di riutilizzare gli avanzi per la gen Z tocca quota 43%; nei boomers vale solo per uno su 5 (22%). Questo significa che le competenze domestiche si acquisiscono nel tempo, mentre il sovra acquisto è una componente chiave dello spreco giovanile: acquistare troppo o in confezioni grandi è molto più diffuso tra i gen. Z (rispettivamente 38% e 36%) rispetto ai boomers (21% e 16%).

“La sfida si vince mettendo insieme l’esperienza e le competenze digitali”
Spiega il direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International Andrea Segrè, fondatore della Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare: “I dati del Rapporto Waste Watcher 2026 ci dicono con chiarezza che la sfida dello spreco alimentare non si vince contrapponendo le generazioni, ma mettendole in relazione. I boomer oggi sono la locomotiva della prevenzione: hanno interiorizzato nel tempo competenze di cura, di gestione del cibo e di riuso. La Generazione Z, invece, è più fragile sul piano organizzativo, ma possiede un capitale decisivo: la padronanza degli strumenti digitali e la disponibilità al cambiamento. È qui che nasce l’intelligenza intergenerazionale: quando l’esperienza incontra la tecnologia, quando il sapere pratico dei più anziani viene tradotto in nuovi linguaggi dai più giovani. Solo favorendo questo scambio – nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità e anche nei luoghi del cibo fuori casa – possiamo davvero dimezzare lo spreco alimentare entro i prossimi quattro anni, come chiede la Campagna Spreco Zero. Lo spreco non è solo una questione di consapevolezza, ma di competenze condivise: e il futuro passa dalla capacità di farle circolare tra le generazioni”.

Emerge in chiave quasi plebiscitaria la cura per la preparazione dei pasti, un tratto distintivo mediterraneo e italiano: una abitudine di vita cui si dedica ogni giorno l’88% degli italiani. Solo il 4% degli italiani dichiara di non cucinare, perché non ama farlo. E per la prima volta risulta praticamente unanime la consapevolezza intorno al tema “spreco”: il 94% degli italiani certifica la sua attenzione alla questione, e di questa moltitudine di cittadini il 63% getta qualcosa meno di 1 volta a settimana, solo il 14% spreca quasi quotidianamente. la deperibilità di frutta e verdura resta un problema trasversale alle generazioni ed è spesso attribuita all’origine dei prodotti acquistati e ai sistemi di conservazione nella filiera del cibo, più che ai comportamenti individuali. La riduzione dello spreco passa soprattutto dalla gestione del cibo già acquistato: in tutte le generazioni, le priorità principali sono mangiare prima il cibo a rischio e congelare, mentre la pianificazione rigida dei pasti resta marginale. Proprio la parte fondamentale per superare le cattive abitudini.