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TORINO. «Su di noi sono state dette molte bugie». Jessica Moretti rompe il silenzio mentre l’inchiesta svizzera sulla tragedia di Crans-Montana entra in una fase delicata. La donna, indagata con il marito Jacques Moretti per il rogo di Capodanno nel bar Le Constellation, costato la vita a 41 giovani e con 115 feriti, respinge le accuse circolate in queste settimane. «Non sono mai scappata e non lo faccio nemmeno ora», ha detto, spiegando di voler «la verità». Moretti si è presentata a Sion per l’audizione di Jean-Marc Gabrielli, suo figlioccio e collaboratore della coppia. In una pausa dell’interrogatorio ha parlato di un isolamento imposto dall’indagine che avrebbe alimentato «malintesi e falsità», compresa l’ipotesi di una fuga immediata dal locale con l’incasso. «Non abbiamo mai immaginato che potesse accadere una cosa del genere», ha aggiunto. Al centro delle polemiche c’è anche la lettera inviata ai dipendenti del Constellation, resa nota da FranceInfo. I Moretti spiegano di non aver potuto contattare subito i collaboratori «a causa delle indagini in corso» e del «sospetto di collusione» che li avrebbe costretti al silenzio. «Non vi abbandoneremo», scrivono, assicurando il pagamento degli stipendi e parlando di un lutto condiviso per i tre dipendenti morti nell’incendio: la cameriera Cyane, il bodyguard Stefan e il dj Mateo. La missiva arriva dopo le critiche espresse in televisione da un cameriere del locale, che aveva denunciato l’assenza di contatti da parte dei titolari. I Moretti rivendicano invece di essere rimasti sul posto la notte del rogo, «cercando di portare aiuto», e denunciano «una delle voci più spregevoli» sulla presunta fuga. Crans-Montana, i Moretti provano a oscurare il sito che raccoglie denunce e testimonianze sulla strage Sul piano giudiziario, la Procura svizzera contesta alla coppia i reati di omicidio colposo, incendio doloso e lesioni personali colpose. I conti aziendali e personali risultano congelati; nella lettera si chiede una revoca parziale per far fronte ai pagamenti urgenti. Nuovi interrogatori sono previsti nei prossimi giorni. Nell’indagine pesa anche la testimonianza di Gabrielli, sentito a Sion: avrebbe dichiarato di non essere mai stato «formato o addestrato» per la gestione delle emergenze. Un passaggio che riporta l’attenzione sui protocolli di sicurezza e sulla catena delle responsabilità. È il nodo che l’inchiesta dovrà sciogliere, mentre il dibattito pubblico resta acceso e le famiglie delle vittime attendono risposte.
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