Quel che resta di Cristina: “Hanno fatto la loro vita quale sarebbe stata la sua? Non voglio neanche vederli”

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Laura Saviano, cugina e coetanea della 18enne sequestrata e uccisa nel ’75 "Non avevo gli strumenti per capire. Non arrivano nemmeno in mezzo secolo" .

Laura Saviano, cugina e coetanea della 18enne sequestrata e uccisa nel ’75 “Non avevo gli strumenti per capire. Non arrivano nemmeno in mezzo secolo” .

Il giorno della lettura della sentenza che ha aggiunto al tragico sequestro e alla morte di Cristina Mazzotti un pezzo di verità attesa da cinquant’anni è anche il giorno che riporta a galla le emozioni più profonde. Con tutta la forza di cui sono capaci i ricordi, i salti indietro nel tempo e la paura di rivivere quelle settimane. Il dolore iniziato la sera del 30 giugno 1975, e non ancora svanito. Cinquant’anni che, per chi era vicino a Cristina, non sono bastati a darsi pace. Lo racconta bene Laura Saviano, coetanea e cugina di Cristina, ma “anche sorella, amica, tutto… Eravamo molto legate, ridevamo spesso”.

Quella sera sarebbe dovuta essere con lei. “Ci eravamo sentite per telefono verso le 19, mi aveva chiesto se uscivo, ma avevo mal di testa, sono rimasta a casa”.

È stata l’ultima volta che vi siete parlate. Cosa ha provato quando ha saputo della sentenza? “In questi mesi, sono volutamente rimasta lontano dal processo. Sono molto emotiva, ogni volta che sento parlare del rapimento di Cristina è come tornare a quei momenti. E anche ora sta accadendo: rivedere le sue foto ovunque, risentire cosa ha subìto, mi fa rivivere quella sera. Io sono molto emotiva, non sarei mai riuscita a vedere le persone accusate di averla portata via”.

Cosa ricorda di quei momenti di 50 anni fa? “Mi ricordo tutto perfettamente, anche della sera in cui è stata ritrovata, ogni dettaglio. Tutto quel periodo è stato molto duro, ci facevamo domande e non trovavamo risposte, ci chiedevamo di continuo perché proprio a noi era toccata questa cosa. C’erano dolore e paura, ma anche incredulità. Ognuno di noi era disperato, e non avevi nessuno a cui appoggiarti, ci siamo dovuti arrangiare, trovare il nostro modo di andare avanti. Eravamo famiglie unite, è stata la nostra forza. Mia madre e la madre di Cristina erano sorelle, mio padre era medico al Fatebenefratelli e all’epoca vivevamo a Erba”.

Poi il 1° settembre del 1975, un mese dopo il sequestro, Cristina fu trovata in una discarica. Come ricorda quella sera? “Improvvisamente i miei genitori sono usciti, lasciandomi con la tata ad accudire i miei fratelli, due gemelli di sei anni più piccoli di me. Era arrivata la notizia del ritrovamento di Cristina: mio padre fu tra i primi ad accorrere, e ha fatto il riconoscimento, come zio e come medico. A me non hanno detto niente: l’ho saputo dalla tv, a casa, e ancora oggi non so descrivere lo choc”.

Pensa spesso a Cristina? “Di continuo. Cerco di immaginare come sarebbe stata la sua vita, con una famiglia e dei figli. Di lei ho solo bei ricordi, e vorrei averla ancora qui con me. Al mio diciottesimo compleanno, a febbraio, avevamo fatto l’ultima foto insieme. Penso sempre alla fragilità che mi ha lasciato la sua scomparsa in quel modo: a quell’età sei maggiorenne, ma non sei un adulto. Hai la vita davanti, e all’improvviso ti si alza davanti un muro di cattiveria. Non capisci, non hai gli strumenti per comprendere, e non arrivano mai, nemmeno con il passare degli anni. Vai avanti, ma non te ne fai una ragione. In questo, la forza di mia zia è stato un grande esempio, per me e per tutti”.

I processi che si sono avvicendati negli anni cosa le hanno restituito? “È giusto che abbiano pagato, ma i sentimenti nei loro confronti sono tanti. Sapere che c’erano anche donne tra i carcerieri, e nemmeno loro abbiano avuto pietà per una ragazza di 18 anni, è stata una coltellata. Il pensiero che fosse nelle mani di persone che l’hanno trattata in quel modo è stato altro dolore”.

E quest’ultimo processo? “Ho pensato che comunque la loro vita l’hanno fatta. Non ho mai avuto un senso di vendetta: a cosa serve, di cosa ti vendichi? Non li voglio nemmeno vedere”.

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