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Mentre si avvicinano le elezioni del 2026, arriva un importante aggiornamento relativo all’elemento più importante per vincere una campagna elettorale negli Stati Uniti: i dollari. I candidati, infatti, hanno degli obblighi molto precisi in termini di rendicontazione delle entrate e delle spese elettorali, al contrario delle Political Action Committees, i PACs di cui si parla tanto, che sempre di più influenzano le campagne e creano conflitti d’interessi.
Per questo motivo, guardare ai numeri “puri” relativi ai vari candidati del 2026 ha senso, ma fino ad un certo punto. Posto questo limite, sono i candidati democratici ad avere il vantaggio in termini di fundraising, sia per quanto riguarda il Senato, con circa 300 milioni di dollari raccolti da candidati dem (molti di questi impegnati in primarie competitive), contro i 228 raccolti dai repubblicani. La distanza, almeno in termini assoluti, è simile se pensiamo alla House, con i candidati dem che raccolgono 519 milioni di dollari, rispetto ai 437 dei repubblicani, che comunque dimostrano segnali di ripresa di fronte ad un ciclo elettorale che si prospetta quantomeno complicato.
A livello di comitati centrali nazionali dei partiti, invece, i repubblicani mostrano una situazione finanziaria decisamente migliore della controparte dem, simbolo di una crescente proporzione di elettori e candidati democratici che vogliono mandare un messaggio alla loro parte “corporate”, accusata di cedevolezza di fronte agli eccessi trumpiani. A raccogliere il maggiore quantitativo di fondi sono principalmente quei deputati provenienti da distretti in bilico, ad esempio Jane Miller-Meeks, repubblicana eletta in Iowa con un margine di meno di mille voti, che ha raccolto oltre quattro milioni di dollari nel 2025, oppure al Senatore democratico della Georgia Jon Ossoff, che dovrà difendersi in uno Stato vinto da Trump nel 2024 e che ha raccolto oltre 60 milioni di dollari per la sua rielezione, con uno stacco di oltre 30 milioni sul secondo in lista.
Bisogna tenere conto anche dei gruppi esterni che spingeranno cifre importantissime in campagne elettorali in cui la spesa complessiva potrebbe superare il miliardo di dollari, come si prevede, ad esempio, in North Carolina. Ma, come spesso avviene, Donald Trump avrà un’influenza rilevante, un caso particolare rispetto a quello che è un lame duck President, ovvero un Presidente non in grado di ricandidarsi.
Secondo quanto elaborato sulla base dei dati della Federal Election Commission, il Presidente, tramite vari PAC, avrebbe nelle casse diverse centinaia di milioni di dollari, tra cui almeno 300 con il suo MAGA inc., 50 con il fondo Never Surrender. Numeri strabilianti, che si riverseranno nelle campagne elettorali e nelle primarie di partito, dove i fedelissimi MAGA sono pronti ad attaccare alcuni senatori come John Cornyn del Texas o Bill Cassidy della Louisiana.
Pur senza essere sulla scheda elettorale (e questo danneggerà i repubblicani), Donald Trump giocherà un ruolo determinante rispetto a quelli che saranno gli equilibri del parlamento americano, con il duplice obiettivo di mantenere delle maggioranze scricchiolanti e, al contempo, di sostituire i repubblicani “infedeli” con figure più schiacciate sul Presidente.
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Redazione
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