Giovani, professioni e AI: cambiare senza perdere umanità e benessere

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Nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’intuito umano e i consigli delle persone di fiducia, mentre l’incalzare delle novità pur generando entusiasmo impone una necessità di continuo aggiornamento che mette a rischio il benessere. Ciò anche nell’ambito della Gen Z, quella dei “nativi digitali” che, pur avendo molta più dimestichezza con l’AI, fatica a disconnettersi, esprimendo anche timori etici.
È l’interessante risultato di una ricerca condotta da Censuswide per LinkedIn nell’ambito della community del social network professionale (che conta oltre un miliardo di utenti di cui 23 milioni in Italia ), su un campione di 19.268 persone in 14 Paesi, tra cui l’Italia. Tra essi non solo impiegati, ma anche disoccupati in cerca di lavoro, comprese le fasce più giovani (tra i 18 e fino ai 34 anni) per coglierne specificità e bisogni, anche in chiave di costruzione di carriera e collaborazione intergenerazionale.
Dall’analisi generazionale del report emergono dati particolarmente significativi. Tanti temono che l’uso dell’IA nelle candidature possa renderle meno personali, evidenziando un bisogno di formazione e accompagnamento. L’equilibrio vita-lavoro è percepito come migliorabile, mentre l’imprenditoria giovanile non è ancora considerata una forza pienamente sistemica capace di trasformare il mercato del lavoro. Tra i 18-24enni, il 61% si dice ottimista rispetto all’impatto positivo dell’IA sul lavoro, ma il 40% dichiara di non sapere quali conoscenze occorrano per restare competitivi. Questo paradosso – fiducia ma anche smarrimento – caratterizza una “Generation AI” entusiasta ma bisognosa di una guida. Il 58% dei giovani (18-24 anni) vive l’apprendimento dell’IA come un secondo lavoro, mentre il 49% si sente a proprio agio nell’utilizzarla per attività semplici, contro il 19% dei senior (55-77).
Più della metà degli intervistati sostiene che l’IA sia utile per redigere contenuti, ma che non sia adeguata quando si tratta di prendere decisioni, aspetto che preoccupa eticamente il 44% dei giovani. Il 45% dei 25-34enni e il 42% dei 18-24enni ritiene che il ritmo del cambiamento sul lavoro non sia sostenibile per il proprio benessere, lamentando di non riuscire a disconnettersi e ritenendo il proprio carico aumentato. Rilevante il dato “umano”: per decisioni importanti – come chiedere una promozione, accettare una nuova offerta di lavoro o cambiare settore – i giovani continuano ad affidarsi soprattutto alle persone: famiglia, amici, ma anche colleghi. Ma emerge anche il ruolo crescente della tecnologia: circa un terzo dichiara di affidarsi a strumenti di IA (come ChatGPT o Copilot).

Buttazzo: elemento umano imprescindibile, i dati al Sud

«La ricerca – afferma Germano Buttazzo, head of talent solutions gov & academia di LinkedIn Italia, che nei giorni scorsi l’ha presentata a Palermo – mostra come l’intelligenza artificiale stia cambiando il lavoro in Italia, ma con velocità e percezioni diverse: se a livello nazionale convivono entusiasmo e apprensione, nel Sud – e in particolare in Sicilia – prevale un approccio più fiducioso e ottimista. I professionisti locali vedono nell’IA un alleato per semplificare la quotidianità e orientare le scelte di carriera, mentre le imprese, anche quelle più piccole, la considerano una leva concreta per emergere accanto ai grandi player. In Sicilia, ad esempio, la quota di professionisti che guarda con ottimismo all’IA supera la media nazionale, mentre 8 marketer su 10 in Italia vedono proprio nell’unione tra IA e creatività la chiave della prossima era del marketing. Questo entusiasmo non cancella però le preoccupazioni: molti lavoratori chiedono più formazione per evitare che i processi diventino impersonali e meno inclusivi. L’elemento umano resta imprescindibile, con oltre 7 professionisti italiani su 10 convinti che nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’intuito e i consigli delle persone di fiducia – una convinzione ancora più forte al Sud”. A livello nazionale, infatti, rispetto a una media del 57% degli intervistati, l’entusiasmo sull’IA è più forte nel Meridione, in particolare in Sicilia (69%) e Calabria (70%).
Albergoni: fiducia e collaborazione intergenerazionale “Nel 2024 abbiamo raccontato un mondo del lavoro in trasformazione; oggi, nel 2025, siamo nel pieno di quel cambiamento. L’IA non è più una novità da esplorare, ma una realtà da integrare – spiega Marcello Albergoni, Country Manager LinkedIn Italia – Solo un terzo dei professionisti (35%) si sente sicuro sulle competenze da sviluppare, eppure molti investono personalmente nella propria crescita. Questo dato rivela una grande opportunità per le aziende: promuovere una cultura di formazione continua, supportando i dipendenti nella trasformazione digitale e offrendo strumenti per creare percorsi personalizzati e strutturati. È proprio facendo leva su questo approccio positivo al cambiamento che i leader devono fare la differenza: fornendo formazione, strumenti chiari e, soprattutto, creando un clima di fiducia e collaborazione intergenerazionale.”

I risultati globali della ricerca

Quasi la metà dei professionisti italiani (44%) afferma che apprendere nuove skill IA è come svolgere un secondo lavoro. Nonostante la forte accelerazione nel ricorso all’IA, più di 7 professionisti su 10 (74%) sono convinti che nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’intuito umano e i consigli delle persone di fiducia. Solo il 28% si sente a proprio agio nell’utilizzare l’IA per svolgere attività semplici, con forti differenze tra fasce d’età: il 49% dei giovanissimi (18-24) contro appena il 19% dei senior (55-77). Più della metà (55%) trova che l’IA sia utile per scrivere o redigere contenuti, ma che non lo sia altrettanto nel supportare scelte e decisioni aziendali. E il 40% esprime preoccupazioni etiche sull’utilizzo dell’IA nei processi decisionali. Da un lato quindi cresce l’ottimismo – con più della metà (54%) dei lavoratori che crede che l’IA migliorerà la gestione quotidiana dei propri compiti – dall’altro resta forte la sensazione di essere in ritardo che riguarda oltre un terzo dei professionisti italiani (34%), i quali dichiarano di sentirsi sopraffatti dalla rapidità con cui si è chiamati a “capire l’IA”.
Non solo, quasi la metà dei lavoratori italiani (47%) ha la percezione di non sfruttare appieno le potenzialità dell’IA nel proprio lavoro. Un dato che sale significativamente tra i più giovani e che riflette una tendenza trasversale: l’incertezza su come l’IA potrebbe cambiare il proprio ruolo professionale nell’immediato futuro (3-5 anni), con un 35% che si dichiara impreparato a gestire un’eventuale transizione.
In un contesto sempre più automatizzato, ribadito il valore del fattore umano: per il 37% nulla può sostituire la profondità del dialogo e del confronto tra colleghi, mentre il 33% sottolinea che crescita e successo professionale dipendono anche e in gran parte da empatia e intelligenza emotiva.
Nonostante la crescente adozione dell’IA, il 74% degli intervistati ritiene che il giudizio delle persone e la loro capacità di intuizione, rafforzata dal confronto con colleghi e pari, non possano essere eguagliate dall’intelligenza artificiale. In effetti, il 57% afferma di sentirsi più sicuro nelle decisioni quando può contare sul supporto della propria rete professionale.
Sempre secondo l’indagine LinkedIn, l’IA sta anche modificando la dinamica tra colleghi: il 17% afferma di aver rivolto una domanda a un tool IA che avrebbe normalmente posto a un collega o al manager, e il 24% segnala che l’IA ha effettivamente liberato tempo utile per la socialità e il confronto con i colleghi. Uno scenario in chiaroscuro, da cui emerge però che, oltre alla formazione tecnica, le aziende dovranno costruire fiducia anche sul piano dei valori e della trasparenza nell’adozione dell’IA.

Informarsi al tempo dell’AI: il valore delle fonti

Quando si parla di informarsi e rimanere aggiornati attraverso la fruizione di contenuti rilevanti per la propria categoria, i fattori che generano fiducia tra i professionisti sono chiari: la trasparenza sulle fonti e i dati (39%), la pertinenza e accuratezza delle informazioni (38%) e la credibilità di chi condivide i contenuti (33%). Anche la reputazione della piattaforma da cui si attingono le informazioni, al di là dell’autore, è considerata rilevante dal 31%. Ma, in fin dei conti, è la voce degli esperti che conta: l’85% dei professionisti italiani dichiara che creator e thought leader influenzano notevolmente la propria propensione a interagire con contenuti online, con un 16% che segue attivamente un professionista che considera un esperto del settore. Infine, la dimensione relazionale è cruciale anche per informarsi, favorendo l’interazione con i contenuti disponibili online: il 25% preferisce video brevi condivisi da persone della propria rete, percepiti come più autentici e affidabili, mentre il 18% si sente coinvolto da post personali che raccontano esperienze dirette.

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