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Australia, Africa e Asia: l’Unione europea alla conquista di nuove rotte di export
Dopo gli accordi stretti con l’area del Mercosur e l’India gli sherpa di Bruxelles trattano in tutto il mondo per chiudere altre intese commerciali di libero scambio. Il peso dell’Italia e la necessità di battere la concorrenza di Usa e Cina

Soltanto sul pagamento dei dazi l’Europa risparmierà circa 8 miliardi grazie ai recenti accordi commerciali con l’area del Mercosur e l’India.
Chiusi questi due dossier, Bruxelles è già al lavoro per stringere intese simili: Australia, Paesi del Medioriente o del Sudest asiatico, le priorità. Perché la partita è doppia: va impedita la creazione di un duopolio commerciale tra Usa e Cina; servono corridoi di libero scambio per accedere a metalli e terre rare e vendere agli emergenti macchinari e servizi necessari alla loro crescita industriale.
La questione, quindi, non è soltanto economica, ma «strategica» per usare le parole di Matteo Zoppas. Il presidente dell’Ice mette in guardia «dai nostri competitor che stanno fuori dall’Europa e diventano sempre più aggressivi. Negli ultimi decenni, solo per citare un caso, la Cina ha saputo beneficiare del trasferimento di produzioni europee e assorbire tecnologie e know-how passando da un’eccellenza sui costi a un’eccellenza nello sviluppo dei prodotti». Quindi la concorrenza non si gioca solo sui dazi, ma sulla qualità.

Da qui la necessità per l’Europa (Italia in primis) di allargare il proprio raggio d’azione, trovare o rafforzarsi nei nuovi mercati, superando le barriere con Fta (Facilitation Trade Agreement) come quelli siglati con Mercosur e India. Il modello poi è vincente: tra la quarantina di accordi esistenti, quello con la Corea del Sud ha fatto crescere l’export Ue del 127 per cento, quello con il Canada del 49,3 e quello con il Giappone del 15,7. In questa direzione, a Bruxelles sperano di riaprire le trattative con l’Australia, interrotte bruscamente nel 2023: un’intesa aumenterebbe di 4 miliardi all’anno l’export di ognuna delle parti.
AUSTRALIA
Tra Europa e Australia si muovono servizi e merci per un valore superiore ai 56 miliardi (l’interscambio italiano è pari a un decimo di questa). I dazi non sono uno scoglio insormontabile – sono intorno al 10 per cento – il nodo, anzi i nodi riguardano norme molto restrittive sulla biosicurezza, scarsa tutela per le indicazioni geografiche o quote per garantire la produzione locale. Non a caso nel 2023 il tavolo saltò perché Canberra chiedeva maggiore accesso per i suoi prodotti (carne bovina, ovina e zucchero) nel Vecchio Continente e più barriere alle importazioni. Bruxelles guardava e guarda a terre rare e materiali critici.
Con 4 sedi sparse nel Paese, è ben radicata in Australia Mermec (Angel Holding), quartier generale a Monopoli (Bari) e colosso internazionale della diagnostica e della manutenzione ferroviaria. «Siamo qui – spiega il Vp & General Manager – Global Business Develpoment, Angelo Petrosillo – da circa 20 anni. Realizziamo soluzioni di segnalamento di bordo e treni di misurazione, quindi laboratori ad altissima tecnologia per ispezionare le linee convenzionali, le metropolitane e le ferrovie minerarie». Mermec attende di crescere ancora con l’avvento dell’alta velocità. Più in generale, secondo Petrosillo, l’Australia è strategica perché «è un continente, fondamentale nello scacchiere per entrare in Sud Pacifico e Cina. Poi il 30 per cento della popolazione ha origini italiane e un amore sconfinato verso il made in Italy. Certo, ci sono requisiti rigidi sul fitosanitario, ma è fortissima la richiesta di elettronica avanzata, come la meccatronica, e digitale».
SUDEST ASIATICO
Non lontano da questo quadrante ecco il Sudest asiatico, come l’Australia porta strategica verso una Cina che si sta progressivamente chiudendo. Ultimato un protocollo con l’Indonesia (l’interscambio è pari a 30 miliardi) Bruxelles accelera su Filippine, Malesia, Thailandia e l’Asean. L’import-export Ue con Manila vale 20 miliardi (1,81 miliardi la parte italiana), con Kuala Lumpur 35 miliardi (3,1 miliardi), con Bangkok 35 miliardi (3,3 miliardi). Senza barriere più vendite per auto, energia, farmaci o grandi infrastrutture.
È di casa Maire, colosso dell’ingegneristica e delle soluzioni per la transizione energetica. Racconta il presidente e fondatore Fabrizio Di Amato: «Il Sudest asiatico è per noi una delle aree strategiche. Qui contiamo in particolare su una forte presenza in India – con più di 3mila ingegneri tra Mumbai, Nuova Delhi e Bangalore – nonché su altri mercati tra cui Malesia, Indonesia e Filippine». Il made in Italy e il made in Europe possono rispondere alla domanda di «economie che stanno investendo con decisione nell’energia e nella chimica». Non a caso la controllata Nextchem (tecnologie per la transizione) è impegnata in numerose iniziative per la produzione industriale a minore impatto carbonico, tra fertilizzanti green, economia circolare per il recupero dei rifiuti e produzione di componenti chimici e plastici, cattura della CO₂ fino al nucleare di nuova generazione.
Si sta affacciando al Sudest asiatico – è in trattative per trovare un distributore in Thailandia per gelati e dolci surgelati – il marchio Sammontana. «Storicamente – spiega il vicepresidente Lorenzo Bagnoli – questo mercato è molto sfidante per due ragioni. Il prodotto italiano non è conosciuto come negli Usa o in Sud America. Eppoi sono molte le barriere per l’ingresso delle merci: non parlo solo di dazi, quanto di regole fitosanitarie per esempio sul latte e i suoi derivati, o autorizzazioni doganali». Nei Paesi islamici come l’Indonesia il food deve sottostare a certificazioni Halal molto stringenti e modificare gli ingredienti dei prodotti. «Detto questo – conclude Bagnoli – parliamo di aree dal potenziale immenso, molto popolate, dove in primis i giovani hanno voglia di vivere e diversificare i loro consumi».
PAESI DEL GOLFO
È facile, poi, scommettere a breve sulla firma di un accordo di partenariato tra Ue ed Emirati Arabi Uniti. Nel maggio scorso sono iniziati i negoziati, in programma anche in questi giorni. L’obiettivo è raddoppiare transazioni di beni e servizi che già oggi valgono 68 miliardi (l’interscambio con l’Italia è pari a 10 miliardi) e spaziano tra rinnovabili, idrogeno verde, IA, agrifood e aerospazio. Passaggi successivi: migliorare l’accordo di cooperazione economica siglato nel 1989 tra Ue e Consiglio di Cooperazione del Golfo e, soprattutto, trattare un Fta con l’Arabia Saudita. Paese che dall’Italia compra meccanica, farmaceutica, arredo o moda.
Storicamente il Medioriente per il made in Italy vuol dire lusso. A Dubai come a Riad sono molto conosciute le creazioni del gioielliere Franco Pianegonda, pioniere in questo quadrante, che ha appena lanciato il marchio FrancoP&Sons. «Il mercato orientale – dice – è sempre più consapevole della propria forza: vogliono pezzi unici e personalmente questo mi ha permesso di confrontarmi meglio con le loro tradizioni. Da loro ho imparato elementi utili al mio design, a “mettere “un po’ di spezie” nei miei gioielli. Le generazioni più giovani, poi, hanno studiato in Europa, hanno un certo palato per il nostro gusto». Sul fronte americano non c’è solo il recente accordo sul Mercosur. Manca soltanto il via libera del Parlamento europeo all’aggiornamento del trattato di libero scambio con il Messico, che ha alleggerito le procedure su standard digitali e proprietà intellettuale e l’accesso ai prodotti agricoli. Giacomo Ponti – presidente dell’omonimo gruppo che esporta in 73 mercati aceti, conserve sott’olio e sottaceti – ricorda che «Sud America e Asia rappresentano frontiere promettenti e una sfida da cogliere senza esitazione per la nostra crescita, viste le loro tradizioni gastronomiche molto radicate».
NORD AFRICA
Poi, restando più vicino a casa, c’è l’Africa, che pur dovendo recuperare, cresce in media ogni anno del 4 per cento. L’Europa qui deve sfidare la pressione cinese e quella russa. Non a caso Bruxelles vuole andare oltre la logica dei singoli accordi di associazione come quelli firmati con Marocco, Tunisia ed Egitto e stringere intese più ambiziose con respiro regionale. «Le imprese – spiega Maurizio Stirpe, presidente di Prima Sole Components, uno degli attori più globalizzati dell’automotive italiano – vanno dove c’è business e ci sono le condizioni per realizzarlo». Il gruppo di Stirpe sta studiando come insediarsi nel Maghreb, anche per intercettare «la filiera produttiva dell’auto che è nata tra Spagna, Portogallo, Marocco e Algeria. Credo che il Nord Africa possa diventare uno dei game changer nelle politiche di esportazione a livello mondiale. È un mercato tutto da creare, ma soprattutto è geograficamente vicino a noi: una condizione che ci aiuta a ridurre i costi e superare i limiti culturali».
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