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Anche a Milano, realtà che ospita gare fra cui il pattinaggio artistico o l’hockey, le temperature sono salite nello stesso periodo di oltre tre gradi. La crisi del clima come noto sta infatti cambiando distribuzione e intensità delle piogge e l’approvvigionamento delle risorse idriche e del livello nivale. D’inverno, in Italia, c’è sempre meno neve e soprattutto – anche se possiamo assistere a nevicate copiose in determinate aree – fa fatica ad accumularsi e permanere. Legambiente a inizio anno, citando dati di Fondazione Cima e altre realtà scientifiche, ricordava infatti come ormai nell’ultimo secolo sulle Alpi la neve si è letteralmente dimezzata.
In uno studio pubblicato sull’International Journal of Climatology e condotto da ricercatori dell’Università di Trento si parla di cali, tra il 1920 e il 2020, di oltre il 23% nelle Alpi settentrionali e oltre il 50% in quelle sud occidentali. Un altro studio del 2023 apparso su Nature rimarcava poi quanto fosse effimero il manto nevoso: la durata della neve si è accorciata in media di un mese a causa del surriscaldamento. Un’assenza che per le Olimpiadi 2026 di febbraio e poi le Paralimpiadi di marzo, ha un’unica soluzione nell’immediato: la neve artificiale, che come noto è ben poco sostenibile ed impatta sia a livello di emissioni sia sulle gare stesse. Per garantire neve e medaglie a Milano-Cortina 2026 saranno infatti usati circa 2,4 milioni di metri cubi di neve prodotta grazie a quasi 1 milione di metri cubi d’acqua e un elevato consumo energetico, equivalente a 3.000 famiglie italiane.
L’Italia, ricorda ancora Legambiente, “stando alle ultime stime disponibili è tra i paesi alpini più dipendenti dalla neve artificiale con il 90% di piste innevate artificialmente”. Di fatto, più le temperature continueranno a crescere per via delle emissioni legate ai combustibili fossili che bruciamo, più al di sotto dei 2000 metri sarà complesso trovare neve.
Questo problema italiano ben visibile nella Cortina tirata a lucido per le Olimpiadi ma distante dai livelli di neve del passato, è ormai però un problema globale. Come indica il rapporto Lost Winter, pubblicato da Climate Central a fine anno, “la copertura nevosa nell’emisfero settentrionale del Pianeta diminuirà dell’8% per ogni incremento di 1°C della temperatura superficiale globale”.
Gli effetti sono già ben visibili ovunque, per esempio proprio negli Stati Uniti guidati da Donald Trump che nega la crisi del clima e continua a spingere sui combustibili fossili. Un recente articolo del New York Times sottolinea infatti come nelle Montagne Rocciose degli Usa, simbolo del Paese e delle vacanze invernali, quest’anno ci siano sempre più pendii privi di neve, una scarsa coltre nevosa che sta rendendo la stagione sciistica difficilissima. “Nella parte occidentale degli Stati Uniti, la stagione sciistica del 2026 si preannuncia come una delle peggiori degli ultimi decenni” scrive senza mezzi termini il Nyt. Migliaia di sciatori sono rimasti a casa o hanno cancellato le vacanze, con ripercussioni sull’economia locale. In Colorado il manto nevoso è poco sopra il 50% della media, nello Utah va appena meglio ma, nonostante ci siano state nevicate, le temperature hanno contribuito a scioglimenti e piogge che hanno portato a un calo di almeno il 20% dei visitatori in alcuni delle principali località sciistiche. Se a questo si aggiungono scioperi degli operatori e cali del 33% di visitatori internazionali a causa delle tensioni geopolitiche globali (fra cui quelle tra Usa e Canada), il quadro della crisi dello sci è ancor più definito. In più, senza neve e accumulo di risorse idriche, ci sono già perfino timori in vista dell’estate dove la grande minaccia saranno gli incendi boschivi.
Caratteristiche, quelle che vivono l’Italia o gli Usa, che alle tendenze attuali dei modelli climatici diventeranno sempre più comuni (e peggiori) nei prossimi anni. Nell’analisi di Climate Center viene ricordato come ormai tutte le città che hanno ospitato le Olimpiadi invernali dal 1950 si sono riscaldate: l’affidabilità, sicurezza e ed equità delle competizioni sportive invernali all’aperto sono dunque potenzialmente a rischio ovunque. Su 93 potenziali realtà ospitanti per le Olimpiadi invernali, ormai solo 52 mostrano condizioni possibili per svolgere i Giochi nel 2050, quasi la metà dunque.
Le Alpi italiane in futuro molto probabilmente non riusciranno quindi più a garantire le condizioni necessarie per i Giochi e per questo è ipotizzabile, al di là di utilizzi artificiali, che le Olimpiadi invernali vengano circoscritte dal CIO a poche aree del mondo dove potranno ancora tenersi. Peggio, ai calendari attuali, andrà ai Giochi Paralimpici che si svolgono in marzo, dato che sono esposti a rischi climatici maggiori: solo 22 (su 93) località offriranno affidabilità per il 2050. Addirittura, in uno scenario ad alte emissioni antropiche, fra 50 anni la possibilità di tenere le Paralimpiadi a marzo sarà praticamente nulla: appena 4 località offrono condizioni ipotetiche di realizzazione.
Alcuni sport in particolare, come sci, snowboard o bob risulteranno poi sempre più compromessi. Riuscire a salvare lo spirito olimpico e le gare come le conosciamo oggi dipenderà dunque da più fattori: la nostra capacità di combattere il cambiamento climatico e ridurre le emissioni, le alternative energetiche e di risparmio idrico (necessarie per garantire la neve artificiale), la capacità di predisporre parte degli impianti al chiuso.
Inoltre, ha ammesso lo stesso Comitato Olimpico Internazionale, i futuri Giochi dovranno essere programmati già a gennaio e quelli Paralimpici a febbraio: “Stiamo valutando di anticipare un po’ le Olimpiadi invernali” ha spiegato Karl Stoss, membro del CIO, riconoscendo le nuove sfide legate al riscaldamento globale e il fatto che ormai “marzo sia molto tardi perché il sole è abbastanza forte da sciogliere la neve” ha detto. Una presa di coscienza che è anche e soprattutto da parte degli atleti: lo sciatore norvegese Nikolai Schirmer ha appena consegnato al CIO la petizione “Ski Fossil Free” firmata da oltre 21.000 persone e atleti professionisti per impedire per esempio alle aziende di combustibili fossili di sponsorizzare gli sport invernali. Un primo passo, spiegano i firmatari, per aiutare a comprendere che senza una lotta alle emissioni fossili il futuro dei Giochi è realmente a rischio. Anche perché dopo aver visto gare su neve al 100% artificiale in Cina nel 2022 e aver assistito alla creazione e sviluppo di bacini artificiali in Italia per permettere la refrigerazione e l’uso di neve finta per l’edizione 2026, è ormai chiaro che anche la futura assegnazione delle sedi dovrà passare per ragionamenti climatici.
Uno studio del 2018 sosteneva per esempio come entro metà secolo diverse città ex sedi a cinque cerchi, come Chamonix, Sochi o Garmisch-Partenkirchen, anche secondo lo scenario più favorevole di riduzioni delle emissioni non saranno più in grado di ospitare l’evento. Inoltre, concludeva l’analisi, se continueremo a bruciare combustibili fossili ad alti ritmi saranno da escludere sicuramente anche Squaw Valley, Vancouver e, al 2080, anche Torino e il Nord Italia, Nagano e Innsbruck.
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