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Meloni “chiama” Schlein: insieme per la Sicurezza. Sì al daspo per i violenti
La premier vuole far uscire allo scoperto le opposizioni, il Pd frena ma Conte apre: «Noi ci siamo». Il primo pacchetto di norme in Cdm

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ROMA Stanare le opposizioni, complice la telefonata di Elly Schlein che anziché rasserenare gli animi ha finito per indispettirli. «Unire e non dividere? Benissimo, allora la risoluzione sulla sicurezza la scriviamo tutti insieme». Giorgia Meloni chiama a raccolta i vertici di governo a Palazzo Chigi per decidere delle norme che imprimeranno una nuova stretta securitaria con un decreto atteso da settimane e ora reso indifferibile dalla guerriglia urbana scoppiata sabato scorso a Torino.
Viaggeranno in corsia preferenziale – sfilate dal ddl per subire un’accelerazione via decreto – il fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti sospetti, lo scudo penale per gli agenti, il potenziamento del Daspo urbano esteso a chi è stato denunciato o condannato, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti per reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza e, infine, l’atteso stop alle armi da taglio per i minori.
L’intero pacchetto sicurezza, ovvero ddl più dl, sarà sottoposto all’esame del Consiglio dei ministri in programma domani. Così è deciso nel vertice di Meloni e i suoi, a cui segue una riunione tecnica che va avanti per ore per sbrogliare i tanti nodi sul tavolo. Tra un appuntamento e l’altro, a sorpresa, la premier tenta la “mossa del cavallo”: tira in ballo «le dichiarazioni della segretaria del Partito democratico» per lanciare «un appello alle opposizioni a una stretta collaborazione istituzionale».
Si può partire sin da subito, strizza l’occhio la presidente del Consiglio, con «una risoluzione unitaria in tema di sicurezza, che potrebbe essere votata già questa settimana», quando il responsabile del Viminale affronterà la prova dell’Aula sui fatti o meglio sui fattacci di Torino. Dietro la mano tesa della premier si nasconde in realtà il guanto di sfida.
Meloni sa che le immagini di Torino, con i fotogrammi del giovane poliziotto tratto in salvo dai colleghi dalla furia inarrestabile degli antagonisti, hanno indignato l’opinione pubblica. Ma è anche consapevole che, per Pd e compagnia, le norme a cui lavora il governo – su tutte il fermo preventivo e il Daspo urbano – sono indigeribili, invotabili. Per Schlein, Conte, Bonelli e gli altri motivo di scontro senza esclusione di colpi. E la risoluzione a cui la maggioranza lavora, e con cui tenterà di triangolare con le opposizioni, non potrà che richiamarle, metterle in fila, per chiarire qual è la risposta ferma del governo ai fatti di Torino e a un paese che chiede più sicurezza.
Un tema che negli ultimi mesi ha visto convergere anche le opposizioni, che agitano il fantasma delle città ostaggio delle baby gang e della microcriminalità, muovendo l’accusa alla destra di aver fallito su uno dei suoi cavalli di battaglia.
Meloni, però, non accetta lezioni, pronta a intestarsi uno sprint securitario da qui alla fine della legislatura. Nel mirino il bis a Palazzo Chigi, che passa anche dalla battaglia sulla sicurezza.
La polpetta avvelenata
Nell’altra metà campo l’appello di Meloni viene visto come «una polpetta avvelenata». Che porta in seno anche il rischio di dividere il fronte progressista tra chi ci sta e chi, al contrario, si rifiuta di prestare il fianco. I contatti che seguono le parole della premier vanno avanti febbrili per ore, mentre nelle file del M5S c’è chi se la prende con Schlein, “rea” di aver servito a Meloni il «trappolone su un vassoio d’argento», con la telefonata del giorno prima alla presidente del Consiglio e l’invito a unire e non dividere.
Conte prova a uscire dall’angolo, tentando di «non subire – spiegano dal quartier generale di via di Campo Marzio – la narrazione odiosa delle opposizioni schierate contro le forze dell’ordine». L’ex premier bacchetta Meloni e i suoi ministri «per la sottovalutazione molto grave» degli «aumenti di scippi, rapine, aggressioni, stupri», ma se il governo «vuole ascoltare davvero le nostre proposte», «noi ci stiamo», risponde all’appello il leader M5S.
Anche Calenda apre, mentre il resto dell’opposizione esegue spartiti diversi. «È un ricatto», stigmatizza il segretario di Più Europa Riccardo Magi, sulle stesse note di Bonelli che accusa il governo di pretendere «un’adesione in bianco». Fredda anche Iv, mentre il Pd rinnova l’invito a non strumentalizzare la sicurezza, dando appuntamento al governo in Parlamento per discutere delle misure che Meloni e i suoi hanno in canna.
Tra i riformisti dem sembra però soffiare un altro vento. «Penso che, con tutte le cautele e lo scetticismo del caso, se c’è una apertura da parte del governo non solo si può, ma si deve andare a vedere – dice Filippo Sensi – Siamo stati noi i primi a chiedere unità contro la violenza. Se non è solo un ballon d’essai o peggio una furba provocazione, il confronto tra maggioranza e opposizione è non solo necessario, ma doveroso».
Intanto il governo tenta di cambiar le carte in tavola, per consentire a Meloni di portare avanti il suo piano. L’informativa che oggi terrà Piantedosi alla Camera sul caso Askatasuna, infatti, non prevede voti: per consentire ai deputati di pigiare tasto verde o rosso serve una “comunicazione”. Tecnicismi parlamentari che tengono tuttavia in ostaggio deputati e senatori per gran parte del pomeriggio: “informativa o comunicazione? Camera o Senato?”, le domande che rimbalzano tra Montecitorio e Palazzo Madama.
L’informativa di oggi alla Camera, che a un certo punto sembrava destinata a saltare, viene confermata: alle 14 il responsabile del Viminale sarà in Aula. Al pomeriggio, in Senato, la riunione dei capigruppo cercherà di inserire le “comunicazioni” del ministro sulla guerriglia di Torino tra domani e giovedì, aprendo al voto sulle risoluzioni. E lì c’è già chi si prepara ai popcorn.
Meloni “chiama” Schlein: insieme per la Sicurezza. Sì al daspo per i violenti
La premier vuole far uscire allo scoperto le opposizioni, il Pd frena ma Conte apre: «Noi ci siamo». Il primo pacchetto di norme in Cdm

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ROMA Stanare le opposizioni, complice la telefonata di Elly Schlein che anziché rasserenare gli animi ha finito per indispettirli. «Unire e non dividere? Benissimo, allora la risoluzione sulla sicurezza la scriviamo tutti insieme». Giorgia Meloni chiama a raccolta i vertici di governo a Palazzo Chigi per decidere delle norme che imprimeranno una nuova stretta securitaria con un decreto atteso da settimane e ora reso indifferibile dalla guerriglia urbana scoppiata sabato scorso a Torino.
Viaggeranno in corsia preferenziale – sfilate dal ddl per subire un’accelerazione via decreto – il fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti sospetti, lo scudo penale per gli agenti, il potenziamento del Daspo urbano esteso a chi è stato denunciato o condannato, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti per reati per cui è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza e, infine, l’atteso stop alle armi da taglio per i minori.
L’intero pacchetto sicurezza, ovvero ddl più dl, sarà sottoposto all’esame del Consiglio dei ministri in programma domani. Così è deciso nel vertice di Meloni e i suoi, a cui segue una riunione tecnica che va avanti per ore per sbrogliare i tanti nodi sul tavolo. Tra un appuntamento e l’altro, a sorpresa, la premier tenta la “mossa del cavallo”: tira in ballo «le dichiarazioni della segretaria del Partito democratico» per lanciare «un appello alle opposizioni a una stretta collaborazione istituzionale».
Si può partire sin da subito, strizza l’occhio la presidente del Consiglio, con «una risoluzione unitaria in tema di sicurezza, che potrebbe essere votata già questa settimana», quando il responsabile del Viminale affronterà la prova dell’Aula sui fatti o meglio sui fattacci di Torino. Dietro la mano tesa della premier si nasconde in realtà il guanto di sfida.
Meloni sa che le immagini di Torino, con i fotogrammi del giovane poliziotto tratto in salvo dai colleghi dalla furia inarrestabile degli antagonisti, hanno indignato l’opinione pubblica. Ma è anche consapevole che, per Pd e compagnia, le norme a cui lavora il governo – su tutte il fermo preventivo e il Daspo urbano – sono indigeribili, invotabili. Per Schlein, Conte, Bonelli e gli altri motivo di scontro senza esclusione di colpi. E la risoluzione a cui la maggioranza lavora, e con cui tenterà di triangolare con le opposizioni, non potrà che richiamarle, metterle in fila, per chiarire qual è la risposta ferma del governo ai fatti di Torino e a un paese che chiede più sicurezza.
Un tema che negli ultimi mesi ha visto convergere anche le opposizioni, che agitano il fantasma delle città ostaggio delle baby gang e della microcriminalità, muovendo l’accusa alla destra di aver fallito su uno dei suoi cavalli di battaglia.
Meloni, però, non accetta lezioni, pronta a intestarsi uno sprint securitario da qui alla fine della legislatura. Nel mirino il bis a Palazzo Chigi, che passa anche dalla battaglia sulla sicurezza.
La polpetta avvelenata
Nell’altra metà campo l’appello di Meloni viene visto come «una polpetta avvelenata». Che porta in seno anche il rischio di dividere il fronte progressista tra chi ci sta e chi, al contrario, si rifiuta di prestare il fianco. I contatti che seguono le parole della premier vanno avanti febbrili per ore, mentre nelle file del M5S c’è chi se la prende con Schlein, “rea” di aver servito a Meloni il «trappolone su un vassoio d’argento», con la telefonata del giorno prima alla presidente del Consiglio e l’invito a unire e non dividere.
Conte prova a uscire dall’angolo, tentando di «non subire – spiegano dal quartier generale di via di Campo Marzio – la narrazione odiosa delle opposizioni schierate contro le forze dell’ordine». L’ex premier bacchetta Meloni e i suoi ministri «per la sottovalutazione molto grave» degli «aumenti di scippi, rapine, aggressioni, stupri», ma se il governo «vuole ascoltare davvero le nostre proposte», «noi ci stiamo», risponde all’appello il leader M5S.
Anche Calenda apre, mentre il resto dell’opposizione esegue spartiti diversi. «È un ricatto», stigmatizza il segretario di Più Europa Riccardo Magi, sulle stesse note di Bonelli che accusa il governo di pretendere «un’adesione in bianco». Fredda anche Iv, mentre il Pd rinnova l’invito a non strumentalizzare la sicurezza, dando appuntamento al governo in Parlamento per discutere delle misure che Meloni e i suoi hanno in canna.
Tra i riformisti dem sembra però soffiare un altro vento. «Penso che, con tutte le cautele e lo scetticismo del caso, se c’è una apertura da parte del governo non solo si può, ma si deve andare a vedere – dice Filippo Sensi – Siamo stati noi i primi a chiedere unità contro la violenza. Se non è solo un ballon d’essai o peggio una furba provocazione, il confronto tra maggioranza e opposizione è non solo necessario, ma doveroso».
Intanto il governo tenta di cambiar le carte in tavola, per consentire a Meloni di portare avanti il suo piano. L’informativa che oggi terrà Piantedosi alla Camera sul caso Askatasuna, infatti, non prevede voti: per consentire ai deputati di pigiare tasto verde o rosso serve una “comunicazione”. Tecnicismi parlamentari che tengono tuttavia in ostaggio deputati e senatori per gran parte del pomeriggio: “informativa o comunicazione? Camera o Senato?”, le domande che rimbalzano tra Montecitorio e Palazzo Madama.
L’informativa di oggi alla Camera, che a un certo punto sembrava destinata a saltare, viene confermata: alle 14 il responsabile del Viminale sarà in Aula. Al pomeriggio, in Senato, la riunione dei capigruppo cercherà di inserire le “comunicazioni” del ministro sulla guerriglia di Torino tra domani e giovedì, aprendo al voto sulle risoluzioni. E lì c’è già chi si prepara ai popcorn.
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