I mercati ripartono dopo una settimana quanto mai movimentata, in particolare per le materie prime, ma anche per le valute, con il dollaro in forte oscillazione. Fra gli asset più volatili troviamo oro e argento, così come platino e palladio, che dopo aver aggiornato i massimi storici sono poi crollati sul finale di ottava. Ma riavvolgiamo il nastro. Il grande protagonista del rally è stato l’argento, che è arrivato addirittura a superare quota 120 dollari per oncia, per poi perdere dai massimi quasi il 40% in una manciata di ore. Numeri incredibili se consideriamo che 13 mesi fa il prezzo era sotto i 30 dollari per oncia e a inizio 2026 ci trovavamo in area 70 dollari. Per chi ragiona in euro, il prezzo del metallo prezioso ha superato per qualche ora i 3.000 euro al chilogrammo, per poi crollare a 2.000, prima di chiudere le contrattazioni in area 2.300 euro/chilogrammo. Scenario simile – seppur con toni più pacati per l’oro, arrivato a dei massimi oltre i 5.500 dollari per oncia con una quotazione salita fino a + 110% da inizio 2025 (contro il circa 340% dell’argento), per poi crollare del 12% nel pomeriggio di venerdì. A scatenare le vendite un mix di fattori. In primis le notizie relative alla Fed. Se il Senato Usa confermerà la decisione di Trump, sarà Kevin Warsh il successore di Jerome Powell alla guida della Banca centrale americana. Un nome meno radicale sul tema tagli, almeno sulla carta, rispetto ad altri banchieri papabili. Inoltre, il Cme ha aumentato i margini per la negoziazione dell’argento, spingendo molti investitori che erano sovra esposti alla chiusura delle posizioni. Terzo punto, non di peso inferiore, molte prese di profitto dopo mesi di rally Certo, il tema dell’indipendenza della Federal Reserve resta senz’altro una questione aperta, ma il nome di Warsh ha frenato – almeno per il momento – le vendite sul dollaro. Proprio nelle ultime sedute, infatti, il cambio fra l’euro e la divisa americana era schizzato ai massimi da oltre quattro anni in area 1,20, prima di correggere di circa un punto percentuale. Scenario simile contro la sterlina, così come contro lo yen. In particolare, i rumours di possibili mosse congiunte fra Federal Reserve e Bank of Japan a sostegno della divisa nipponica hanno innescato un brusco calo del cambio dollaro/yen, sceso da 159 a 152 nel giro di poche sedute, prima di risalire a 154 nel pomeriggio di venerdì. Il contesto è decisamente volatile anche per le materie prime, con il petrolio in netta ripresa, sulla scia delle tensioni fra Stati Uniti e Iran. Anche in questo caso le questioni geopolitiche restano quindi un elemento da considerare, con possibili rallentamenti nella catena produttiva che inciderebbero ovviamente sull’offerta di greggio. Ecco, quindi, il prezzo del Wti salito nuovamente oltre quota 65 dollari al barile, sui massimi dallo scorso settembre. Notte profonda, invece, per le criptovalute. Le quotazioni del Bitcoin sono scese sotto quota 80.000 dollari, rompendo al ribasso i minimi dello scorso novembre. Debole anche Ethereum, scivolato sotto i 2.500 dollari per unità. Operativamente la capitalizzazione di mercato del settore è scesa in area 2.650 miliardi (di cui 1.570 circa derivanti dal Bitcoin). Scenario da monitorare, dunque, con possibili picchi di volatilità anche in questo comparto.