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Piazza Affari vale mille miliardi, ma non racconta la forza del Pil

Ormai manca un soffio. Il traguardo dei 50.000 punti per il FTSE Mib non è più solo una suggestione per ottimisti, o una possibilità statistica. È un traguardo a portata di mano. Basta un passo del 7% e l’indice regina di Piazza Affari avrà fatto centro. Un buon auspicio per il 2026 dopo che Il 2025 si è chiuso come il miglior anno del secolo per Piazza Affari, la maglia rosa anche sui mercati internazionali. Un primato che porta con sé un inevitabile senso di vertigine, seppure all’inizio di un anno che promette bene a sentire gli analisti e a leggere tra le righe delle previsioni trimestrali.
Numeri alla mano, negli ultimi tre anni l’indice è cresciuto a un ritmo medio annuo del 23%. E dal 1999 a oggi una striscia di quattro anni consecutivi in rialzo si è verificata solo due volte, tra il 2003 e il 2006 e tra il 2012 e il 2015. In entrambi i casi il quarto anno si è chiuso con rendimenti a doppia cifra, quasi a voler celebrare il culmine di un ciclo prima della correzione. L’unica volta che il quarto anno ha tradito le aspettative dopo una tripletta rialzista è stato il fatidico 2001.
Vale mille miliardi, ma non racconta la forza del Pil
Il vero nodo del 2026, però, non sarà solo statistico, ma strutturale. La salita verso i 50.000 punti poggia oggi su basi abbastanza precise, un copione già visto nel gli ultimi anni. Se le prime due banche italiane hanno spiegato da sole oltre il 40% del rialzo dell’indice, l’anno scorso, il FTSE Mib racconta sempre meno la salute del sistema Paese e sempre più soprattutto quella di un singolo settore, quello bancario. Poi c’è una buona dose di energia, sempre concentrata su grandi gruppi, e un po’ di industria. Poco e niente la rappresentanza dei tecnologici. E troppo pochi sono i debutti in Borsa. Hanno fatto più rumore i delisting di recente per la verità..
Del resto anche l’ultima analisi della Consob, pur incoronando la capitalizzazione del mercato azionario italiano al record storico di 1.077 miliardi di euro nel 2025, non nasconde le criticità. Il numero di società quotate sul mercato regolamentato è sceso sotto le 200, dice il rapporto Capital Markets in Italy, appena pubblicato dall’Authority. Mentre dal 2010 il saldo tra ammissioni e revoche è stato negativo per circa 96 miliardi, di cui 72 nell’ultimo quinquennio. Non solo. La capitalizzazione delle prime dieci società su EuronextMilan rappresenta il 55% del totale rispetto al 37% nel 2015. Sono i numeri di un mercato che resta, nella definizione Consob, sottodimensionato e con criticità strutturali. La Borsa – a giudizio Consob – continua a mostrare dimensioni non in linea con le potenzialità dell’economia: rappresenta solo lo 0,8% del mercato azionario mondiale, nonostante il Pil valga oltre il 2% di quello globale. Questo mentre cresce il private equity. Negli ultimi dieci anni le risorse messe a disposizione delle imprese italiane da parte del private equity sono quasi il triplo dei proventi di tutte le Ipo su Euronext Milan e Euronext Growth Milan.
Non c’è dubbio che la chiave per allargare le spalle del mercato sia trasformare l’enorme capitale privato a disposizione del Paese, in un nuovo contesto di fiducia, in una spinta a nuove quotazioni. Gli italiani accumulano una ricchezza finanziaria pari a 6.150 miliardi, ma hanno paura di investire in azioni. Così, il 26% del patrimonio resta immobilizzato mentre gli investimenti in obbligazioni sono il doppio della media europea. Il risparmio gestito incide per il 70% sul Pil, molto al di sotto di altri paesi europei. Gli italiani sanno risparmiare ma quando non preferiscono la liquidità optano più facilmente per rendimenti sicuri.
Piazza Affari
La buona notizia è che Piazza Affari è resiliente. Con un listino sempre più bancocentrico, l’evoluzione dello spread e la fine del ciclo dei tagli dei tassi della Bce diventano i veri arbitri della partita nel 2026. La traiettoria oltre quota 50.000 sarà quindi condizionata da pochi nomi, più che da una ripresa ampia e diffusa. Gruppi solidi capaci di reggere l’urto anche dei venti contrari che spesso arrivano dalla geopolitica.
Ma forse un altro importante elemento di resilienza, almeno in questo momento di scossoni sul tech, resta la scarsa esposizione alla tecnologia. In una fase in cui i mercati globali iniziano a interrogarsi sulla sostenibilità della corsa dell’AI, il FTSE Mib mantiene un profilo più “value” e concreto. Un vantaggio difensivo, che però da solo non basta. Per rendere sostenibile un superamento dei 50.000 punti servirà un allargamento della crescita oltre la concentrazione. La sfida è trasformare un massimo storico in una crescita più distribuita. Così si rafforza il ruolo della Borsa come canale di finanziamento dell’economia.
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