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Due arresti per estorsione e violenza privata, entrambi i reati aggravati dal metodo mafioso. È il bilancio di un’operazione della polizia che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Giuseppe Vernengo, 64 anni, e del figlio Giusto, di 43. L’indagine è stata condotta dagli agenti della squadra mobile e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo.
L’inchiesta è scattata dopo la denuncia di un imprenditore edile impegnato nella costruzione di un edificio in città. Secondo l’accusa, la vittima e un suo familiare sarebbero stati avvicinati, intimiditi e aggrediti dai due indagati, che avrebbero chiesto il pagamento del pizzo per consentire la realizzazione del palazzo.
Il gip ha disposto il carcere per Giuseppe Vernengo, mentre per il figlio Giusto è stato applicato il divieto di dimora nel Comune di Palermo, con obbligo di permanenza in casa nelle ore notturne e obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.
Giuseppe Vernengo è cugino di Cosimo Vernengo, figlio di Pietro Vernengo, storico boss di Cosa nostra condannato nel maxi processo. Cosimo Vernengo è stato a sua volta condannato a cinque anni e quattro mesi di reclusione per riciclaggio di denaro proveniente da traffici illeciti, reinvestito in diversi settori commerciali.
Secondo quanto accertato nei procedimenti giudiziari, il denaro veniva convogliato in numerose attività, tra cui quattro distributori di carburante — tra questi il Q8 di viale Regione Siciliana 2028, nella zona di Pagliarelli, riconducibile a Farina, e il Fuel di via dell’Olimpo, di Antonio Sampino — oltre alla Gpv Service di via Emanuele Paternò, società attiva nel rimessaggio di imbarcazioni. Tra le attività figuravano anche la caffetteria Cloe di via Greca e il Cantaloop Pub di via dei Cassari, alla Vucciria.
Giuseppe Vernengo non è nuovo alle cronache giudiziarie. Nel 2010 era stato coinvolto in un blitz della Guardia di finanza nell’ambito dell’operazione Folgor, nata dall’arresto del titolare di un locale di via Candelai sorpreso a spacciare droga. L’operazione smantellò una rete di spaccio attiva nei locali della cosiddetta “Palermo bene”.
In quell’inchiesta, che coinvolse complessivamente nove persone, figurava anche il figlio minore di Vernengo, Nunzio, all’epoca ventiduenne. Nel corso del processo, tuttavia, cadde l’accusa di associazione.
L’Ance
«Altre due persone sono finite in carcere con l’accusa di estorsione e violenza privata aggravate dal metodo mafioso grazie al coraggio di un imprenditore edile che ha denunciato. A lui e a suo figlio, vittime di violenza e intimidazioni mentre portano avanti il loro lavoro, la costruzione di un palazzo, va tutta la nostra solidarietà e il nostro sostegno». Ad affermarlo è il presidente di Ance Palermo Giuseppe Puccio.
«Siamo rinfrancati dal pensiero che oggi denunciare sia considerata l’unica strada percorribile ma, come imprenditori, ci preoccupa molto il fatto che estorsioni, violenze e richieste di denaro siano ancora presenti. Per questo – continua – da tempo stiamo portando avanti una serie di iniziative a sostegno delle imprese edili che denunziano. Nei giorni scorsi abbiamo incontrato il prefetto proprio per metterlo al corrente di ciò che stiamo realizzando e nelle prossime settimane porteremo avanti il nostro impegno a trovare soluzioni con azioni concrete».
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