[analyse_image type=”featured” src=”https://www.gedistatic.it/content/gnn/img/lastampa/2026/02/04/095502817-8fe3c0e4-c57a-49f3-b7c1-4dde1d79d4d2.jpg”]
Maja T., 25enne attivista antifascista, persona non binaria, considerata la versione tedesca del caso Ilaria Salis per le molte analogie con la vicenda dell’eurodeputata, dovrà scontare una pena di 8 anni di carcere. Era accusata di violenti pestaggi avvenuti l’11 febbraio del 2023 in Ungheria, durante il Giorno dell’Onore, raduno di nostalgici delle SS che ogni anno si ritrovano a Budapest. A suo carico l’accusa di lesioni giudicate «potenzialmente mortali» dal pubblico ministero, mentre la sua difesa parla di «insussistenza delle prove e sproporzione dell’impianto accusatorio». A Berlino “il ministero degli Esteri ha preso atto della sentenza. Il governo federale non commenta i procedimenti giudiziari e rispetta la competenza della giustizia ungherese”, allo stesso tempo “il ministero degli Esteri resta impegnato sul caso ad alti livelli e continuerà ad affrontarlo nei contatti con la parte ungherese”. «La rappresentanza diplomatica tedesca a Budapest ha fornito assistenza consolare a Maja T. sin dal suo arresto in Ungheria e continuerà a farlo anche dopo la sentenza ora pronunciata. Rimane inoltre attivo il contatto con i familiari di Maja T.», riferisce ancora il ministero, sottolineando che “il ministero degli Esteri resta impegnato sul caso ad alti livelli e continuerà ad affrontarlo nei contatti con la parte ungherese”. Sia l’accusa sia la difesa possono ancora presentare ricorso, e la sentenza non è al momento definitiva. Un eventuale procedimento per il trasferimento in Germania ai fini dell’esecuzione della pena, così come richiesto dal padre di Maja T. in un appello rivolto al ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, presuppone in linea generale una condanna passata in giudicato. Dall’Italia, a sostegno dell’attivista tedesca, ha parlato proprio Ilaria Salis: «Il procedimento a carico di Maja e Gabri, come quello contro tutti gli antifascisti, è un processo farsa. Non ci sono dubbi. È un palcoscenico kafkiano su cui va in scena lo squallido spettacolo della punizione esemplare che il regime infligge ai propri nemici. Si tratta di procedimenti pesantemente condizionati, se non addirittura orchestrati, dal governo Orbán. Il quadro indiziario a carico degli imputati è estremamente labile: Maja e Gabri non sono mai stati riconosciuti, né dalle vittime né dai testimoni. A tutto questo si aggiunge il clima di campagna elettorale in Ungheria. È in questo contesto che va letta la sentenza. Alla luce di tutto ciò, dobbiamo continuare a chiedere con forza che Maja, tanto più considerando l’illegalità della sua estradizione, venga trasferita in Germania e sottoposta lì a un procedimento equo. E che nessun antifascista sia estradato in Ungheria», conclude. Wolfram Janosch, il padre di Maja, ha parlato di accuse infondate. «Non può esistere un’incriminazione basata sull’organizzazione criminale: il codice penale ungherese prevede che un’organizzazione criminale debba essere costituita da almeno tre persone, avere uno scopo cospirativo e puntare a commettere un crimine premeditato», ha ricordato. Inoltre in Germania la detenzione di Maja T. è considerata incostituzionale: alla fine del 2024 l’attivista era stata consegnata velocemente alle autorità ungheresi da un tribunale della Turingia. Poche ore dopo la Corte costituzionale di Karlsruhe aveva dichiarato illegittima l’estradizione: la corte della Turingia avrebbe dovuto esaminare più approfonditamente le condizioni carcerarie in Ungheria per una persona non binaria. E quelle, come hanno dimostrato i mesi successivi, sono insostenibili. In carcere in Ungheria in condizioni disumane Maja T. ha protestato l’anno scorso per le condizioni disumane in carcere. Scarafaggi, cibo insufficiente, condizioni igieniche pessime. Aveva anche minacciato di fare uno sciopero della fame «perché ai miei occhi il cibo non basta, mi sono stati negati prodotti igienici». Sul procuratore, l’attivista ha riferito di aver «sempre avuto la sensazione di non poter cambiare le sue idee, che le sue opinioni fossero già stabilite, fin dal primo momento». Dossieraggio su Ilaria Salis mentre era in carcere in Ungheria L’informatico della Equalize di Enrico Pazzali, Nunzio Samuele Calamucci, si è procurato il “certificato del casellario giudiziale” di Ilaria Salis mentre la stessa si trovava in carcere in Ungheria. L’11 giugno 2024, tre giorni prima che l’insegnate brianzola e attivista antifascista fosse liberata da Budapest per rientrare in Italia grazie all’immunità perché eletta all’Europarlamento con il gruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, Calamucci ha inviato gli screenshot del casellario penale di Salis a Vincenzo De Marzio, ex carabiniere del Ros ed ex appartenente ai servizi segreti, accusato dalla Procura di Milano di associazione a delinquere e accesso abusivo a sistema informatico nell’inchiesta sulla banda di via Pattari. È quanto emerge da una nuova informativa del Raggruppamento Operativo Speciale – Reparto Anticrimine di Milano, visionata da LaPresse, in cui i militari guidati dal comandante Andrea Ilari notificano al pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, Francesco De Tommasi, gli esiti delle analisi sulle copie forensi di tutti i device di Calamucci, ritenuto la mente informatica della società di Pazzali e l’ideatore del sistema ‘Beyond’ per realizzare dossier in cui mixare informazioni lecite e altre acquisite illegalmente. Si tratta complessivamente di 128 Gigabyte di dati, raccolti in una pen-drive, da cui emergono i rapporti di affari di Equalize in particolare con grosse società, pubblica e private, e con i più importanti studi legali d’affari di Milano e d’Italia. Il casellario penale di Salis risulta acquisito il 16 maggio 2024, mentre l’eurodeputata di AVS è ancora in cella in Ungheria per aver preso parte a un presunto pestaggio degli Antifa durante la commemorazione neonazista del ‘giorno dell’onore’ che ogni anno celebra la “resistenza” delle SS contro l’avanzata dell’Armata Rossa durante la seconda guerra mondiale. Lo ha Calamucci e risulta acquisito attraverso la Procura di Roma. “Regolarmente pagato” come dimostrerebbe la “marca da bollo”, scrive il Ros di Milano, ma secondo i militari tuttavia “non emerge altro”, da nessun dispositivo o dalle chat agli atti, “per capire il motivo” dell’invio del documento all’ex 007 De Marzio, al centro di molti misteri dell’inchiesta sui dossieraggi e le cyber spie. Di certo in quei giorni, a cavallo fra l’11 giugno 2024 e il 14 giugno 2024 (data del rientro di Salis in Italia dopo 466 nelle carceri magiare), iniziano a essere pubblicati su media e quotidiani notizie e articoli riguardanti i precedenti penali dell’eurodeputata, più volte denunciata anche da Aler, l’azienda lombarda per l’edilizia residenziale che gestisce le case popolari in Lombardia, per la partecipazione a picchetti anti sfratto e occupazioni abitative.
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