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Sul sito del Comune di Niscemi sono stati pubblicati l’ordinanza del 30 gennaio scorso della presidenza del Consiglio dei ministri e del capo dipartimento della Protezione civile nazionale per l’emergenza frana e il Modulo di richiesta assistenza (Mra) per i cittadini danneggiati.
«E’ un primissimo contributo di assistenza – spiega il sindaco, Massimiliano Conti in un video postato su Facebook – per la sistemazione d’urgenza. Per fare fronte all’emergenza abitativa abbiamo avviato un censimento, e lo faremo ancora in maniera più puntuale, degli immobili non abitati, chiedendo la disponibilità di chi vuole metterli a disposizione per la locazione».
Il primo cittadino ha confermato che «la zona rossa al momento è ferma e resta a 150 metri» dal fronte della frana.
Proseguono i cedimenti degli edifici in bilico, lungo il fronte della frana a Niscemi. In giornata, parti di immobili, ormai compromessi, si sono staccate finendo nel vuoto. Continua a cedere il terreno, favorito dalle abbondanti piogge di questi giorni. In bilico anche l’edificio che ospita la biblioteca «Angelo Marsiano», con almeno quattromila testi di storia siciliana.
L’ultima carta geologica completa della Sicilia risale a fine ‘800 e in quella che si sta realizzando manca circa la metà del territorio, compresa la zona di Niscemi. Eppure «avere a disposizione la carta geologica aggiornata è importante per avere indicazioni utili a capire dove è opportuno costruire e dove no. Forse qualche campanello d’allarme avrebbe potuto esserci», osserva Valerio Agnesi, professore emerito di Geomorfologia all’Università di Palermo.
Che la zona di Niscemi sia a rischio di frane era stato chiaro fin dal 1790, quando un naturalista siciliano aveva descritto la frana avvenuta quell’anno come causata dall’”accumulo d’acqua negli strati inferiori argillosi, che rompendo l’equilibrio naturale del terreno ne provoca il moto». Quella descrizione era stata fatta «agli albori della geologia e delle scienze naturali», osserva Agnesi, e solo adesso è possibile ricostruire nel dettaglio un meccanismo generato dalla presenza di uno «strato di sabbia che poggia su argille, porose e impermeabili, che tendono ad assorbire l’acqua al loro interno e poi, gonfiandosi, perdono la compattezza». Va naturalmente ricostruito il particolare movimento della frana in corso a Niscemi: «non è ancora chiaro e finchè il movimento non si arresterà non sarà possibile ricostruirlo», aggiunge.
La frana del 1997 era stata molto più piccola e in seguito venne disposto in tutta Italia il Piano di assetto idrogeologico (Pai), che divide il territorio in zone a seconda della pericolosità (ossia la probabilità che possa avvenire un evento) e del rischio (la possibilità che un fenomeno causi danni), e fornisce la relativa cartografia. «A Niscemi, per esempio, era stata individuata l’area di pericolosità del vecchio costone, che ora non esiste più, così come era segnata in rosso la strada provinciale che scende verso la piana di Gela e che ora è inagibile», dice ancora Agnesi. Vale a dire che «gli elementi per valutare pericolosità e rischio nella zona c’erano, anche se non era possibile prevedere un evento di queste dimensioni. Non si può dire che sia stata una catastrofe inaspettata».
Quanto alla carta geologica, quella realizzata nei 20 anni successivi all’Unità d’Italia è l’unica completa per la Sicilia. Anzi, all’epoca questa regione era stata la prima ad avere questo documento in quanto era particolarmente ricca di zolfo, che allora era una risorsa mineraria importante. Oggi quella carta è scaricabile dal sito di Ispra, così come le nuove carte geologiche finora completate nell’ambito del progetto Carg. «In Sicilia – conclude Agnesi – è stata realizzata circa la metà dei fogli. Manca quello dell’area di Niscemi».
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