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Riforma della giustizia, Aliberti racconta il suo caso politico e umano
“Mal che vada, gioco a nascondino” è il titolo del volume dell’esponente di spicco di Forza Italia in Campania

È sindaco di Scafati ed è una figura di primo piano di Forza Italia, ma quando Pasquale Aliberti parla di giustizia il ruolo istituzionale si dissolve. Resta l’uomo. Resta un uomo che la giustizia non l’ha osservata da lontano, ma l’ha attraversata fino in fondo, sulla propria pelle, dentro una cella, dietro una sbarra, con le manette ai polsi e lo sguardo dei figli addosso durante i colloqui in carcere.
Non è un racconto astratto, né una riflessione teorica. È un’esperienza vissuta, subita, attesa per anni. Una carcerazione preventiva che ha inciso sulla sua vita come una lama, travolgendo non solo lui, ma il suo lavoro, la sua professione, le sue aspirazioni, la sua famiglia. È questo il cuore della sua testimonianza, il punto da cui nasce anche il libro «Mal che vada, gioco a nascondino», pubblicato in più parti e accolto come una narrazione autobiografica aspra, senza filtri, priva di qualunque tentazione assolutoria.
Nel libro Aliberti si mette completamente a nudo. Racconta cosa significa essere privato della libertà prima ancora di una sentenza definitiva. Cosa significa perdere il controllo del tempo, dello spazio, della propria identità. Descrive la detenzione non come un passaggio giudiziario, ma come una condizione di annientamento umano, una dimensione che lui stesso paragona a un “manicomio”, non in senso giuridico ma esistenziale. Un luogo dove l’individuo viene ridotto a numero, dove l’attesa diventa la forma quotidiana della paura.
È un racconto che non risparmia nulla. Né la solitudine delle celle, né i trasferimenti da un carcere all’altro, né il peso psicologico di un’accusa grave che ti accompagna ogni giorno. Né, soprattutto, lo strazio dei legami familiari messi alla prova, l’umiliazione di incontrare i propri figli in un carcere, di spiegare senza poter spiegare davvero. È lì che la giustizia smette di essere un concetto e diventa una presenza fisica, che entra nella vita e la sconvolge.
Da questa esperienza nasce il modo in cui oggi Aliberti guarda al tema della giustizia. Non come terreno di scontro politico, ma come questione che riguarda persone reali, famiglie reali, esistenze che possono essere spezzate da processi lunghi, da errori, da automatismi. Quando interviene sul referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo, il suo tono non è quello del dirigente di partito, ma di chi conosce il peso di un’accusa e l’attesa di una verità processuale. «Il referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo rappresenta un momento cruciale per l’Italia – spiega – Si tratta di una riforma costituzionale che trascende le ideologie politiche e si incentra sull’interesse del Paese e dei cittadini, che possono trovarsi a interagire con il sistema giudiziario.
Questa riforma è fondamentale anche per rafforzare la magistratura».
Al centro della sua riflessione c’è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, letta come una necessità di equilibrio e chiarezza dei ruoli, non come un attacco alla magistratura.
«Uno degli aspetti principali della riforma è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Attualmente, entrambi fanno parte della stessa “famiglia” professionale. Separarli mira a prevenire conflitti di interesse. Avere carriere distinte non è un attacco alla magistratura, ma un modo per valorizzare le diverse attitudini». Da qui discende anche una riflessione sull’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura e sul peso delle correnti, che Aliberti legge come una distorsione di un sistema che dovrebbe garantire autonomia e imparzialità. «In un sistema in cui i pubblici ministeri e i giudici sono separati, non può esserci un solo Consiglio Superiore della Magistratura per gestire entrambe le carriere».
Nel suo intervento insiste sul fatto che la riforma non indebolisce la lotta alla criminalità, ma al contrario rafforza chi combatte mafie e illegalità, ribadendo la necessità di un’autonomia reale della magistratura anche rispetto alla politica. «L’alta corte disciplinare deve rimanere al di fuori della politica. La magistratura deve avere maggiore autonomia e separazione dalla politica». Il riferimento a Giovanni Falcone è esplicito, ma il punto di arrivo resta profondamente personale.
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Non è un racconto astratto, né una riflessione teorica. È un’esperienza vissuta, subita, attesa per anni. Una carcerazione preventiva che ha inciso sulla sua vita come una lama, travolgendo non solo lui, ma il suo lavoro, la sua professione, le sue aspirazioni, la sua famiglia. È questo il cuore della sua testimonianza, il punto da cui nasce anche il libro «Mal che vada, gioco a nascondino», pubblicato in più parti e accolto come una narrazione autobiografica aspra, senza filtri, priva di qualunque tentazione assolutoria.
Nel libro Aliberti si mette completamente a nudo. Racconta cosa significa essere privato della libertà prima ancora di una sentenza definitiva. Cosa significa perdere il controllo del tempo, dello spazio, della propria identità. Descrive la detenzione non come un passaggio giudiziario, ma come una condizione di annientamento umano, una dimensione che lui stesso paragona a un “manicomio”, non in senso giuridico ma esistenziale. Un luogo dove l’individuo viene ridotto a numero, dove l’attesa diventa la forma quotidiana della paura.
È un racconto che non risparmia nulla. Né la solitudine delle celle, né i trasferimenti da un carcere all’altro, né il peso psicologico di un’accusa grave che ti accompagna ogni giorno. Né, soprattutto, lo strazio dei legami familiari messi alla prova, l’umiliazione di incontrare i propri figli in un carcere, di spiegare senza poter spiegare davvero. È lì che la giustizia smette di essere un concetto e diventa una presenza fisica, che entra nella vita e la sconvolge.
Da questa esperienza nasce il modo in cui oggi Aliberti guarda al tema della giustizia. Non come terreno di scontro politico, ma come questione che riguarda persone reali, famiglie reali, esistenze che possono essere spezzate da processi lunghi, da errori, da automatismi. Quando interviene sul referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo, il suo tono non è quello del dirigente di partito, ma di chi conosce il peso di un’accusa e l’attesa di una verità processuale. «Il referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo rappresenta un momento cruciale per l’Italia – spiega – Si tratta di una riforma costituzionale che trascende le ideologie politiche e si incentra sull’interesse del Paese e dei cittadini, che possono trovarsi a interagire con il sistema giudiziario.
Questa riforma è fondamentale anche per rafforzare la magistratura».
Al centro della sua riflessione c’è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, letta come una necessità di equilibrio e chiarezza dei ruoli, non come un attacco alla magistratura.
«Uno degli aspetti principali della riforma è la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Attualmente, entrambi fanno parte della stessa “famiglia” professionale. Separarli mira a prevenire conflitti di interesse. Avere carriere distinte non è un attacco alla magistratura, ma un modo per valorizzare le diverse attitudini». Da qui discende anche una riflessione sull’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura e sul peso delle correnti, che Aliberti legge come una distorsione di un sistema che dovrebbe garantire autonomia e imparzialità. «In un sistema in cui i pubblici ministeri e i giudici sono separati, non può esserci un solo Consiglio Superiore della Magistratura per gestire entrambe le carriere».
Nel suo intervento insiste sul fatto che la riforma non indebolisce la lotta alla criminalità, ma al contrario rafforza chi combatte mafie e illegalità, ribadendo la necessità di un’autonomia reale della magistratura anche rispetto alla politica. «L’alta corte disciplinare deve rimanere al di fuori della politica. La magistratura deve avere maggiore autonomia e separazione dalla politica». Il riferimento a Giovanni Falcone è esplicito, ma il punto di arrivo resta profondamente personale.
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// cerco il widget. Necessario se c’è un’altro widget di Outbrain in pagina (es: inread)
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