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In Cairn vestiremo gli atletici panni di Aava, una scalatrice di altissimo livello che sta tenendo col fiato sospeso il mondo perché si appresta a scalare il Monte Kami, una vetta che già in passato ha reclamato la vita di chi ha provato l’impresa. Per aiutarla dovremo affrontare una impresa fatta di arti posizionati con attenzione, chiodi da roccia ben piazzati, provviste, gesso per le mani e un po’ di fortuna.
Cairn si inserisce in quel filone di giochi legati all’esplorazione, al movimento ma anche a un certo gusto per la filosofia, un genere ampio che passa da titoli frustranti come Baby Steps ad altri più avvicinabili come Death Stranding. Giochi che possono essere parte dei cosiddetti “rage game” ovvero titoli pensati per essere frustranti, dove basta poco per perdere tutto, ma anche in un certo senso dei walking simulator, anche se la camminata è verticale. I suoi vari livelli di difficoltà vi permetteranno di scegliere quanto sarà dura la scalata, ma dovrete comunque pensare e muovermi come una scalatrice, una esploratrice, e non come Lara Croft, Nathan Drake o altri avventurieri dall’arrampicata facile.
Il sistema di controllo di Cairn si basa sul darci il controllo sempre dell’arto che in quel momento è sottoposto al maggior peso, sia esso il braccio o una gamba, per farci decidere dove posizionarlo per continuare la scalata. Inizialmente non è facile abituarsi, ma col tempo diventerà via via un gesto sempre più naturale. Volendo è anche possibile attivare una modalità dove scegliamo noi quale arto muovere, ma tutto diventa così complesso che forse è meglio evitarlo all’inizio. Anche perché già senza dover scegliere l’arto è importante muoversi bilanciando velocità e sicurezza, altrimenti ben presto vedremo Aava, iniziare ad ansimare e tremare sotto la fatica, indicatori che preannunciano una caduta rovinosa. Per fortuna, lungo le pareti più lunghe potremo piazzare dei chiodi da roccia per riprendere il fiato. Volendo potremo usare del gesso per aumentare temporaneamente la nostra presa nei passaggi più tosti.
Quando non è appesa a una parete, Aava deve pensare ad altre attività base: mangiare, riempire la borraccia, riposare, salvare la propria partita nei vari bivacchi, raccogliere provviste e esplorare un ambiente che si fa via via sempre più strano, vagamente esoterico, grazie ai segni di civiltà montane che in passato hanno abitato il Monte Kami. Il suo unico compagno, o quasi, sarà un fido robottino che si occuperà di recuperare i chiodi e riciclare i rifiuti per ottenere altro gesso.
Ma la cosa più importante è senza dubbio orientarsi e capire come affrontare la montagna. Ci sono ovviamente cartine e vie più semplici ma più si sale più queste vie scompaiono e bisogna fidarsi solo della propria capacità di osservazione e pianificazione, cercando via via di posizionare gli arti in maniera bilanciata, centellinando i chiodi e le provviste. Potenzialmente potreste stare decine di ore in compagnia della roccia, per il puro gusto di capire se c’è una strada migliore o cosa si nasconde su quell’altopiano più a destra. La vostra unica compagnia, o quasi, saranno le parole di Aava, i rumori dei suoi sforzi, le imprecazioni quando cade e piano piano vi renderete conto che non è semplicemente un avatar da impersonificare ma un personaggio che rappresenta perfettamente un certo grado di ossessione. Probabilmente sono tutte cose note a chi si arrampica, ma Cairn incarna molto bene quel sottile punto di equilibrio tra ansia e bisogno, tra la paura di affrontare qualcosa che ci sembra enorme e la nostra capacità di scomporlo in segmenti più piccoli, più affrontabili.
Cairn, dunque, nonostante alcuni momenti in cui le articolazioni fanno un po’ quello che vogliono e trasformano Aava in un manichino troppo snodato, riesce a far collimare molto bene le sue meccaniche ludiche con i suoi significati più profondi.
È inevitabile farsi prendere dalla voglia di cercare metafore, ma anche impossibile non farlo, perché un certo tipo di giochi, così come un certo tipo di attività, inevitabilmente ci portano in quella direzione e lo spostamento è sempre qualcosa che ha il potenziale di sconfinare nel filosofico, sia in orizzontale sia in verticale. Le ossessioni di Aava, i suoi silenzi, la sua voglia di affrontare qualcosa di più grande di lei sono le nostre ossessioni, i nostri silenzi, la nostra misantropia, la paura di non farcela ma la consapevolezza che se non tentiamo sarà peggio, che è meglio cadere che rimanere a guardare le cose dal basso.
Scalare in Cairn può essere frustrante, ansiogeno, ma anche tremendamente appagante, ti spiega anche perché c’è chi lo fa sul serio. Ma alla fine ognuno di noi ha le sue montagne, che siano dentro o fuori di noi poco importa, l’importante e mettere le mani su quella roccia e provare a tirarsi su.
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