[analyse_image type=”featured” src=”https://statics.cedscdn.it/photos/MED_HIGH/2026/01/31/9331705_OBJ65171279_19748.jpg”]
L’etichetta del 1640: quel tabacco napoletano
Due studiosi hanno trovato nell’archivio diocesano un marchio del 1640 di una produzione di piazza Mercato

abbonati premium
Napoletani, popolo di cantanti, attori e fumatori. Potrebbe essere stato sviluppato sotto il Vesuvio uno dei più antichi marchi commerciali di tabacco, un’etichetta databile intorno al 1640 trovata recentemente da due studiosi, Giovanni Chianese e Demetrio Baffa Trasci Amalfitani: lo stemma raffigura la pianta immersa nell’acqua, circondata da fregi nobiliari e da figure allegoriche, e riporta sotto la scritta «questo tabacho lo fa Gio Frescaruolo allo Mercato alli Socolare e per non essere cagniato h: fatto: la sua impresa» ovvero, «questo tabacco viene prodotto da Giovanni Frescaruolo nella zona di piazza Mercato, al vico degli Zoccolari, il quale, per non essere confuso (con altri produttori), ha creato il proprio marchio».
Il ritrovamento è avvenuto per caso. I due erano alle prese con lo studio di alcuni antichi atti matrimoniali conservati nell’archivio diocesano e tra le varie carte si sono imbattuti in un foglio del 1650 ricoperto dall’involucro commerciale: «Risulta plausibile che il prete che aveva redatto l’atto matrimoniale abbia utilizzato come copertina del documento quella che in origine doveva essere la confezione di un pacchetto di tabacco che aveva voluto riciclare» spiegano, prima di descrivere il marchio: «Nello scudo è raffigurata una pianta di tabacco che emerge dalle onde del mare, accompagnata da due visi, negli angoli, che soffiano il vento, figure che nell’araldica sono note con il termine di “borea”. Il mare simboleggia la provenienza d’Oltreoceano dei semi del tabacco».
Tucci, Sos emeroteca intellettuali in campo: «Perla da proteggere»
Il tabacco proveniva infatti dalle Americhe ed era stato diffuso in Europa dalla metà del ‘500. Prima in Francia, dove fu usato come medicinale: nel 1560 l’ambasciatore francese in Portogallo Jean Nicot (da cui prenderà il nome la nicotina), inviò alla regina Caterina de Medici semi e foglie di tabacco come trattamento delle emicranie di cui soffriva il figlio, il sovrano Francesco II. L’utilizzo da fumo e da fiuto, insieme alla diffusione delle colture, si intensifica nel ‘600; considerato che l’atto matrimoniale è del 1650 si può datare il marchio partenopeo intorno al 1640.
La stampa non solo costituisce un esempio di contrassegno napoletano del XVII secolo, ma è anche, spiegano gli studiosi, «significativo di un’esigenza all’epoca evidentemente già fortemente sentita: la riconoscibilità del produttore, il quale, orgoglioso e geloso della qualità del suo prodotto, ne vuole riaffermare fortemente la paternità e, soprattutto, vuole scongiurare il rischio di essere confuso con altri produttori di tabacco».
Alla “Buca di Bacco” tra la granita di Grace Kelly e le alici di De Sica
Ma non bisogna confondere, avvertono i ricercatori, il termine impresa richiamato nella dicitura: «Frescaruolo non si riferisce al concetto moderno di “impresa” e di “imprenditore”, dal momento che all’epoca si sarebbe parlato piuttosto di “negozio” e di “negoziante”, ma attinge piuttosto al linguaggio araldico». In araldica, infatti, non esistono solo gli stemmi, ma anche «le imprese, ovvero le raffigurazioni allegoriche di qualità familiari o personali, di gesta, di eventi, o di fatti in genere, e vengono usate da chi ha già uno stemma; sono costituite spesso da scenette, con o senza il motto». La scoperta è oggetto di uno studio, Un tabaccaio nella Napoli Spagnola, che sarà pubblicato nei prossimi tempi a firma di Chianese sulla rivista di storiografia «Myrrha».
L’etichetta del 1640: quel tabacco napoletano
Due studiosi hanno trovato nell’archivio diocesano un marchio del 1640 di una produzione di piazza Mercato

abbonati premium
Napoletani, popolo di cantanti, attori e fumatori. Potrebbe essere stato sviluppato sotto il Vesuvio uno dei più antichi marchi commerciali di tabacco, un’etichetta databile intorno al 1640 trovata recentemente da due studiosi, Giovanni Chianese e Demetrio Baffa Trasci Amalfitani: lo stemma raffigura la pianta immersa nell’acqua, circondata da fregi nobiliari e da figure allegoriche, e riporta sotto la scritta «questo tabacho lo fa Gio Frescaruolo allo Mercato alli Socolare e per non essere cagniato h: fatto: la sua impresa» ovvero, «questo tabacco viene prodotto da Giovanni Frescaruolo nella zona di piazza Mercato, al vico degli Zoccolari, il quale, per non essere confuso (con altri produttori), ha creato il proprio marchio».
Il ritrovamento è avvenuto per caso. I due erano alle prese con lo studio di alcuni antichi atti matrimoniali conservati nell’archivio diocesano e tra le varie carte si sono imbattuti in un foglio del 1650 ricoperto dall’involucro commerciale: «Risulta plausibile che il prete che aveva redatto l’atto matrimoniale abbia utilizzato come copertina del documento quella che in origine doveva essere la confezione di un pacchetto di tabacco che aveva voluto riciclare» spiegano, prima di descrivere il marchio: «Nello scudo è raffigurata una pianta di tabacco che emerge dalle onde del mare, accompagnata da due visi, negli angoli, che soffiano il vento, figure che nell’araldica sono note con il termine di “borea”. Il mare simboleggia la provenienza d’Oltreoceano dei semi del tabacco».
Tucci, Sos emeroteca intellettuali in campo: «Perla da proteggere»
Il tabacco proveniva infatti dalle Americhe ed era stato diffuso in Europa dalla metà del ‘500. Prima in Francia, dove fu usato come medicinale: nel 1560 l’ambasciatore francese in Portogallo Jean Nicot (da cui prenderà il nome la nicotina), inviò alla regina Caterina de Medici semi e foglie di tabacco come trattamento delle emicranie di cui soffriva il figlio, il sovrano Francesco II. L’utilizzo da fumo e da fiuto, insieme alla diffusione delle colture, si intensifica nel ‘600; considerato che l’atto matrimoniale è del 1650 si può datare il marchio partenopeo intorno al 1640.
La stampa non solo costituisce un esempio di contrassegno napoletano del XVII secolo, ma è anche, spiegano gli studiosi, «significativo di un’esigenza all’epoca evidentemente già fortemente sentita: la riconoscibilità del produttore, il quale, orgoglioso e geloso della qualità del suo prodotto, ne vuole riaffermare fortemente la paternità e, soprattutto, vuole scongiurare il rischio di essere confuso con altri produttori di tabacco».
Alla “Buca di Bacco” tra la granita di Grace Kelly e le alici di De Sica
Ma non bisogna confondere, avvertono i ricercatori, il termine impresa richiamato nella dicitura: «Frescaruolo non si riferisce al concetto moderno di “impresa” e di “imprenditore”, dal momento che all’epoca si sarebbe parlato piuttosto di “negozio” e di “negoziante”, ma attinge piuttosto al linguaggio araldico». In araldica, infatti, non esistono solo gli stemmi, ma anche «le imprese, ovvero le raffigurazioni allegoriche di qualità familiari o personali, di gesta, di eventi, o di fatti in genere, e vengono usate da chi ha già uno stemma; sono costituite spesso da scenette, con o senza il motto». La scoperta è oggetto di uno studio, Un tabaccaio nella Napoli Spagnola, che sarà pubblicato nei prossimi tempi a firma di Chianese sulla rivista di storiografia «Myrrha».
[analyse_source url=”http://ilmattino.it/napoli/cultura/l_etichetta_del_1640_quel_tabacco_napoletano-9331705.html”]























