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Da San Francesco a Giuda: in mezzo, quasi vent’anni. Era il 2007 quando Ettore Bassi vestì i panni del poverello di Assisi e oggi, in teatro, è Giuda Iscariota. Lo spettacolo, dal titolo “Stand up for Giuda” è in scena da domani alle Limone, firmato e diretto da Leonardo Petrillo. In scena, Bassi è solo. Ettore, cosa l’ha sedotta in questo progetto? «Ne sono stato subito entusiasta. C’era qualcosa di non scontato, di controverso, che meritava di essere guardato con un altro occhio». Come reagisce il pubblico davanti a una lettura insolita della figura di Giuda? «Abbiamo presentato lo spettacolo a fine luglio, in due serate evento al Tempio di Venere a Roma, nell’ambito del Giubileo. Da allora il pubblico ha reagito con grande curiosità e continua a farlo». Il vostro è un Giuda molto diverso da quello consegnato all’immaginario comune. Chi è questo personaggio? «È un Giuda che si è stancato di essere ricordato solo come colui che ha commesso un’infamia. È un uomo che chiede il riscatto della propria dignità all’interno di un evento storico fondamentale per l’umanità: il progetto salvifico della crocifissione. Questo spettacolo è, in fondo, un processo escatologico. Giuda torna, ripercorre la sua vita e racconta quei momenti dal suo punto di vista» . Quindi non è il traditore che ha venduto Gesù? «Non ha venduto Gesù, lo ha consegnato. E lo ha fatto perché Gesù stesso glielo ha chiesto ma il suo gesto gli pesa talmente che poi si suicida. Le basi di questa lettura sono solide: derivano dallo studio dei Vangeli canonici, degli apocrifi, in particolare del Vangelo di Giuda. È un lavoro di analisi teologica e storica molto approfondito». Dice che il pubblico sembra rispondere con entusiasmo, nonostante oggi, in Occidente, la religione sembri aver perso un po’la sua centralità. La sorprende? «No, perché credo che le persone siano stanche di una religiosità “di plastica”, scollegata dalla vita reale. C’è invece un grande desiderio di confronto, di profondità, di pensiero. Questo spettacolo non dà risposte, ma pone domande, il che oggi è fondamentale. Questo, per altro, è anche uno specifico del teatro» Il meccanismo di scaricare tutte le colpe su Giuda fa pensare al bisogno contemporaneo di trovare sempre un capro espiatorio. «Certo. È un modo per alleggerirsi dalla responsabilità. A un certo punto Giuda dice: “È molto più probabile che nelle vostre vene scorra il mio sangue piuttosto che quello degli altri apostoli”. Forse traditori lo siamo un po’tutti. Questo spettacolo invita a guardare dentro di sé». Lei ha fama di persona che, come cantava De André, va spesso “in direzione ostinata e contraria”. «Non per principio. Ma quando senti che qualcosa non risuona con la tua anima, non puoi far finta di niente. Cerco di restare fedele a un’idea di bellezza interiore, di verità. Invecchiando, vedo tante cose con cui sono assolutamente in sintonia e, in quei casi, non mi tiro indietro». Ha fatto molta televisione, oggi molto meno. È una scelta? «Sì. La televisione oggi mi interessa meno. Il cinema, in Italia, vive una grande difficoltà: se arrivasse una proposta valida la valuterei, ma non rincorro nulla. Il teatro mi offre una libertà enorme. Ho anche scritto un libro, che affronta il tema della relazione e della sofferenza che essa sta vivendo nella nostra società». Lei è pugliese, ma ha un legame importante con Torino. «A Torino ho vissuto gli anni del liceo, facevo il classico al D’Azeglio e i primi anni di università. È una parte fondamentale della mia formazione. Qui ho avuto i miei primi insegnanti di teatro, al Tangram, e ho frequentato il circolo Amici della Magia». Ha interpretato sia San Francesco che Giuda. Chi l’ha segnata di più? «Francesco è un personaggio monumentale, ma oggi, con l’età e l’esperienza, Giuda arriva nel momento giusto. Se interpretassi Francesco oggi, lo guarderei con gli occhi di Giuda. Sono grato che questo ruolo sia arrivato adesso».
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