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Fino a ieri le agenzie di stampa scrivevano di un «definanziamento del Ponte sullo Stretto». Ieri titoli opposti: «Il Ponte è stato rifinanziato». Ma cosa è successo, in queste settimane, e cosa accadrà da ora al 31 dicembre?
Semplicissimo: il Governo ha preso atto che aprire, entro il 2025, i primi cantieri delle opere previste nell’ambito del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, sarebbe stato impossibile, nonostante lo sfrenato ottimismo mostrato nei mesi scorsi dal ministro Matteo Salvini. Lo stop imposto dalla Corte dei conti alla delibera Cipess, pur non inficiando la realizzazione del progetto (non tocca ai giudici contabili stabilire o meno se un’infrastruttura, decisa dal Governo e dal Parlamento, sia da fare o da non fare), ha interrotto l’accelerata data dal Mit e dalla “Stretto di Messina”. Perché se è vero il precedente assunto, e cioè che nessun magistrato può “commissariare” le scelte politiche di un Paese, è pur vero che gli atti a monte e a valle di una grande opera, come lo è il Ponte, devono essere inattaccabili sul piano della legittimità e del rispetto delle norme europee. E qui il giudizio della Corte dei conti non può certo essere ignorato, a meno che – e non è questa la via imboccata da Palazzo Chigi – non si decida di chiedere la registrazione con riserva della delibera Cipess.
Premesso tutto questo, si è arrivati alla vigilia del varo della nuova manovra di bilancio dello Stato con l’impasse derivante dal diniego della Corte.
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale
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