Ci sono registi che fanno sempre lo stesso film e altri che, qualunque genere affrontino, ci mettono sempre il loro marchio, la loro firma autoriale anche se magari girano un blockbuster. Sam Raimi si è fatto conoscere con l’horror della trilogia de «La casa» («Evil Dead» in originale) sebbene, dopo il primo film del 1981 (un horror innovativo ma nei binari del genere) già il sequel, «La casa 2» del 1987, ibridasse l’orrore con la comicità da cartone animato (ad esempio, una mano mozzata che entrava nella tana di un topo come Jerry sempre in lotta con il gatto Tom) e fumetto con Ash (il grande Bruce Campbell, suo attore feticcio) che diventava il primo vero supereroe con superproblemi in un horror mentre il terzo film («L’armata della tenebre» del 1992) era un vero e proprio fantasy. Lungo è il suo rapporto con i supereroi, da «Darkman» del 1990 (adattamento non ufficiale del vigilante The Shadow, L’Uomo Ombra, nato negli anni Trenta in un programma radiofonico e poi passato al romanzo e al fumetto) alla trilogia di Spider-Man di inizio millennio (2002-2004-2007), pessimo il terzo film dalle travagliate vicende produttive, ma il secondo resta uno dei film di supereroi migliori di sempre. In ogni sua pellicola ci sono sequenze “alla Raimi”, fra horror, ironia e citazioni da fumetti e cartoni animati. «Send Help», adesso al cinema, è il suo ritorno ufficiale all’horror dai tempi del cupo «Drag Me to Hell» (2009), il precedente era un altro film da un personaggio Marvel, «Doctor Strange nel multiverso della follia» (2022) nel quale, essendo parte del Marvel Cinematic Universe della Disney (che all’epoca dei primi tre Spider-Man non esisteva, la Disney non aveva ancora comprato la Marvel), aveva probabilmente avuto molta meno libertà creativa del solito. Qui invece si rivede il Raimi dei tempi migliori. Linda Liddle (Rachel McAdams) è da sette anni un’impiegata del settore “strategia e pianificazione”, il capo le ha promesso che diventerà vicepresidente. Ma muore, gli subentra il figlio, Bradley Preston (Dylan O’Brien), classica boriosa prole che non possiede le capacità paterne. La bullizza, inorridito dal fatto che si sia presentata a lui con un pezzetto di panino al tonno appena mangiato su un lato della bocca e le dice che darà la vicepresidenza a un suo ex compagno di college. Decide comunque di portarla con sé in un viaggio di laovto a Bangkok (dopo, probabilmente, la sposterà in altra sede, lontana da lui). Ma durante il volo l’aereo incappa in una tempesta e qui Raimi si scatena: gli amici e colleghi muoiono male, in autentiche scene splatter condite con ironia, uno di loro cerca di uccidere Linda per allacciarsi alle sue cinture di sicurezza e non finire fuori dall’aereo, ma senza successo. La donna e il suo capo sono gli unici sopravvissuti all’incidente e si ritrovano su un’isola deserta, dove le dinamiche si capovolgono: Linda, che ha fatto il casting del reality show «Survivor», è un’esperta di sopravvivenza e Bradley se vuole rimanere in vita le deve, suo malgrado, obbedire. Una ventina d’anni fa al Telefilm Festival di Milano (evento purtroppo durato poche edizioni) c’era stata una conferenza su «L’isola dei famosi» e la serie tv «Lost» con Simona Ventura, all’epoca conduttrice del reality, e il critico televisivo Aldo Grasso. Raimi fa un efficace mix fra i due show («Survivor» è la versione “proletaria” di «Celebrity Survivor», il nostro «L’isola dei famosi»), dinamiche sociali da reality e pericoli concreti in un’isola che, al solito, non è esattamente come sembra, pur senza avere basi segrete né passaggi interdimensionali come quella di «Lost». Ma siamo anche nei territori del classico romanzo di Stephen King «Misery» con l’infermiera Annie Wilkes che accudisce lo scrittore Paul Sheldon ma al tempo stesso lo schiavizza, visto che ha scoperto che ha “ucciso” la sua eroina (Misery, appunto) nel nuovo romanzo, torturandolo per spingerlo a farla “risorgere” in un nuovo libro. Linda infatti non è la solita “donna forte carismatica” che la fiction americana, salvo rari casi, ormai non sa più raccontare in modo efficace, lontani sono i tempi di eroine alla Xena (protagonista di una serie tv prodotta dallo stesso Raimi), ma una genuina psicopatica. Se il suo capo è il classico arrogante figlio di papà (comunque non privo di risorse), lei è disposta a fare di tutto, anche uccidere, per ottenere quello che vuole. Per Raimi il capitalismo neoliberista dei CEO e delle società di pianificazione nei rapporti fra capi e subordinati non è poi molto diverso da quello d’antan di decenni fa con i megadirettori galattici e Fantozzi che, meno intraprendente di Linda, se avesse potuto, avrebbe schiavizzato i dipendenti esattamente come i suoi boss. Nel film, con una grande prova attoriale dei due protagonisti, non c’è nessun elemento davvero soprannaturale (basta soltanto accettare che una impiegata di una multinazionale si riveli bravissima a cavarsela su un’isola deserta), ma è davvero un horror, fra scene splatter, apparizioni di zombi (seppur oniriche) e un finale fra la violenza più efferata e la sorpresa. Come ha scritto su Facebook lo sceneggiatore di Dylan Dog Giancarlo Marzano, «Sam è tornato fra noi».