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Meloni faccia d’angelo, la Soprintendenza decide: «Originale da ripristinare»
Se sarà verificato che il “ritocco” nella basilica di San Lorenzo in Lucina non era autorizzato, l’immagine dovrà tornare nello stato precedente il restauro

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10:37
L’angelo potrebbe (ri)cambiare i connotati. O meglio, ripristinare la vecchia fisionomia angelica. Miracoli dell’arte? Mica tanto. Piuttosto una corsa a riparare interventi non autorizzati. Per i vertici dei beni culturali questo è lo scenario più naturale nel caso in cui venisse acclarato (documenti d’archivio alla mano) il ritocco sul volto dell’angelo affrescato nella Cappella del Crocifisso nella basilica di San Lorenzo in Lucina nel cuore di Roma. Cronaca vuole che dopo un restauro messo in campo nell’anno del Giubileo, quella faccia avrebbe sfoggiato una somiglianza con la premier Giorgia Meloni. Insomma, l’iconografia originale del cherubino dipinto nel 2000 sulla parete a vegliare sul busto-cenotafio di Umberto II, deve essere rispettata. L’indagine avviata negli uffici della Soprintendenza speciale di Roma, guidata da Daniela Porro, punta proprio a fare chiarezza su questo nodo della somiglianza. Sì o no? Una chiarezza invocata a più riprese dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, all’indomani della notizia del “new look” dell’affresco, deflagrata a livello mediatico con valzer di polemiche politiche e strascico di meme ironici sui social. Persino Fiorello ha dedicato la puntata della sua “Pennicanza”, ieri, all’angelo-Meloni. E c’è chi vede nell’affresco una messaggio simbolico nascosto: sollecitare il rientro della salma dell’ultimo re d’Italia, Umberto II di Savoia, al Pantheon…
Rebus a parte, le indicazioni dell’inquilino del Collegio Romano, d’altronde, sono state rilanciare ieri stesso, anche durante il debutto della sua missione a Pechino che lo vedrà impegnato su più fronti culturali con la Cina, tra cinema, turismo e mostre. «La Soprintendenza – hanno fatto sapere dal Ministero – ha attivato le ricerche di archivio per individuare la documentazione, fotografica o disegni di progetti, del dipinto originale della cappella del Crocifisso a San Lorenzo in Lucina realizzato nel 2000. La ricerca è funzionale a un raffronto con l’attuale decorazione frutto del ripristino avvenuto nel 2025». E la prospettiva, che gli esperti in fatto di codice dei Beni culturali stanno già valutando è cristallina: se fosse acclarata la trasformazione dell’opera si va verso l’ipotesi che venga rimossa la pittura “meloniana” per ripristinare la versione originale.
Chi dovrebbe eseguire l’intervento in tal caso? I riflettori puntati in queste ore su Bruno Valentinetti, l’autore dell’affresco originario risalente al 2000, nonché lo stesso restauratore dell’opera nel 2025, potrebbero spegnersi. Nel senso che l’incarico potrebbe ricadere su un altro artista-restauratore. La cautela, certo, è alta. Il condizionale resta doveroso, in attesa che si ritrovi tutta la documentazione risalente a quasi trent’anni fa, quando venne realizzato l’affresco in occasione dell’anno giubilare. Una questione non da poco. La ricerca da parte dei funzionari è partita. Si tratta di scartabellare faldoni di trent’anni fa.
E le verifiche si stanno muovendo tra archivio di beni architettonici e quelli storico-artistici, distribuiti tra i depositi del complesso del San Michele e di Palazzo Venezia. La soprintendente Daniela Porro aveva ricostruito i fatti, spiegando al “Messaggero”: «Siamo di fronte ad una decorazione che risale al 2000, e che non è considerabile come un bene culturale antico. E ci tengo a precisare che si tratta di un ripristino e non di restauro vero e proprio: l’intervento era stato richiesto a causa di infiltrazioni che avevano causato un ammaloramento della superficie dell’opera. Per questo, l’artista Valentinetti è intervenuto su richiesta del rettore della chiesa monsignor Daniele Micheletti. Quello che posso dire è che nel 2023 veniva comunicato al Ministero, al Fec e al Vicariato, che ci sarebbe stato un ripristino dell’opera nelle forme esatte della prima opera. Ora faremo una indagine interna per vedere se c’è stata una trasformazione dell’angelo».
BENE TUTELATO
Nel caso della cappella dell’angelo “meloniano”, l’opera non è antica, certo, ma rientra comunque in un bene tutelato, in pieno centro storico patrimonio dell’Unesco. Per qualsiasi intervento serve almeno un permesso. E le nuove norme previste dal codice dei reati ai danni del patrimonio hanno anche inasprito le pene. Non sembra, però, essere stata aperta un’indagine per «intervento non autorizzato». Tutto fermo nelle carte del Comando dei carabinieri, che si trova accanto alla chiesa, nell’omonima piazza di San Lorenzo in Lucina. Si attende una segnalazione di irregolarità ufficiale dagli uffici tecnici. Ma i malumori restano. La rete di interlocutori che ruota intorno al monumento è fitta. La chiesa è di proprietà del Fondo Edifici di Culto che rientra sotto l’egida del Ministero dell’Interno. Come bene vincolato, resta sotto la responsabilità della Soprintendenza. Ed essendo una chiesa liturgica, fa capo comunque al Vicariato, che ci tiene a ribadire di essere «al corrente dal 2023 di un’azione di restauro senza nulla modificare o aggiungere sull’affresco del 2000. Pertanto la modifica del volto del cherubino è stata un’iniziativa del decoratore non comunicata agli organismi competenti».
Meloni faccia d’angelo, la Soprintendenza decide: «Originale da ripristinare»
Se sarà verificato che il “ritocco” nella basilica di San Lorenzo in Lucina non era autorizzato, l’immagine dovrà tornare nello stato precedente il restauro

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L’angelo potrebbe (ri)cambiare i connotati. O meglio, ripristinare la vecchia fisionomia angelica. Miracoli dell’arte? Mica tanto. Piuttosto una corsa a riparare interventi non autorizzati. Per i vertici dei beni culturali questo è lo scenario più naturale nel caso in cui venisse acclarato (documenti d’archivio alla mano) il ritocco sul volto dell’angelo affrescato nella Cappella del Crocifisso nella basilica di San Lorenzo in Lucina nel cuore di Roma. Cronaca vuole che dopo un restauro messo in campo nell’anno del Giubileo, quella faccia avrebbe sfoggiato una somiglianza con la premier Giorgia Meloni. Insomma, l’iconografia originale del cherubino dipinto nel 2000 sulla parete a vegliare sul busto-cenotafio di Umberto II, deve essere rispettata. L’indagine avviata negli uffici della Soprintendenza speciale di Roma, guidata da Daniela Porro, punta proprio a fare chiarezza su questo nodo della somiglianza. Sì o no? Una chiarezza invocata a più riprese dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, all’indomani della notizia del “new look” dell’affresco, deflagrata a livello mediatico con valzer di polemiche politiche e strascico di meme ironici sui social. Persino Fiorello ha dedicato la puntata della sua “Pennicanza”, ieri, all’angelo-Meloni. E c’è chi vede nell’affresco una messaggio simbolico nascosto: sollecitare il rientro della salma dell’ultimo re d’Italia, Umberto II di Savoia, al Pantheon…
Rebus a parte, le indicazioni dell’inquilino del Collegio Romano, d’altronde, sono state rilanciare ieri stesso, anche durante il debutto della sua missione a Pechino che lo vedrà impegnato su più fronti culturali con la Cina, tra cinema, turismo e mostre. «La Soprintendenza – hanno fatto sapere dal Ministero – ha attivato le ricerche di archivio per individuare la documentazione, fotografica o disegni di progetti, del dipinto originale della cappella del Crocifisso a San Lorenzo in Lucina realizzato nel 2000. La ricerca è funzionale a un raffronto con l’attuale decorazione frutto del ripristino avvenuto nel 2025». E la prospettiva, che gli esperti in fatto di codice dei Beni culturali stanno già valutando è cristallina: se fosse acclarata la trasformazione dell’opera si va verso l’ipotesi che venga rimossa la pittura “meloniana” per ripristinare la versione originale.
Chi dovrebbe eseguire l’intervento in tal caso? I riflettori puntati in queste ore su Bruno Valentinetti, l’autore dell’affresco originario risalente al 2000, nonché lo stesso restauratore dell’opera nel 2025, potrebbero spegnersi. Nel senso che l’incarico potrebbe ricadere su un altro artista-restauratore. La cautela, certo, è alta. Il condizionale resta doveroso, in attesa che si ritrovi tutta la documentazione risalente a quasi trent’anni fa, quando venne realizzato l’affresco in occasione dell’anno giubilare. Una questione non da poco. La ricerca da parte dei funzionari è partita. Si tratta di scartabellare faldoni di trent’anni fa.
E le verifiche si stanno muovendo tra archivio di beni architettonici e quelli storico-artistici, distribuiti tra i depositi del complesso del San Michele e di Palazzo Venezia. La soprintendente Daniela Porro aveva ricostruito i fatti, spiegando al “Messaggero”: «Siamo di fronte ad una decorazione che risale al 2000, e che non è considerabile come un bene culturale antico. E ci tengo a precisare che si tratta di un ripristino e non di restauro vero e proprio: l’intervento era stato richiesto a causa di infiltrazioni che avevano causato un ammaloramento della superficie dell’opera. Per questo, l’artista Valentinetti è intervenuto su richiesta del rettore della chiesa monsignor Daniele Micheletti. Quello che posso dire è che nel 2023 veniva comunicato al Ministero, al Fec e al Vicariato, che ci sarebbe stato un ripristino dell’opera nelle forme esatte della prima opera. Ora faremo una indagine interna per vedere se c’è stata una trasformazione dell’angelo».
BENE TUTELATO
Nel caso della cappella dell’angelo “meloniano”, l’opera non è antica, certo, ma rientra comunque in un bene tutelato, in pieno centro storico patrimonio dell’Unesco. Per qualsiasi intervento serve almeno un permesso. E le nuove norme previste dal codice dei reati ai danni del patrimonio hanno anche inasprito le pene. Non sembra, però, essere stata aperta un’indagine per «intervento non autorizzato». Tutto fermo nelle carte del Comando dei carabinieri, che si trova accanto alla chiesa, nell’omonima piazza di San Lorenzo in Lucina. Si attende una segnalazione di irregolarità ufficiale dagli uffici tecnici. Ma i malumori restano. La rete di interlocutori che ruota intorno al monumento è fitta. La chiesa è di proprietà del Fondo Edifici di Culto che rientra sotto l’egida del Ministero dell’Interno. Come bene vincolato, resta sotto la responsabilità della Soprintendenza. Ed essendo una chiesa liturgica, fa capo comunque al Vicariato, che ci tiene a ribadire di essere «al corrente dal 2023 di un’azione di restauro senza nulla modificare o aggiungere sull’affresco del 2000. Pertanto la modifica del volto del cherubino è stata un’iniziativa del decoratore non comunicata agli organismi competenti».
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