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Natale Mazzuca: «Il Sud motore del Paese al centro del Mediterraneo»

«Il Sud non è più un’area assistita, ma è una piattaforma produttiva e logistica al centro del Mediterraneo». Leggendo il “Check-up Mezzogiorno 2025”, Natale Mazzuca, vicepresidente di Confindustria per le politiche strategiche per lo sviluppo del Mezzogiorno, sottolinea il peso di questo quadrante del Paese nelle dinamiche nazionali.
Il Sud in questi anni è cresciuto più del resto del Paese. Andrà così anche in futuro?
«Sì, perché oggi non parliamo più di un rimbalzo tecnico, ma di una traiettoria che si è alimentata con investimenti e scelte di policy. I numeri ci dicono che il Mezzogiorno ha corso più della media italiana negli ultimi anni, ma quello che conta è che si è rimessa in moto la fiducia. La condizione è semplice: continuità. Regole stabili, tempi certi, senza stop and go che bloccano la propensione a investire. E, ripeto, c’è una visione chiara: il Sud non è più area assistita, ma piattaforma produttiva e logistica, al centro del Mediterraneo».
È un cambio di passo strutturale? E quali sono i nodi ancora da affrontare?
«È strutturale nella misura in cui proviene dal sistema produttivo: più aziende che scelgono di crescere, investire, innovare e stare sui mercati, insieme a strumenti pubblici che funzionano meglio. È il “Fattore Mezzogiorno”: quando politiche e imprese vanno nella stessa direzione, il risultato si vede. Alcuni nodi però restano: produttività, infrastrutture, servizi pubblici e capacità amministrativa. Se non li affrontiamo in modo integrato, partendo dalle basi gettate negli ultimi anni, il rischio è che questa energia si disperda».
Decisiva è stata la spinta degli investimenti. Ma a breve il Pnrr arriverà alla sua scadenza naturale.
«La transizione post Pnrr deve essere guidata: bisogna già oggi progettare strumenti ordinari più efficaci. La Programmazione, e con essa la politica di coesione, da sole non bastano, anche se stanno diventando più selettive e orientate ai risultati. Serve una governance stabile, che crei le condizioni affinché le amministrazioni spendano bene, e che accompagni tutti i territori, a partire da quelli che non hanno ancora agganciato appieno il treno della ripresa. Bisogna poi mantenere un forte effetto leva: l’obiettivo non è sostituire gli investimenti delle imprese, ma moltiplicarli».
La crescita del Sud – visti gli impatti di Zes Unica, del Pnrr, del credito di imposta sugli investimenti o delle decontribuzioni – è dovuta soltanto a interventi pubblici?
«Gli strumenti pubblici creano cornici e convenienza, ma la crescita la fanno i progetti industriali. La Zes Unica è cruciale proprio per questo: non è solo incentivo, è anche semplificazione e certezza del procedimento, e ha intercettato molta domanda. La vera differenza è che le imprese, quando le misure sono a scadenza, rimandano; se sono semplici e stabili, invece, pianificano».
Qual è stato, allora, il valore aggiunto delle imprese?
«Il valore aggiunto è stato trasformare le opportunità in investimenti reali: impianti, tecnologie e prodotti. Parte delle imprese si sono patrimonializzate, hanno rafforzato gestione e organizzazione e hanno capito che la competizione si vince per filiere. E si è consolidato il rapporto con i territori: quando l’impresa cresce, crea lavoro qualificato, indotto e trattiene competenze che altrimenti c’è il rischio che si perdano».
Quali sono le filiere più dinamiche?
«Sono quelle che combinano qualità e proiezione internazionale: agroalimentare, farmaceutica, aerospazio e nicchie manifatturiere legate alle transizioni. L’export è un termometro importante, perché misura competitività vera; per farlo crescere, bisogna puntare anche sui fattori abilitanti: porti e logistica, connessioni ferroviarie, energia a costi sostenibili».
Al Sud cresce l’occupazione, ma anche il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.
«Serve un patto competenze-impresa-territori, che crei nuovi ecosistemi della crescita. Ne sono parte anche università e poli della formazione che parlino la lingua delle filiere produttive: Its, formazione tecnica, devono diventare la normalità, non l’eccezione. Il mismatch si risolve con percorsi formativi progettati insieme alle imprese. E servono politiche attive che funzionino, orientate all’incontro domanda-offerta. Anche qui la parola chiave è continuità: programmi pluriennali, non interventi spot.
Quali sono le prossime sfide per il governo nel Sud?
«La prima è rendere strutturali gli strumenti che funzionano: stabilità e certezza dei tempi. La seconda è la competitività come driver in grado di spostare gli investimenti. La terza è l’efficacia della spesa: non basta mettere risorse, bisogna trasformarle in opere, servizi e produttività. La quarta è la messa in sicurezza del territorio: l’emergenza legata al ciclone Harry ci impone di lavorare insieme, imprese e amministrazioni. E poi una sfida trasversale: costruire una narrazione credibile per gli investitori che dica che al Sud, come in tutto il Paese, si può fare impresa con tempi e regole certe».
Per concludere, leggendo il Check-up Mezzogiorno 2025, si conferma l’idea che la spinta al Pil del Paese non viene più dal Nord ma dal Sud.
«Il rapporto conferma un Sud con un potenziale di convergenza più concreto rispetto al passato. Ma non è un derby: l’obiettivo è far crescere l’Italia intera, riducendo i divari che tuttora permangono al Sud e pesano sulla competitività nazionale. Il Sud può diventare un moltiplicatore, se questa fase si consolida con politiche coerenti e imprese capaci di fare scala».
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