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Neolaureati, lavori precari e salari bassi: «Più qualità e meno disuguaglianze»
LA RICERCA. Primi contratti sempre più brevi e instabili, il tempo indeterminato arriva dopo 5 anni solo per il 53,8%. E gli stipendi sono più bassi rispetto alla media lombarda. La ricerca dell’Università degli Studi di Bergamo.
Il titolo è declinato al plurale («Giovani, lavoro e lavori»), perché tracciare un identikit univoco è complesso. E perché, oggi, la carriera professionale è un susseguirsi di esperienze, di aziende, di competenze. Qual è la situazione a Bergamo? La fotografa un corposo studio dell’Università di Bergamo, con una sintesi: «Le dinamiche dell’occupazione dei giovani sono complessivamente positive, ma con criticità strutturali che incidono sulla qualità del lavoro. Ci sono segnali di fragilità legati alla diffusione dei contratti temporanei, alla presenza di lavoro povero anche tra i neolaureati, e ai ritorni salariali dell’istruzione più contenuti rispetto ad altri contesti territoriali». Per questo, è «necessario un approccio integrato, con particolare attenzione alla qualità del primo lavoro, alla riduzione delle disuguaglianze di genere e al sostegno dei giovani più esposti al rischio di precarietà e povertà lavorativa».
La ricerca
È l’esito di una ricerca avviata dall’Università di Bergamo nell’autunno 2023 e passata dall’analisi condotta dal nuovo Centro Heye (Higer Education and Youth Employability) e dal Cesc (Centro sulle dinamiche economiche, sociali e della cooperazione), i cui risultati sono stati presentati il 4 febbraio nella sede di via Caniana. «Un progetto strategico per l’ateneo e anche per gli operatori pubblici e privati che devono assumere decisioni», lo definisce Elisabetta Bani, prorettrice alla valorizzazione delle conoscenze e ai rapporti con il territorio. «Abbiamo cercato di utilizzare un approccio cooperativo nella ricerca, collaborando insieme a molte realtà fin dalla definizione delle domande», ricorda Federica Origo, direttrice del Centro Heye e co-coordinatrice del progetto, con la consapevolezza che «oggi non si cerca un lavoro qualsiasi, ma un’esperienza che abbia un senso», prosegue Vera Lomazzi, co-coordinatrice di questo percorso.
I risultati
Dopo un approfondito scavo socioeconomico, l’Unibg ha restituito – attraverso l’intervento di Federico Segato, componente del gruppo di ricerca – spunti importanti. Per i giovani bergamaschi, i contratti d’ingresso si stanno accorciando (per un nato del 1999 la durata media era di 224 giorni, per la coorte del 2004 è scesa a 156 giorni), ma quando si arriva alla stabilizzazione? A cinque anni di distanza, il 53,8% ha l’agognato tempo indeterminato: spesso è però solo un trampolino, visto che circa il 70% di loro cambia poi datore.
La valorizzazione delle competenze rimane terreno scivoloso all’interno delle imprese (il 18,4% dei giovani bergamaschi è «sovra-istruito» per la mansione che svolge, un’incidenza più che doppia della media nazionale e regionale), mentre un nodo evidente è nella questione retributiva: i laureati della provincia di Bergamo percepiscono salari medi (2.798,3 euro lordi mensili) inferiori al resto della Lombardia (3.169,7 euro). Inoltre, il «ritorno» economico della laurea è inferiore ai coetanei lombardi: tra chi ha fino a 34 anni, in Bergamasca quel titolo di studio garantisce un «plus» del 18,5% rispetto a chi si è fermato alla terza media, invece nel resto della regione il differenziale s’attesta al +25,2%; al tempo stesso, i laureati orobici hanno un più elevato rischio di «lavoro povero» (è in questa situazione il 13,3%, contro l’8,9% della Lombardia). Nota positiva: diminuiscono i Neet, coloro che né studiano né lavorano.
Un osservatorio demografico
Oltre le cifre, è stata l’occasione per mettere in dialogo il tessuto sociale tramite gli interventi di Annalisa Dordoni (Università Bicocca), Eliana Viviano (Banca d’Italia), Candida Sonzogni (Cisl), Francesco Chiesa (Cgil), Sara Pavesi (Confindustria), Cristiano Arrigoni (Bergamo Sviluppo), Gloria Pasinelli (Acli), Francesco Seghezzi (Adapt), Marzia Marchesi (Comune di Bergamo), Maurizio Betelli (Abf), Laura Ferrari (Ordine Consulenti del lavoro). «Come ateneo – è la conclusione del rettore Sergio Cavalieri –, sentiamo la responsabilità del futuro dei nostri giovani. Le generazioni cambiano velocemente, questo lavoro di ricerca è destinato a durare nel tempo. Anche per questo, creeremo un osservatorio demografico del territorio per comprendere le esigenze e le azioni da portare avanti per chi popolerà Bergamo nei prossimi decenni».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
LA RICERCA. Primi contratti sempre più brevi e instabili, il tempo indeterminato arriva dopo 5 anni solo per il 53,8%. E gli stipendi sono più bassi rispetto alla media lombarda. La ricerca dell’Università degli Studi di Bergamo.
Il titolo è declinato al plurale («Giovani, lavoro e lavori»), perché tracciare un identikit univoco è complesso. E perché, oggi, la carriera professionale è un susseguirsi di esperienze, di aziende, di competenze. Qual è la situazione a Bergamo? La fotografa un corposo studio dell’Università di Bergamo, con una sintesi: «Le dinamiche dell’occupazione dei giovani sono complessivamente positive, ma con criticità strutturali che incidono sulla qualità del lavoro. Ci sono segnali di fragilità legati alla diffusione dei contratti temporanei, alla presenza di lavoro povero anche tra i neolaureati, e ai ritorni salariali dell’istruzione più contenuti rispetto ad altri contesti territoriali». Per questo, è «necessario un approccio integrato, con particolare attenzione alla qualità del primo lavoro, alla riduzione delle disuguaglianze di genere e al sostegno dei giovani più esposti al rischio di precarietà e povertà lavorativa».
La ricerca
È l’esito di una ricerca avviata dall’Università di Bergamo nell’autunno 2023 e passata dall’analisi condotta dal nuovo Centro Heye (Higer Education and Youth Employability) e dal Cesc (Centro sulle dinamiche economiche, sociali e della cooperazione), i cui risultati sono stati presentati il 4 febbraio nella sede di via Caniana. «Un progetto strategico per l’ateneo e anche per gli operatori pubblici e privati che devono assumere decisioni», lo definisce Elisabetta Bani, prorettrice alla valorizzazione delle conoscenze e ai rapporti con il territorio. «Abbiamo cercato di utilizzare un approccio cooperativo nella ricerca, collaborando insieme a molte realtà fin dalla definizione delle domande», ricorda Federica Origo, direttrice del Centro Heye e co-coordinatrice del progetto, con la consapevolezza che «oggi non si cerca un lavoro qualsiasi, ma un’esperienza che abbia un senso», prosegue Vera Lomazzi, co-coordinatrice di questo percorso.
I risultati
Dopo un approfondito scavo socioeconomico, l’Unibg ha restituito – attraverso l’intervento di Federico Segato, componente del gruppo di ricerca – spunti importanti. Per i giovani bergamaschi, i contratti d’ingresso si stanno accorciando (per un nato del 1999 la durata media era di 224 giorni, per la coorte del 2004 è scesa a 156 giorni), ma quando si arriva alla stabilizzazione? A cinque anni di distanza, il 53,8% ha l’agognato tempo indeterminato: spesso è però solo un trampolino, visto che circa il 70% di loro cambia poi datore.
La valorizzazione delle competenze rimane terreno scivoloso all’interno delle imprese (il 18,4% dei giovani bergamaschi è «sovra-istruito» per la mansione che svolge, un’incidenza più che doppia della media nazionale e regionale), mentre un nodo evidente è nella questione retributiva: i laureati della provincia di Bergamo percepiscono salari medi (2.798,3 euro lordi mensili) inferiori al resto della Lombardia (3.169,7 euro). Inoltre, il «ritorno» economico della laurea è inferiore ai coetanei lombardi: tra chi ha fino a 34 anni, in Bergamasca quel titolo di studio garantisce un «plus» del 18,5% rispetto a chi si è fermato alla terza media, invece nel resto della regione il differenziale s’attesta al +25,2%; al tempo stesso, i laureati orobici hanno un più elevato rischio di «lavoro povero» (è in questa situazione il 13,3%, contro l’8,9% della Lombardia). Nota positiva: diminuiscono i Neet, coloro che né studiano né lavorano.
Un osservatorio demografico
Oltre le cifre, è stata l’occasione per mettere in dialogo il tessuto sociale tramite gli interventi di Annalisa Dordoni (Università Bicocca), Eliana Viviano (Banca d’Italia), Candida Sonzogni (Cisl), Francesco Chiesa (Cgil), Sara Pavesi (Confindustria), Cristiano Arrigoni (Bergamo Sviluppo), Gloria Pasinelli (Acli), Francesco Seghezzi (Adapt), Marzia Marchesi (Comune di Bergamo), Maurizio Betelli (Abf), Laura Ferrari (Ordine Consulenti del lavoro). «Come ateneo – è la conclusione del rettore Sergio Cavalieri –, sentiamo la responsabilità del futuro dei nostri giovani. Le generazioni cambiano velocemente, questo lavoro di ricerca è destinato a durare nel tempo. Anche per questo, creeremo un osservatorio demografico del territorio per comprendere le esigenze e le azioni da portare avanti per chi popolerà Bergamo nei prossimi decenni».
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