Giancarlo e Fiorentino mettono in bottiglia un vino vero e autentico

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Giancarlo e Fiorentino mettono in bottiglia un vino vero e autentico

I due soci di cantina Sertura presentano l’ultima annata del loro Fiano di Avellino

Giancarlo Barbieri (a sinistra) e Fiorentino Palladino
Giancarlo Barbieri (a sinistra) e Fiorentino Palladino
lunedì 2 febbraio 2026, 11:10
4 Minuti di Lettura
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Giancarlo Barbieri e Fiorentino Palladino sono due artigiani del vino, di quelli che «il vino si fa con l’uva», prima di tutto. Coltivano il loro sogno in Contrada Stazione, a Montefalcione, dove una decina di anni fa hanno dato vita a un autentico garage wine. È così che è nata cantina Sertura: «Che in dialetto – ’a sertura – è una selva, una macchia di sottobosco. Un nome scelto per richiamare il paesaggio che ci circonda e le radici irpine che continuano a guidare le nostre scelte».

Radici che, senza alcuno sforzo di immaginazione, ritroviamo nel Fiano di Avellino 2024, un vino che in degustazione ci ha colpito per freschezza e complessità e che già oggi lascia intravedere una traiettoria evolutiva di sicuro interesse. Le vigne di fiano di Sertura si trovano a circa 400 metri di altezza in parte all’esterno della cantina e in altra parte a Contrada San Marco per complessivi 3 ettari con suoli, in prevalenza argillosa, che ospitano viti allevate a Guyot, con una densità di impianto di circa 4mila ceppi e una resa di 70 quintali per ettaro: «Molto lavoro, sì, ma pochi interventi sia in vigna sia in cantina perché vogliamo fare un vino vero e autentico», spiega Giancarlo.

L’Aglianico naturale con passo elegante e grande equilibrio

Agronomo di lunga esperienza che è anche alla guida del D-Wine, nel centro storico di Avellino, punto di riferimento per una selezione attenta di vini irpini, nazionali e internazionali. La vendemmia del fiano, qui a Sertura, cade nella prima decade di ottobre «ed è svolta rigorosamente a mano», secondo una pratica che non è nostalgia, ma scelta consapevole. Il clima fa il resto: giornate soleggiate, piogge ben dosate e forti escursioni termiche accompagnano la maturazione delle uve e costruiscono, anno dopo anno, un’identità riconoscibile e coerente. Nel bicchiere il Fiano di Avellino 2024 di Sertura si presenta di un giallo paglierino luminoso, attraversato da riflessi verdolini.

Al naso si apre su sentori di biancospino e ginestra, cui seguono note fruttate di pesca gialla e albicocca, con richiami agrumati ben integrati. Con l’ossigenazione emergono sfumature di nocciola tostata, accenni fumé e una sottile traccia di idrocarburi, che aggiunge profondità e complessità. Il sorso è netto, scandito da una spiccata sapidità e da una mineralità definita; la progressione è lineare, la chiusura lunga e coerente, capace di accompagnare il palato senza forzature e di invitare naturalmente al sorso successivo.

Il Taurasi culturale che non ha bisogno di etichette e fascette

«Dalla terra fino alla bottiglia è la passione a orientare ogni nostra scelta». L’obiettivo è offrire «un prodotto capace di raccontare qualcosa in più di un territorio dal fascino discreto, ma dalle caratteristiche marcate». La qualità dei vini nasce in campagna: è lì, tra i filari, che prende forma un fiano vinificato in purezza, senza tagli né compromessi, con l’ambizione dichiarata di restare fedele ai luoghi. «Il Fiano è il vino che salverà questa terra», dicono convinti Fiorentino e Giancarlo. Ed è pure il cuore di questo progetto – dove trovano spazio anche Aglianico, Falanghina, Greco di Tufo e Taurasi – fondato su una convinzione semplice e non negoziabile: il vino, «quello sincero, non ha bisogno di essere spiegato troppo».

antonello.plati@ilmattino.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Giancarlo e Fiorentino mettono in bottiglia un vino vero e autentico

I due soci di cantina Sertura presentano l’ultima annata del loro Fiano di Avellino

Giancarlo Barbieri (a sinistra) e Fiorentino Palladino
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Giancarlo Barbieri e Fiorentino Palladino sono due artigiani del vino, di quelli che «il vino si fa con l’uva», prima di tutto. Coltivano il loro sogno in Contrada Stazione, a Montefalcione, dove una decina di anni fa hanno dato vita a un autentico garage wine. È così che è nata cantina Sertura: «Che in dialetto – ’a sertura – è una selva, una macchia di sottobosco. Un nome scelto per richiamare il paesaggio che ci circonda e le radici irpine che continuano a guidare le nostre scelte».

Radici che, senza alcuno sforzo di immaginazione, ritroviamo nel Fiano di Avellino 2024, un vino che in degustazione ci ha colpito per freschezza e complessità e che già oggi lascia intravedere una traiettoria evolutiva di sicuro interesse. Le vigne di fiano di Sertura si trovano a circa 400 metri di altezza in parte all’esterno della cantina e in altra parte a Contrada San Marco per complessivi 3 ettari con suoli, in prevalenza argillosa, che ospitano viti allevate a Guyot, con una densità di impianto di circa 4mila ceppi e una resa di 70 quintali per ettaro: «Molto lavoro, sì, ma pochi interventi sia in vigna sia in cantina perché vogliamo fare un vino vero e autentico», spiega Giancarlo.

L’Aglianico naturale con passo elegante e grande equilibrio

Agronomo di lunga esperienza che è anche alla guida del D-Wine, nel centro storico di Avellino, punto di riferimento per una selezione attenta di vini irpini, nazionali e internazionali. La vendemmia del fiano, qui a Sertura, cade nella prima decade di ottobre «ed è svolta rigorosamente a mano», secondo una pratica che non è nostalgia, ma scelta consapevole. Il clima fa il resto: giornate soleggiate, piogge ben dosate e forti escursioni termiche accompagnano la maturazione delle uve e costruiscono, anno dopo anno, un’identità riconoscibile e coerente. Nel bicchiere il Fiano di Avellino 2024 di Sertura si presenta di un giallo paglierino luminoso, attraversato da riflessi verdolini.

Al naso si apre su sentori di biancospino e ginestra, cui seguono note fruttate di pesca gialla e albicocca, con richiami agrumati ben integrati. Con l’ossigenazione emergono sfumature di nocciola tostata, accenni fumé e una sottile traccia di idrocarburi, che aggiunge profondità e complessità. Il sorso è netto, scandito da una spiccata sapidità e da una mineralità definita; la progressione è lineare, la chiusura lunga e coerente, capace di accompagnare il palato senza forzature e di invitare naturalmente al sorso successivo.

Il Taurasi culturale che non ha bisogno di etichette e fascette

«Dalla terra fino alla bottiglia è la passione a orientare ogni nostra scelta». L’obiettivo è offrire «un prodotto capace di raccontare qualcosa in più di un territorio dal fascino discreto, ma dalle caratteristiche marcate». La qualità dei vini nasce in campagna: è lì, tra i filari, che prende forma un fiano vinificato in purezza, senza tagli né compromessi, con l’ambizione dichiarata di restare fedele ai luoghi. «Il Fiano è il vino che salverà questa terra», dicono convinti Fiorentino e Giancarlo. Ed è pure il cuore di questo progetto – dove trovano spazio anche Aglianico, Falanghina, Greco di Tufo e Taurasi – fondato su una convinzione semplice e non negoziabile: il vino, «quello sincero, non ha bisogno di essere spiegato troppo».

antonello.plati@ilmattino.it

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