Le immagini viste a Torino sono il prodotto di una violenza sistemica e prevedibile. Chi si chiede “perché non si sia intervenuti prima”, finisce per spostare implicitamente la responsabilità dai violenti alle Forze dell’ordine. Finché realtà come Askatasuna vengono trattate come una sommatoria di episodi isolati e ricondotte a semplice teppismo, qualunque pretesa di prevenzione resta priva di fondamento. Per agire in anticipo è necessario riconoscere l’esistenza di un sodalizio criminale organizzato, finalizzato alla commissione sistematica di reati, e non di condotte singole.

La violenza urbana che emerge in questi contesti è organizzata e preparata. A livello europeo, le autorità di polizia riconoscono da anni l’esistenza di una violenza politica di matrice anarchica ed estremista, inserita in reti diffuse e con collegamenti transnazionali. Questi gruppi condividono pratiche, tattiche e linguaggi, sfruttano la circolazione digitale delle informazioni e mantengono contatti con realtà analoghe in altri Paesi dell’Unione. Il nodo centrale resta giuridico. L’ordinamento penale italiano dispone già degli strumenti per un diverso inquadramento del fenomeno, a partire dai reati di associazione per delinquere e di devastazione e saccheggio. Se applicati in modo coerente, permetterebbero di qualificare la violenza collettiva come espressione di un progetto criminale unitario e non come una semplice sequenza di episodi isolati, rendendo possibile anche un’effettiva prevenzione fondata su indizi concreti di organizzazione criminale.

La difficoltà di arrivare ad arresti e condanne rapide produce un effetto di sostanziale impunità, che alimenta la reiterazione delle violenze. Serve un cambio di paradigma: non basta contenere; occorre isolare i gruppi violenti durante i disordini, impedirne la dispersione e procedere ad arresti in flagranza per condotte collettive e associative, utilizzando pienamente le fattispecie esistenti o introducendo strumenti normativi mirati. Un riferimento utile è offerto dalla disciplina della rissa, dove la responsabilità penale deriva dalla partecipazione alla condotta collettiva, anche in assenza dell’attribuzione del singolo atto ad ogni singolo partecipante. Un meccanismo analogo, applicato alla violenza politica organizzata, rafforzerebbe la certezza del diritto e renderebbe immediate le conseguenze per chi sceglie comportamenti violenti.

Resta infine una questione culturale, forse la più delicata. La violenza contro le Forze dell’ordine non è un’espressione di conflitto sociale, ma la rottura del patto di convivenza democratica. Attaccare un agente in divisa o devastare la città non sono gesti simbolici, ma un attacco diretto alle regole che rendono possibile una società civile. Minimizzare o giustificare questi comportamenti, in nome di presunte istanze politiche, equivale a una resa culturale le cui conseguenze ricadono sui cittadini e su chi ogni giorno garantisce la sicurezza pubblica.

Paolo Crucianelli