Ruth Wasserman Lande, già deputata israeliana per i centristi di “Bianco e Blu”, è una analista specializzata in studi arabi e scrive come editorialista per il quotidiano Maariv.

Come valuta oggi le prospettive del rapporto israelo-palestinese e le reali prospettive di pace?
«Per avviare un processo di pace autentico servono tre elementi fondamentali: istruzione, istruzione, istruzione. Non puoi costruire la pace se generazioni intere sono state educate all’odio. Nella Striscia di Gaza, dal 2006, i bambini crescono in un sistema che normalizza l’idea di odiare, ferire o uccidere ebrei. È un’educazione onnipresente: dall’asilo ai campeggi estivi, nella cultura, nella musica, nei sermoni nelle moschee, persino nei ristoranti. Dopo il 7 ottobre hanno aperto un locale chiamato “October 7th”: questo dà il senso dell’indottrinamento. Quando un bambino non vede l’altro come un essere umano, la pace è impossibile. E spiega anche l’atrocità dei crimini commessi: non puoi torturare, decapitare, mutilare se percepisci l’altro come una persona. Il syllabus dell’Autorità Palestinese è verificabile: l’Unione Europea finanzia quell’educazione e dovrebbe pretendere trasparenza. Se l’Europa controllasse davvero quei libri resterebbe scioccata. Solo allora si potrà discutere seriamente di prospettive di pace».

Ha evocato l’educazione come prerequisito…
«Sì Perché senza un cambiamento educativo ogni altro intervento è marginale. Puoi ricostruire scuole, ma se sotto quelle scuole c’erano arsenali che sparavano sui nostri figli, allora si capisce perché Israele ha chiesto ai bambini di uscire prima di colpire. In West Bank non abbiamo bombardato niente: eppure basta leggere cosa viene insegnato lì. L’Egitto sta addestrando 40.000 uomini della polizia palestinese. Ma una polizia dovrebbe avere manganelli, cavalli, forse pistole — non armi pesanti. Perché invece vogliono armi pesanti? Per fare cosa? Non per mantenere l’ordine. Questo è il nodo: si prepara un “corpo di polizia” che in realtà appare concepito come forza militare. E questo accade mentre gli stessi egiziani non permettono ai palestinesi di attraversare il loro confine. Qualcosa non torna».

Quali parti del recente piano americano ritiene praticabili e quali, invece, irrealistiche?
«Donald Trump ha un’enorme credibilità, anche tra gli israeliani di destra e di sinistra, per un motivo semplice: ha riportato a casa gli ostaggi. Per il popolo ebraico anche il corpo di un defunto è sacro; figuriamoci un rapito vivo. Ma il resto del piano è, mi scusi, molto fragile. L’idea che Hamas si disarmi è completamente scollegata dalla realtà. Lo dicono loro stessi: non deporranno le armi. Lo stesso vale per Hezbollah e Islamic Jihad, che da anni ricevono fondi e direzione strategica dall’Iran. Il piano prevede che la sicurezza sia affidata alla Palestinian Authority. Ma nel 2005 Israele lasciò Gaza completamente, e Hamas non solo ne prese il controllo ma sterminò gli uomini di Fatah, buttandoli letteralmente giù dai tetti. È storia, non opinione. Perché dovrebbe andare diversamente ora? Né l’Egitto disarmerà Hamas. Non l’ha fatto in passato e non lo farà adesso. Inoltre negli ultimi anni l’Egitto è stato infiltrato da Qatar e Turchia: un cambiamento geopolitico di cui in Europa quasi nessuno si è accorto. Pensare che Il Cairo assuma il ruolo di forza stabilizzatrice è illusorio».

Lei parla di un’Egitto molto cambiato. Qual è il quadro che l’Europa non vede?
«L’Egitto è un Paese da 120 milioni di abitanti con uno degli eserciti più seri al mondo, ufficialmente in pace con Israele da più di quarant’anni. Ma il livello di indottrinamento anti-ebraico è altissimo. Parallelamente, negli ultimi anni è cresciuta un’alleanza sotterranea con Qatar e Turchia, soprattutto nei conflitti regionali come quello in Sudan. Mentre milioni di persone vengono massacrate — sudanesi, nigeriani, cristiani, yazidi, curdi, drusi — nessuno in Europa sembra accorgersi che questi fili si intrecciano. La realtà è brutale: pensare che attori così radicalizzati possano disarmare Hamas è una fantasia. E questa fantasia è al centro di molti piani di pace occidentali».

Quale ruolo concreto possono svolgere l’Unione Europea e l’Italia?
«Gli europei devono pretendere trasparenza rispetto alla destinazione dei loro aiuti umanitari. Finanziano l’Autorità Palestinese e hanno il diritto — e il dovere — di verificare cosa viene insegnato nelle scuole. UNRWA è stata complice per anni di pratiche inaccettabili: perché continuare a finanziare un sistema che usa i bambini come pedine politiche? Aiutare donne e bambini, sì. Ma non attraverso organizzazioni che rafforzano gruppi radicali. È un controsenso che finisce per generare instabilità, estremismo e — alla fine — flussi migratori che colpiscono proprio l’Europa e l’Italia. Da europei ci si dovrebbe chiedere: dove vanno i soldi? Chi è responsabile? Chi verifica? Perché non si pretende ciò che sarebbe ovvio in qualunque altro contesto?»

Lei sostiene che il problema dell’“antisemitismo” sia globale. Cosa intende?
«Dico spesso al mio stesso popolo: smettiamo di parlare di antisemitismo come se riguardasse solo noi. È un pezzo del problema, certo. Ma l’ideologia che si sta affermando è più ampia: è un progetto politico-religioso che usa l’Islam come piattaforma per costruire un califfato mondiale basato sulla sharia. Non è fantasia: è ciò che questi gruppi dichiarano apertamente. E qualsiasi europeo che si racconti la favola secondo cui Roma, Parigi e Bruxelles non rientrano in questo disegno, semplicemente non stanno ascoltando quel che dicono i gruppi islamici in Europa».

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Aldo Torchiaro