Bisogna prendere sul serio gli “incappuciati” di Torino. Perché sono capaci di colpire a martellate un poliziotto inerme. E perché pensano che così si può colpire al cuore lo Stato della borghesia, la stessa che talvolta li coccola. Chi ha vissuto gli anni di Piombo ricorda l’inquietudine e il senso di instabilità alimentati dalla minaccia di una lotta armata diffusa. È anche questo oggi l’umore dell’opinione pubblica?

Ragioniamo con calma. Fino all’omicidio di Aldo Moro, non si volle capire che le Brigate c’erano ed erano Rosse, figlie della tradizione comunista e con un certo seguito nelle fabbriche. Un capitolo ormai chiuso, grazie anche alla risposta ferma e unitaria del mondo politico e sindacale. Ora dobbiamo invece fare i conti con un altro fenomeno, che ha come protagonista una costellazione di gruppuscoli, senza radici culturali e sociali, legati al sovversivismo anarchico e di alcune frange della sinistra extraparlamentare. È perciò un fenomeno trascurabile? Al contrario: è un moltiplicatore di insicurezza tra i cittadini. O, meglio, di quella percezione certificata dall’ultimo rapporto Censis e da una indagine Istat dell’anno scorso.

Cosa fare, quindi? Il governo sta discutendo un nuovo pacchetto di misure. A chi scrive il cosiddetto “scudo penale” non pare un’idea insensata. Purché valga erga omnes, e non solo per le forze dell’ordine. Esso prevede che non si proceda con l’iscrizione automatica nel registro degli indagati degli agenti in presenza in casi conclamati di legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità. Sarebbe una stretta autoritaria? Non credo. Se valesse per tutti, inoltre, si supererebbero i dubbi di costituzionalità sollevati dalle opposizioni.

Questo esempio serve per venire a un punto politico, che è il vero punto del confronto in corso tra maggioranza e minoranza parlamentare. Elly Schlein si è rivolta a Giorgia Meloni invitandola a evitare speculazioni indebite sui fatti torinesi, nonché a non fomentare artificiose divisioni tra le forze politiche. Il presidente del Consiglio, dal canto suo, ha dato mandato ai capigruppo di maggioranza di proporre a quelli di minoranza «la presentazione di una risoluzione unitaria in tema di sicurezza, che potrebbe essere votata già questa settimana», insieme alla relazione del ministro Piantedosi alla Camere. Sarebbe una “prova di maturità” per la sinistra, ma la risposta di Pd e Avs è stata perentoria: non se ne parla. A qualcuno spiacerà (tra cui all’autore di questo scritto), ma è stato Giuseppe Conte a dimostrare in questa circostanza una felice duttilità tattica, dicendosi pronto a discutere di fronte a una vera disponibilità del governo «a fare le cose con serietà e responsabilità».

Cari amici del Pd e di Avs, una volta c’erano i “compagni che sbagliano”. Poi è venuta la sua versione moderna, la “critica solidale”: si condanna risolutamente ogni forma di violenza, di Askatasuna come dei black bloc sotto mentite spoglie, ma non negano le ragioni di alcune analisi e istanze. Ora, una risoluzione comune con Meloni implica un dialogo, una discussione di merito sul tema -sempre più cruciale- della sicurezza. È una preziosa opportunità per passare dalla protesta alla proposta, liberandosi finalmente da tutti i cascami della “critica solidale”. Perché sprecarla?

Michele Magno