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Con il ritorno della pioggia diventa probabile che a Niscemi la scarpata possa arretrare ancora. L’acqua può infatti contribuire a movimentare una struttura non ancora assestata e in continua evoluzione, con «sabbie permeabili, argille erose dal corso d’acqua che scorre e che si sono messe in movimento», rileva Monica Papini, ordinaria di Geologia applicata del Politecnico di Milano e presidente dell’Associazione italiana di Geologia applicata.
In una situazione come quella di Niscemi, prosegue, «le piogge giocano decisamente a sfavore: più acqua entra nel versante, più aumenta il peso della massa instabile e con esso il decadimento della resistenza del terreno. Tutti insieme, questi elementi innescano il movimento». Accade qualcosa di simile a quando, con un innaffiatoio, si lascia cadere dell’acqua su un castello di sabbia molto compatto: a poco a poco la sabbia tenderà a scivolare.
«Sicuramente in seguito alle piogge ci si aspetta un arretramento della scarpata perché questa tende a mettersi in movimento, arretrando fino a trovare un nuovo equiibrio», osserva la geologa. «Attualmente non è possibile, però, dire dove e quando arriverà questo equilibrio» perché «se continuerà a piovere, i movimenti continueranno».
I satelliti che ripetutamente passano sulla frana di Niscemi stanno raccogliendo dati preziosi per capire le caratteristiche di questo movimento, ma ci vorrà tempo prima che le analisi siano completate. Sono tre le costellazioni di satelliti al lavoro sulla frana di Niscemi: l’italiana Cosmo-SkyMed, l’argentina Saocom e l’europea Sentinel 1. Tutti forniscono immagini radar e queste vengono inviate al centro di competenza indicato dalla Protezione civile, presso il dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze. Saranno gli analisti a confrontare le immagini fino a misurare ogni movimento.
«Solo quando l’analisi dei dati satellitari sarà completata sarà possibile avere una mappa degli spostamenti del suolo» che aiuti a capire, per esempio, a quale profondità avvengono i movimenti. «Sulla base di questi dati – prosegue – si potranno prendere delle decisioni. Per esempio, se fare opere di contenimento o delocalizzare. Poiché «più dati si hanno, più il modello è preciso, ci vorrà ancora del tempo per avere i primi dati». Solo quando il modello geologica sarà definito, si potrà fare il passo ulteriore, elaborando i modelli matematici predittivi, che aiutano cioè a capire quale potrebe essere l’evoluzione della frana in relazione a certe variabili, come pioggia, altri fattori meteorologici, dati storici.
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