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Nel racconto messo a verbale dall’imprenditore, tutto parte otto anni fa da vicolo Benfante, a Palermo: è lì che la società, che sta ristrutturando un immobile che sarebbe dovuto diventare uno studentato, riceve la prima visita dei Vernengo, che abitano nella stessa strada. «Nel momento in cui ho iniziato la ristrutturazione – spiegava l’uomo alla polizia – sono iniziati dei problemi relativamente all’accesso dei mezzi in fondo al vicolo Benfante poiché c’è un area di parcheggio del condominio dove abitano i Vernengo, non ricordo il numero civico ma posso indicare l’immobile dove risiedono».
L’auto davanti al cantiere e la minaccia: non ti faccio entrare a Palermo
Il primo episodio che segna il salto di qualità delle minacce è quello dell’auto che blocca l’accesso al cantiere. L’imprenditore prova a risalire al proprietario, scatta una foto e scopre che a gestire quella situazione è Giusto Vernengo. La frase che gli viene rivolta è secca: «Se voglio non ti faccio entrare a Palermo».
I blocchi al cantiere e lo schiaffo
Gli ostacoli, sempre in vicolo Benfante, tornano durante i lavori di urbanizzazione e fognatura. L’imprenditore denuncia che una mattina non trova la segnaletica di divieto e, non potendo far scaricare le betoniere per via di mezzi parcheggiati, chiama i vigili urbani. Mentre si spostano le auto, sostiene di essere stato aggredito proprio da Giusto Vernengo: «Era in compagnia della moglie, che non conoscevo, mi ha aggredito verbalmente e subito dopo colpendomi con uno schiaffo nella guancia». È l’episodio che segna il passaggio dalle pressioni ai fatti.
Entra in scena Pippo Vernengo: la richiesta «per i picciotti»
Dopo quell’episodio all’imprenditore si presenta Pippo (Giuseppe, ndr) Vernengo che apostrofa il costruttore come «quello che chiama la polizia». Poi, a distanza di qualche mese, arriva la richiesta esplicita di denaro: «Ci sono dei picciotti che hanno bisogno di 2000 euro». Il costruttore spiega di avere ceduto, consegnando contanti: 1000 euro. Pippo Vernengo torna al cantiere e chiede di nuovo soldi: altri 2.000 euro, questa volta sostenendo che si tratterebbe di un prestito. L’imprenditore dice di avere pagato ancora, ma solo una parte: 500 euro.
«Qui non vai più avanti»
L’episodio più delicato arriva a dicembre 2025. Il figlio dell’imprenditore avvisa il padre che c’è «Pippo» che vuole parlargli. L’uomo attiva la registrazione e riferisce che Vernengo gli contesta parole attribuite al ragazzo, pronunciate una settimana prima: «Che volete da mio padre non solo che ha portato dignità in questa via e voi continuate?».
Vernengo pretende che i lavori proseguano «secondo la sua indicazione» e accompagna tutto con un avvertimento netto: «È inutile che… lei sa quello che deve fare, sappia che se non si accorda con noi, lei non va più avanti».
La mazza da baseball e la minaccia fisica al figlio
L’escalation diventa fisica e coinvolge direttamente il figlio dell’imprenditore. Una sera davanti alla rampa d’ingresso del cantiere Vernengo avrebbe aperto il cofano della propria auto e tirato fuori una mazza, puntandola contro il giovane. «L’ha tirata fuori dal cofano della propria macchina, una Mercedes». Poi il gesto: «Dopo averlo preso con le mani nel labbro, gli diceva che lui era un bravo ragazzo e riponeva la mazza nel cofano».
L’ordigno inesploso nel cantiere
A inizio gennaio 2026 nel cortile interno dello studentato era esploso un potente petardo, mentre un secondo ordigno è stato rinvenuto inesploso. Ed è a questo punto che è scattata la decisione della vittima di rivolgersi alla polizia.
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