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Grossman a Napoli: «Non bisogna smettere di lottare per la pace»

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Insieme agli amici scrittori israeliani Amos Oz e Abraham Yehoshua, David Grossman ha sempre condannato l’uso della forza per risolvere il conflitto israelo-palestinese e negli ultimi anni ha criticato senza mezzi termini il governo di destra di Netanyahu. E ieri sera a Napoli, nella chiesa di san Giovanni maggiore, in occasione del conferimento del Premio Pellegrini di Pace promosso dall’arcidiocesi e dall’arciconfraternita dei Pellegrini, è tornato di nuovo a parlare di Medioriente. Raccontando come sia ancora possibile lottare per la pace e di quanto sia difficile costruirla. Lo ha fatto di fronte a una chiesa gremita, con presenti, tra gli altri, il sindaco Gaetano Manfredi, il giudice Nicola Gratteri, i genitori di Mario Paciolla, e il cardinale Mimmo Battaglia, che gli ha consegnato il riconoscimento «per aver reso la parola scritta un atto di responsabilità morale e civile, capace di attraversare il dolore della storia senza mai tradire la dignità dell’umano, per aver mostrato che la pace è una scelta quotidiana, concreta ed esigente, che chiede di essere rinnovata ogni giorno».
Com’è la situazione oggi in Israele e in Palestina? Per Grossman «se cammini per le strade dei due paesi vedi quante persone siano sopraffatte dalla paura e dalla tristezza. E sentono che stanno vivendo una vera tragedia, perché erano certi di stare così vicini alla pace tra Israele e Palestina e poi di colpo è arrivato il 7 ottobre e queste possibilità sono sparite e il mondo si è capovolto. Ci vorranno generazioni per potere riparare i danni di quello che è successo dopo, le ferite degli israeliani e dei gazawi».
Già, ma come costruire la pace dopo tanto odio seminato, dopo tanto sangue innocente sparso? «Ne parliamo spesso ma non dobbiamo commettere l’errore di essere sentimentali. La pace si fa con la creatività, con le iniziative concrete, muovendo emozioni, combattendo le attitudini individuali distruttive di chi non ci vuole credere», ha ragionato lo scrittore, sottolineando quale sia il primo dovere di chi è disposto a lavorare per la pace: «Di solito il dolore e la sofferenza dell’altro sono difficili da comprendere appieno, non è mai facile esporsi alla miseria dell’altro, confrontarsi con il dolore e la disperazione dei nostri simili, soprattutto quando tu ti senti responsabile di quel dolore, soprattutto quando sei stato tu a causarlo. Abbiamo paura di misurarci con questo tipo di dolore, e allora a volte costruiamo dei muri per evitare di vedere, per nasconderci. Per la pace ci vuole un atteggiamento opposto. È necessario uno sforzo enorme in grado di educarci al dolore dell’altro, a riconoscerlo e a lenirlo. Non saremo mai costruttori di pace se non ci apriamo al dolore altrui».
E questo atteggiamento purtroppo diventa sempre più difficile in un Israele in cui «un numero sempre maggiore di persone si lascia tentare da ideologie razziste ed estremiste, da quel fanatismo che mai porterà empatia e umanità». Grossman ha anche affrontato il personalissimo dolore che dal 2006 l’accompagna per la morte del figlio ventenne durante la guerra del Libano: «Ci sono stati momenti della mia vita davvero difficili, di profonda disperazione, di enorme frustrazione. La mia esistenza non posso certo definirla una passeggiata su un pavimento di rose e fiori. Ma ogni volta che stavo raggiungendo il punto di non ritorno, ho detto a me stesso, pensando anche a chi lotta per la pace nel mondo, che se avessi lasciato vincere la disperazione, avrei perso, se mi fossi arreso alla paura avrei perso, sarei stato complice di un sentimento pernicioso. E io, e chi combatte per la pace, non possiamo e non dobbiamo arrendersi. Sarebbe un’umiliazione, una sconfitta».
Dopo le sue riflessioni il cardinale Battaglia, collegandosi alle parole dello scrittore, ha spiega la sua idea di pace, «una pace che si possa toccare, con le ginocchia sbucciate come i bambini che giocano nei vicoli, che si impasta ogni giorno, che non sia una tregua stanca, non sia solo un intervallo, che non abbia bisogno di spiegarsi, una pace che non mi faccia vergognare di essere umano». «Vorrei una pace che interroghi gli Stati Uniti d’America», ha continuato don Mimmo, come ama essere chiamato da fedeli e non, «perché quando si è la potenza più influente del pianeta, quando si decide il flusso delle armi, il linguaggio delle alleanze, il tempo della guerra e quello della tregua, non si è spettatori. Si è parte in causa. E non basta dire: difendiamo la sicurezza. Non basta dire: è complicato. Nessuna alleanza, nessuna strategia globale, nessun interesse geopolitico può valere la vita di un bambino. Nessuno. Perché oggi, sotto le bombe, ci sono bambini che imparano a riconoscere i droni prima delle stelle. E ogni bambino ferito, mutilato, sepolto sotto le macerie non è un errore di calcolo. È una scelta che qualcuno, da qualche parte, ha accettato come prezzo. Questo prezzo è moralmente inaccettabile».
Alla fine della serata, condotta da Marisa Laurito, Enzo Gragnaniello ha usato le sue canzoni come balsamo sulle ferite aperte dal 7 ottobre di Hamas e dal genocidio palestinese opera di Netanyahu. Grossman resterà a Napoli anche oggi per un incontro pubblico, alle 18 al teatro Sannazaro, con Maurizio de Giovanni, presidente della Fondazione Premio Napoli.
Grossman a Napoli: «Non bisogna smettere di lottare per la pace»

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Insieme agli amici scrittori israeliani Amos Oz e Abraham Yehoshua, David Grossman ha sempre condannato l’uso della forza per risolvere il conflitto israelo-palestinese e negli ultimi anni ha criticato senza mezzi termini il governo di destra di Netanyahu. E ieri sera a Napoli, nella chiesa di san Giovanni maggiore, in occasione del conferimento del Premio Pellegrini di Pace promosso dall’arcidiocesi e dall’arciconfraternita dei Pellegrini, è tornato di nuovo a parlare di Medioriente. Raccontando come sia ancora possibile lottare per la pace e di quanto sia difficile costruirla. Lo ha fatto di fronte a una chiesa gremita, con presenti, tra gli altri, il sindaco Gaetano Manfredi, il giudice Nicola Gratteri, i genitori di Mario Paciolla, e il cardinale Mimmo Battaglia, che gli ha consegnato il riconoscimento «per aver reso la parola scritta un atto di responsabilità morale e civile, capace di attraversare il dolore della storia senza mai tradire la dignità dell’umano, per aver mostrato che la pace è una scelta quotidiana, concreta ed esigente, che chiede di essere rinnovata ogni giorno».
Com’è la situazione oggi in Israele e in Palestina? Per Grossman «se cammini per le strade dei due paesi vedi quante persone siano sopraffatte dalla paura e dalla tristezza. E sentono che stanno vivendo una vera tragedia, perché erano certi di stare così vicini alla pace tra Israele e Palestina e poi di colpo è arrivato il 7 ottobre e queste possibilità sono sparite e il mondo si è capovolto. Ci vorranno generazioni per potere riparare i danni di quello che è successo dopo, le ferite degli israeliani e dei gazawi».
Già, ma come costruire la pace dopo tanto odio seminato, dopo tanto sangue innocente sparso? «Ne parliamo spesso ma non dobbiamo commettere l’errore di essere sentimentali. La pace si fa con la creatività, con le iniziative concrete, muovendo emozioni, combattendo le attitudini individuali distruttive di chi non ci vuole credere», ha ragionato lo scrittore, sottolineando quale sia il primo dovere di chi è disposto a lavorare per la pace: «Di solito il dolore e la sofferenza dell’altro sono difficili da comprendere appieno, non è mai facile esporsi alla miseria dell’altro, confrontarsi con il dolore e la disperazione dei nostri simili, soprattutto quando tu ti senti responsabile di quel dolore, soprattutto quando sei stato tu a causarlo. Abbiamo paura di misurarci con questo tipo di dolore, e allora a volte costruiamo dei muri per evitare di vedere, per nasconderci. Per la pace ci vuole un atteggiamento opposto. È necessario uno sforzo enorme in grado di educarci al dolore dell’altro, a riconoscerlo e a lenirlo. Non saremo mai costruttori di pace se non ci apriamo al dolore altrui».
E questo atteggiamento purtroppo diventa sempre più difficile in un Israele in cui «un numero sempre maggiore di persone si lascia tentare da ideologie razziste ed estremiste, da quel fanatismo che mai porterà empatia e umanità». Grossman ha anche affrontato il personalissimo dolore che dal 2006 l’accompagna per la morte del figlio ventenne durante la guerra del Libano: «Ci sono stati momenti della mia vita davvero difficili, di profonda disperazione, di enorme frustrazione. La mia esistenza non posso certo definirla una passeggiata su un pavimento di rose e fiori. Ma ogni volta che stavo raggiungendo il punto di non ritorno, ho detto a me stesso, pensando anche a chi lotta per la pace nel mondo, che se avessi lasciato vincere la disperazione, avrei perso, se mi fossi arreso alla paura avrei perso, sarei stato complice di un sentimento pernicioso. E io, e chi combatte per la pace, non possiamo e non dobbiamo arrendersi. Sarebbe un’umiliazione, una sconfitta».
Dopo le sue riflessioni il cardinale Battaglia, collegandosi alle parole dello scrittore, ha spiega la sua idea di pace, «una pace che si possa toccare, con le ginocchia sbucciate come i bambini che giocano nei vicoli, che si impasta ogni giorno, che non sia una tregua stanca, non sia solo un intervallo, che non abbia bisogno di spiegarsi, una pace che non mi faccia vergognare di essere umano». «Vorrei una pace che interroghi gli Stati Uniti d’America», ha continuato don Mimmo, come ama essere chiamato da fedeli e non, «perché quando si è la potenza più influente del pianeta, quando si decide il flusso delle armi, il linguaggio delle alleanze, il tempo della guerra e quello della tregua, non si è spettatori. Si è parte in causa. E non basta dire: difendiamo la sicurezza. Non basta dire: è complicato. Nessuna alleanza, nessuna strategia globale, nessun interesse geopolitico può valere la vita di un bambino. Nessuno. Perché oggi, sotto le bombe, ci sono bambini che imparano a riconoscere i droni prima delle stelle. E ogni bambino ferito, mutilato, sepolto sotto le macerie non è un errore di calcolo. È una scelta che qualcuno, da qualche parte, ha accettato come prezzo. Questo prezzo è moralmente inaccettabile».
Alla fine della serata, condotta da Marisa Laurito, Enzo Gragnaniello ha usato le sue canzoni come balsamo sulle ferite aperte dal 7 ottobre di Hamas e dal genocidio palestinese opera di Netanyahu. Grossman resterà a Napoli anche oggi per un incontro pubblico, alle 18 al teatro Sannazaro, con Maurizio de Giovanni, presidente della Fondazione Premio Napoli.
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