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Paolo Cirino Pomicino: «Al mio amico Casini dico: lo spazio per il centro c’è»
«La Dc era ancora radicata nel 1992 dopo il crollo del Muro e la fine dell’Urss»

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«Vorrei convincere i miei amici a darsi da fare per europeizzare il sistema politico italiano».
A chi si riferisce?
«A Pier Ferdinando Casini e a Vincenzo De Luca, che stimo e di cui sono amico, che l’altra sera hanno detto qualche sciocchezza. E sono rimasto sbigottito».
Il bipolarismo e la crisi di leadership
Lo «sbigottito» in questione è Paolo Cirino Pomicino, ex ministro Dc e 86 primavere sulle spalle, che non accetta il ragionamento di Casini secondo cui «non c’è più spazio politico per il centro». Poi annuncia: «Ho già chiamato Clemente Mastella per organizzare: appena esco dalla convalescenza faremo un’iniziativa per il No alla riforma Nordio sulla giustizia».
Perché ce l’ha con Casini e De Luca?
«L’altra sera durante la presentazione del libro di Pier ripetevano un mantra secondo cui la fine della Dc è avvenuta nel 1989 per la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss. Eppure, tre anni dopo, alle elezioni del ‘92 la Dc ottenne il 29,7 per cento dei voti mentre il vecchio Pci, il vero antagonista diventati Ds, raggiunse il 16. E Rifondazione che si era scissa da loro era al 7. Dopo 40 anni, insomma, la Dc era sempre autorevole e la stessa percentuale a stento l’ha vista in seguito Fi con Berlusconi in un turno di Europee».
Casini ha fatto un ragionamento secondo cui “non c’è più spazio politico per il centro, almeno come lo conosciamo in termini tradizionali”.
«Il centro non è un fatto geometrico: o sono popolari o democratici cristiani, altrimenti non è il centro. Il centro è una cultura politica come esiste in tutta Europa, fondata dalla dottrina sociale della chiesa e dalla laicità di molti suoi autorevoli esponenti».
Oggettivamente tutti ne parlano ma sembra un po’ complicato organizzare uno spazio politico al centro.
«I miei due amici, De Luca e Casini, mi sembrano quei turisti che passano davanti al degrado, lo osservano, e poi tirano dritti. Casini dal 1983 è parlamentare ed ha fatto un partito di centro piccolissimo con Mastella, poi fatto fuori perché gli dava fastidio. Poi è andato con il centrodestra e ora con il centrosinistra: poteva fare qualcosa in questi anni ma non l’ha fatto. De Luca invece non ha fatto il partito personale ma è il campione del personalismo senza partito. Sono due protagonisti politici ma anche del degrado partitico».
Dc, gli ex leader si ribellano: «Basta usare nome e simbolo»
Non sarà troppo nostalgico?
«No. L’Italia è irrilevante proprio per il suo sistema politico con partiti personalizzati. Non così nelle altre grandi democrazie dove si confrontano socialisti, liberali, popolari e verdi. Accade in Austria, Germania, Francia, Spagna dove c’è questo sistema mentre in Inghilterra ci sono conservatori e laburisti, i primi iscritti alla Ue con i Popolari, i secondi con i socialisti».
Torniamo a De Luca e Casini.
«Ma chi gli impedisce di fare una chiamata alle armi per un partito che abbia al centro la cultura del popolarismo internazionale? Quell’anima che dicono scomparsa, può ricomparire. Alla stessa maniera De Luca potrebbe lanciare un soggetto di ispirazione socialista. Chi impedisce ai miei amici di ricomporre il sistema politico italiano? Se non avvertono quest’esigenza vuol dire che non c’è speranza per nessuno».
Quindi?
«La sfida è per politici giovani, e Pier lo è sempre: serve una cura al sistema politico attuale. Lo dico perché a lui mi lega un’amicizia granitica e spero possa essere il prossimo presidente della Repubblica».
Ma come si poteva chiedere di “disarmare” l’esercito ucraino?
Intanto come va la convalescenza?
«Bene. E se la salute me lo consente sto organizzando con Mastella una chiamata alle armi per spiegare le ragioni del nostro No alla riforma sulla giustizia. Accattivante solo nel titolo ma che non c’entra niente con quello che si vuole fare perché la separazione delle carriere esiste già. Bisognerebbe invece fare altro: dare peso maggiore ai capi delle procure che non possono assistere attoniti a certe follie dei loro sostituti».
Da lei non ci si aspetterebbe questa posizione.
«Ho avuto 42 processi, di cui 17 partiti da Napoli, ma sono stato sempre assolto tranne una volta: ma ero reo confesso per aver ricevuto contributi elettorali per la mia corrente. E non ho mai trovato un pm che si sia occupato di cercare le prove della mia innocenza, l’ho fatto io. Rafforzare la loro autoreferenzialità, e quindi il loro potere, è pura follia con il rischio di intimidire anche i collegi giudicanti. Per la politica e l’amministrazione pubblica e per la giustizia la migliore garanzia è non varare questa riformicchia. E chi vota Sì si assume una grande responsabilità».
Paolo Cirino Pomicino: «Al mio amico Casini dico: lo spazio per il centro c’è»
«La Dc era ancora radicata nel 1992 dopo il crollo del Muro e la fine dell’Urss»

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«Vorrei convincere i miei amici a darsi da fare per europeizzare il sistema politico italiano».
A chi si riferisce?
«A Pier Ferdinando Casini e a Vincenzo De Luca, che stimo e di cui sono amico, che l’altra sera hanno detto qualche sciocchezza. E sono rimasto sbigottito».
Il bipolarismo e la crisi di leadership
Lo «sbigottito» in questione è Paolo Cirino Pomicino, ex ministro Dc e 86 primavere sulle spalle, che non accetta il ragionamento di Casini secondo cui «non c’è più spazio politico per il centro». Poi annuncia: «Ho già chiamato Clemente Mastella per organizzare: appena esco dalla convalescenza faremo un’iniziativa per il No alla riforma Nordio sulla giustizia».
Perché ce l’ha con Casini e De Luca?
«L’altra sera durante la presentazione del libro di Pier ripetevano un mantra secondo cui la fine della Dc è avvenuta nel 1989 per la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Urss. Eppure, tre anni dopo, alle elezioni del ‘92 la Dc ottenne il 29,7 per cento dei voti mentre il vecchio Pci, il vero antagonista diventati Ds, raggiunse il 16. E Rifondazione che si era scissa da loro era al 7. Dopo 40 anni, insomma, la Dc era sempre autorevole e la stessa percentuale a stento l’ha vista in seguito Fi con Berlusconi in un turno di Europee».
Casini ha fatto un ragionamento secondo cui “non c’è più spazio politico per il centro, almeno come lo conosciamo in termini tradizionali”.
«Il centro non è un fatto geometrico: o sono popolari o democratici cristiani, altrimenti non è il centro. Il centro è una cultura politica come esiste in tutta Europa, fondata dalla dottrina sociale della chiesa e dalla laicità di molti suoi autorevoli esponenti».
Oggettivamente tutti ne parlano ma sembra un po’ complicato organizzare uno spazio politico al centro.
«I miei due amici, De Luca e Casini, mi sembrano quei turisti che passano davanti al degrado, lo osservano, e poi tirano dritti. Casini dal 1983 è parlamentare ed ha fatto un partito di centro piccolissimo con Mastella, poi fatto fuori perché gli dava fastidio. Poi è andato con il centrodestra e ora con il centrosinistra: poteva fare qualcosa in questi anni ma non l’ha fatto. De Luca invece non ha fatto il partito personale ma è il campione del personalismo senza partito. Sono due protagonisti politici ma anche del degrado partitico».
Dc, gli ex leader si ribellano: «Basta usare nome e simbolo»
Non sarà troppo nostalgico?
«No. L’Italia è irrilevante proprio per il suo sistema politico con partiti personalizzati. Non così nelle altre grandi democrazie dove si confrontano socialisti, liberali, popolari e verdi. Accade in Austria, Germania, Francia, Spagna dove c’è questo sistema mentre in Inghilterra ci sono conservatori e laburisti, i primi iscritti alla Ue con i Popolari, i secondi con i socialisti».
Torniamo a De Luca e Casini.
«Ma chi gli impedisce di fare una chiamata alle armi per un partito che abbia al centro la cultura del popolarismo internazionale? Quell’anima che dicono scomparsa, può ricomparire. Alla stessa maniera De Luca potrebbe lanciare un soggetto di ispirazione socialista. Chi impedisce ai miei amici di ricomporre il sistema politico italiano? Se non avvertono quest’esigenza vuol dire che non c’è speranza per nessuno».
Quindi?
«La sfida è per politici giovani, e Pier lo è sempre: serve una cura al sistema politico attuale. Lo dico perché a lui mi lega un’amicizia granitica e spero possa essere il prossimo presidente della Repubblica».
Ma come si poteva chiedere di “disarmare” l’esercito ucraino?
Intanto come va la convalescenza?
«Bene. E se la salute me lo consente sto organizzando con Mastella una chiamata alle armi per spiegare le ragioni del nostro No alla riforma sulla giustizia. Accattivante solo nel titolo ma che non c’entra niente con quello che si vuole fare perché la separazione delle carriere esiste già. Bisognerebbe invece fare altro: dare peso maggiore ai capi delle procure che non possono assistere attoniti a certe follie dei loro sostituti».
Da lei non ci si aspetterebbe questa posizione.
«Ho avuto 42 processi, di cui 17 partiti da Napoli, ma sono stato sempre assolto tranne una volta: ma ero reo confesso per aver ricevuto contributi elettorali per la mia corrente. E non ho mai trovato un pm che si sia occupato di cercare le prove della mia innocenza, l’ho fatto io. Rafforzare la loro autoreferenzialità, e quindi il loro potere, è pura follia con il rischio di intimidire anche i collegi giudicanti. Per la politica e l’amministrazione pubblica e per la giustizia la migliore garanzia è non varare questa riformicchia. E chi vota Sì si assume una grande responsabilità».
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