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Iran, la pentola a pressione dei diritti umani

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6 febbraio, 00:06
Il Medio Oriente tra tensioni e diplomazia tiene col fiato sospeso il mondo. L’Iran, piovra dai tanti tentacoli armati e mente del 7 ottobre costituisce, nella regione, il principale focus geopolitico d’instabilità.
Per scongiurare un attacco americano a Teheran oggi in Oman si apre un negoziato, ma per quale motivo è così difficoltoso e offuscato da tante ombre?
La minaccia della potente “armada” posizionata nel Mar Arabico agitata da Trump ha indotto l’Iran a più miti consigli, acconsentendo a sedersi al tavolo negoziale. Sullo sfondo, le tensioni, in realtà, non sono mancate come l’abbattimento da parte americana di un drone iraniano che si stava avvicinando alla portaerei Lincoln e la minaccia di abbordaggio di navi iraniane ad una petroliera statunitense nello Stretto di Hormuz. In effetti, le tensioni della regione si riverberano esattamente su tale Stretto provocando il pericolo della riduzione o addirittura del blocco del commercio di petrolio e di gas da Oriente a Occidente. Recentemente ciò ha causato l’aumento del prezzo del greggio e i primi a farne le spese sono stati proprio i Paesi europei importatori di energia, ma il rialzo del costo dell’oro nero ha fatto sì che pure molti Paesi arabi sostenessero il disinnesco dell’escalation militare e l’opzione negoziale.
Prima dei colloqui odierni tra Usa e Repubblica islamica, Witkoff ha incontrato in Israele il premier Netanyahu e il suo entourage proprio per discutere del dossier Iran. Tale visita mirava a esplorare le linee rosse di Tel Aviv nei confronti di Teheran e a valutare quale tipo di accordo Israele avrebbe potuto accettare. Bibi ha detto a Witkoff che “il Paese degli Ayatollah ha ripetutamente dimostrato che non ci si può fidare delle sue promesse”. Le richieste di Israele e Usa sono simili al “quadro di principi chiave” proposto dai tre Paesi mediatori (Qatar, Turchia ed Egitto) alle parti da discutere durante i colloqui – come riportato da Al Jazeera – che prevede per l’Iran tali obblighi: l’interruzione dell’arricchimento nucleare (per tre anni) e, successivamente, la limitazione dell’arricchimento a meno dell’1,5%; il trasferimento delle scorte (440 kg) a un Paese terzo, restrizioni all’uso dei missili balistici; e la non cessione di armi e tecnologie da parte di Teheran ai suoi alleati regionali non statali. Infine, i mediatori proporrebbero anche un “accordo di non aggressione” tra Washington e Teheran. Come i due player risponderanno al quadro proposto? Israele ha influenzato in passato i negoziati tra le due potenze ed è anche per questa ragione che gli iraniani hanno provocato ultimamente tensioni militari con gli Usa, per scoraggiare una loro linea unicamente pro-Israele durante i colloqui. Le posizioni sarebbero distanti tra la Casa Bianca e gli Ayatollah perché quest’ultimi avevano chiesto inizialmente un ordine del giorno con l’unico tema del nucleare, poi, in extremis, hanno cambiato idea e accettato di confrontarsi pure sugli altri temi. In più, hanno richiesto un incontro solamente con gli Stati Uniti. Di fatto, gli iraniani vorrebbero escludere dai colloqui gli altri Paesi mediatori con a cuore la sicurezza della regione perché sono loro antagonisti (tranne il Qatar) e avrebbero remato contro i loro interessi.
Ma un punto focale l’ha toccato il segretario di Stato Rubio quando ha dichiarato: “Credo che per ottenere qualcosa di concreto bisogna che si affronti, tra i tanti temi, il modo in cui (gli Ayatollah) trattano i loro stessi cittadini”. Questo sembra essere un problema dimenticato. Ma Trump aveva promesso all’inizio di gennaio di “salvare” gli iraniani dalla repressione del governo. Quando loro sono scesi in piazza, durante i disordini interni più sanguinosi dalla rivoluzione del 1979, portavano cartelli indirizzati al Presidente americano e hanno ribattezzato le strade con il suo nome. Hanno filmato videomessaggi che imploravano l’intervento di Washington. Credevano che gli avvertimenti espliciti del tycoon contro l’uccisione dei manifestanti significassero qualcosa. E proprio per tale motivo gli emissari di Trump dovranno essere pronti a trattare con il regime iraniano innanzitutto urgenti riforme radicali politiche ed economiche per il Paese, ancor prima degli interessi strategici della potenza americana. Non si può pensare che una teocrazia in vigore da quasi cinquant’anni possa ammodernarsi all’improvviso, ma Washington può fare pressione affinché il regime approvi delle leggi meno restrittive a favore della società civile come chiede da molto tempo ai suoi governanti. Gli Stati Uniti non possono girarsi dall’altra parte e pensare che i trentamila manifestanti iraniani morti e i cinquantamila arrestati non sono esistiti o non esistono. I leader del regime teocratico sanno, però, che Trump vuole una vittoria e che i manifestanti impauriti ora sono chiusi in casa. Hanno in mano il tempo per consolidare di nuovo il controllo sul Paese. Gli americani, però, non dovranno cadere nella loro trappola. L’Iran, con qualsiasi forma di governance, deve al suo popolo un rinnovamento e Trump, questa volta, non può perdere ulteriormente la sua credibilità. Se non si trovasse un accordo la pentola a pressione mediorientale salterebbe nuovamente. Ma l’ultima cosa che vogliamo è assistere all’ennesima guerra che porterebbe una pericolosa instabilità politica ed economica questa volta non solo al popolo iraniano già martoriato ma all’intero mondo.
Iran, la pentola a pressione dei diritti umani

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6 febbraio, 00:06
Il Medio Oriente tra tensioni e diplomazia tiene col fiato sospeso il mondo. L’Iran, piovra dai tanti tentacoli armati e mente del 7 ottobre costituisce, nella regione, il principale focus geopolitico d’instabilità.
Per scongiurare un attacco americano a Teheran oggi in Oman si apre un negoziato, ma per quale motivo è così difficoltoso e offuscato da tante ombre?
La minaccia della potente “armada” posizionata nel Mar Arabico agitata da Trump ha indotto l’Iran a più miti consigli, acconsentendo a sedersi al tavolo negoziale. Sullo sfondo, le tensioni, in realtà, non sono mancate come l’abbattimento da parte americana di un drone iraniano che si stava avvicinando alla portaerei Lincoln e la minaccia di abbordaggio di navi iraniane ad una petroliera statunitense nello Stretto di Hormuz. In effetti, le tensioni della regione si riverberano esattamente su tale Stretto provocando il pericolo della riduzione o addirittura del blocco del commercio di petrolio e di gas da Oriente a Occidente. Recentemente ciò ha causato l’aumento del prezzo del greggio e i primi a farne le spese sono stati proprio i Paesi europei importatori di energia, ma il rialzo del costo dell’oro nero ha fatto sì che pure molti Paesi arabi sostenessero il disinnesco dell’escalation militare e l’opzione negoziale.
Prima dei colloqui odierni tra Usa e Repubblica islamica, Witkoff ha incontrato in Israele il premier Netanyahu e il suo entourage proprio per discutere del dossier Iran. Tale visita mirava a esplorare le linee rosse di Tel Aviv nei confronti di Teheran e a valutare quale tipo di accordo Israele avrebbe potuto accettare. Bibi ha detto a Witkoff che “il Paese degli Ayatollah ha ripetutamente dimostrato che non ci si può fidare delle sue promesse”. Le richieste di Israele e Usa sono simili al “quadro di principi chiave” proposto dai tre Paesi mediatori (Qatar, Turchia ed Egitto) alle parti da discutere durante i colloqui – come riportato da Al Jazeera – che prevede per l’Iran tali obblighi: l’interruzione dell’arricchimento nucleare (per tre anni) e, successivamente, la limitazione dell’arricchimento a meno dell’1,5%; il trasferimento delle scorte (440 kg) a un Paese terzo, restrizioni all’uso dei missili balistici; e la non cessione di armi e tecnologie da parte di Teheran ai suoi alleati regionali non statali. Infine, i mediatori proporrebbero anche un “accordo di non aggressione” tra Washington e Teheran. Come i due player risponderanno al quadro proposto? Israele ha influenzato in passato i negoziati tra le due potenze ed è anche per questa ragione che gli iraniani hanno provocato ultimamente tensioni militari con gli Usa, per scoraggiare una loro linea unicamente pro-Israele durante i colloqui. Le posizioni sarebbero distanti tra la Casa Bianca e gli Ayatollah perché quest’ultimi avevano chiesto inizialmente un ordine del giorno con l’unico tema del nucleare, poi, in extremis, hanno cambiato idea e accettato di confrontarsi pure sugli altri temi. In più, hanno richiesto un incontro solamente con gli Stati Uniti. Di fatto, gli iraniani vorrebbero escludere dai colloqui gli altri Paesi mediatori con a cuore la sicurezza della regione perché sono loro antagonisti (tranne il Qatar) e avrebbero remato contro i loro interessi.
Ma un punto focale l’ha toccato il segretario di Stato Rubio quando ha dichiarato: “Credo che per ottenere qualcosa di concreto bisogna che si affronti, tra i tanti temi, il modo in cui (gli Ayatollah) trattano i loro stessi cittadini”. Questo sembra essere un problema dimenticato. Ma Trump aveva promesso all’inizio di gennaio di “salvare” gli iraniani dalla repressione del governo. Quando loro sono scesi in piazza, durante i disordini interni più sanguinosi dalla rivoluzione del 1979, portavano cartelli indirizzati al Presidente americano e hanno ribattezzato le strade con il suo nome. Hanno filmato videomessaggi che imploravano l’intervento di Washington. Credevano che gli avvertimenti espliciti del tycoon contro l’uccisione dei manifestanti significassero qualcosa. E proprio per tale motivo gli emissari di Trump dovranno essere pronti a trattare con il regime iraniano innanzitutto urgenti riforme radicali politiche ed economiche per il Paese, ancor prima degli interessi strategici della potenza americana. Non si può pensare che una teocrazia in vigore da quasi cinquant’anni possa ammodernarsi all’improvviso, ma Washington può fare pressione affinché il regime approvi delle leggi meno restrittive a favore della società civile come chiede da molto tempo ai suoi governanti. Gli Stati Uniti non possono girarsi dall’altra parte e pensare che i trentamila manifestanti iraniani morti e i cinquantamila arrestati non sono esistiti o non esistono. I leader del regime teocratico sanno, però, che Trump vuole una vittoria e che i manifestanti impauriti ora sono chiusi in casa. Hanno in mano il tempo per consolidare di nuovo il controllo sul Paese. Gli americani, però, non dovranno cadere nella loro trappola. L’Iran, con qualsiasi forma di governance, deve al suo popolo un rinnovamento e Trump, questa volta, non può perdere ulteriormente la sua credibilità. Se non si trovasse un accordo la pentola a pressione mediorientale salterebbe nuovamente. Ma l’ultima cosa che vogliamo è assistere all’ennesima guerra che porterebbe una pericolosa instabilità politica ed economica questa volta non solo al popolo iraniano già martoriato ma all’intero mondo.
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