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Due ergastoli e un’assoluzione al processo bis per il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti. Una sentenza, in Corte d’Assise a Como, arrivata a distanza di 50 anni dal rapimento della studentessa diciottenne bloccata la notte tra il 30 giugno e l’1 luglio 1975 vicino casa, in provincia di Como, tenuta segregata a Castelletto Ticino e poi recuperata cadavere in una discarica di Galliate due mesi dopo. Un rapimento maturato nell’ambiente mafioso calabrese che aveva coinvolto anche il Novarese. E che lo coinvolge ancora perché uno dei tre nuovi imputati, il pensionato Demetrio Latella, detto Luciano, 71 anni, oggi è residente in provincia di Novara: ritenuto alla guida dell’auto che prelevò la ragazza per consegnarla ai carcerieri, ha rimediato il carcere a vita per concorso in omicidio volontario aggravato. La stessa condanna è stata inflitta a Giuseppe Calabrò. Per entrambi è stata dichiarata la prescrizione per il sequestro di persona. Assolto per non aver commesso il fatto, invece, Antonio Talia. I giudici hanno poi stabilito una provvisionale di 600 mila euro come risarcimento per i fratelli di Cristina, Vittorio e Marina, e poi la pubblicazione della sentenza nei comuni di Como, Galliate, Oleggio, Eupilio (il paese della vittima). Il pm Cecilia Vassena dell’Antimafia lombarda aveva chiesto tre ergastoli ripercorrendo la vicenda («Spesso, in questi grandi casi, le vittime vengono dimenticate in fretta. Non deve essere così: ricordiamo Cristina, una diciottenne che si stava godendo l’inizio delle vacanze e aveva una vita davanti») e la storia dei sequestri in Italia in quegli anni: «Definire drammatico il suo omicidio è riduttivo. Il termine corretto è disumano: Cristina è stata torturata e uccisa da un gruppo criminale che operava nel contesto della ’ndrangheta». A distanza di 51 anni il processo, dopo una prima archiviazione (revocata per una sentenza della Cassazione del 2015 che stabilisce come l’omicidio sia imprescrittibile), è ripartito grazie a Latella. Sua l’impronta rimasta per decenni senza corrispondenze negli uffici della Scientifica di Roma, dove ha trovato attribuzione solo nel 2008. Sentito dagli inquirenti, ammise di aver fatto parte del gruppo che nel 1975 rapì la studentessa. Chiamò poi in causa Calabrò e Talia. «Sono colpito dalla sentenza – dice Latella raggiunto al telefono tramite il difensore Maurizio Antoniazzi, che lo assiste con la collega Federica Barbero -: pensavo la vicenda fosse chiusa da tempo. Leggerò le motivazioni coi miei legali e valuteremo l’appello». Aggiunge l’avvocato Antoniazzi: «Bisogna capire come i giudici siano arrivati a una ricostruzione per cui Latella debba essere considerato concorrente nell’omicidio. Secondo noi poteva essere contestato solo il sequestro, da lui ammesso e prescritto: non poteva immaginare che la giovane potesse fare quella terribile fine che oggi tutti conoscono». Per gli avvocati Antoniazzi e Barbero, l’omicidio era attribuibile solo ai carcerieri.
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