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A Niscemi la frana non si ferma. Il costone di sabbia e argilla da cui, appoggiate in equilibrio instabile decine di case si affacciano sul precipizio, continua a sbriciolarsi. Una delle palazzine in bilico, un edificio di tre piani nel quartiere Sante Croci, è crollata nel precipizio. Una sorte che potrebbe toccare anche alle abitazioni adiacenti già squarciate. Dall’alto è possibile vedere all’interno pezzi di stanze, mobili, elettrodomestici, foto di famiglie con bambini che non torneranno mai nei loro appartamenti, appese al muro.
Il crollo della palazzina, ha spiegato il funzionario dei vigili del fuoco di Caltanissetta, Francesco Turco, è da “collegare alle abbondanti piogge di questi ultimi giorni che hanno sicuramente contribuito a erodere ancora di più il terreno sottostante a quel fabbricato, che era già seriamente compromesso, per cui il peso della struttura non ha retto più e quindi è venuto giù».
Schifani: priorità all’emergenza maltempo
L’emergenza maltempo è la priorità assoluta per il presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, che in questi giorni ha ridotto al minimo indispensabile gli impegni istituzionali per concentrarsi interamente sulla gestione della crisi e sull’avvio immediato della fase dei ristori.
Il governatore è al lavoro per dare piena attuazione all’ordinanza della Protezione civile nazionale e rendere operativa in tempi rapidi la struttura commissariale. Secondo quanto si apprende, la sede dovrebbe essere individuata nei locali della Presidenza della Regione in via Magliocco, a Palermo.
Schifani sta inoltre selezionando, all’interno dell’amministrazione regionale, dirigenti di alto profilo che verranno temporaneamente distaccati dai loro incarichi attuali per rafforzare l’azione commissariale: il loro contributo sarà svolto a titolo gratuito, senza alcun onere aggiuntivo per la finanza pubblica.
In settimana, inoltre, Schifani conta di fare il punto con le parti interessate sulla ricostruzione di Niscemi, per definire dove e come intervenire. L’obiettivo è garantire tempi rapidi,
massima efficienza e una risposta concreta e immediata ai territori colpiti.
Sono 137 gli edifici sul ciglio della frana
«Sono 137 gli edifici che si trovano nella fascia dei 50 metri dal ciglio della frana di Niscemi. I proprietari non torneranno mai più nelle loro abitazioni». E’ quanto ha affermato il sindaco di Niscemi, Massimiliano Conti. Per i residenti di quell’area, rimane ancora preclusa la possibilità di recuperare gli effetti personali attesa l’estrema pericolosità dell’area. Intanto oggi è crollata una palazzina di tre piani.
«Domani – ha aggiunto il sindaco – verificheremo se le piogge di questi giorni abbiano contribuito ad aggravare la situazione. Faremo dei voli ogni tre ore. E’ in corso anche il monitoraggio da parte del Dipartimento della Protezione civile ed incroceremo i dati. Confermo il perimetro dei 150 di zona rossa. Ho chiesto una mappatura del corpo della frana per tutelare la sicurezza». Per quanto riguarda la viabilità «si lavora per recuperare la regia trazzera Niscemi – San Michele di Ganzaria. Si aprirebbe una nuova strada per gli agricoltori. Dovrebbe essere fruibile nell’arco di una settimana». Il sindaco, a proposito dell’inchiesta aperta dalla procura di Gela, ha precisato che «la città è parte lesa. La sera vado a letto con la coscienza a posto. Verrà chiarito tutto con una ricostruzione puntuale. Questa città è una città di 25 mila abitanti. Questa comunità merita rispetto, non siamo certamente di serie B. Niscemi c’è e Niscemi resterà».
Gli otto giorni del disastro
Otto giorni. In questo lasso di tempo si è consumata l’escalation del disastro a Niscemi. Seguendo la cronologia delle ordinanze sindacali emesse dall’amministrazione – alla fine se ne conteranno dodici – si può ricostruire il quadro che sfocerà nella tragedia: 1.330 persone costrette ad abbandonare le case, quattro quartieri fantasma, decine di abitazioni finite nella zona rossa, con quelle sul ciglio del precipizio di 50 metri che si stanno sgretolando una dopo l’altra.
Tutto ha inizio il 16 gennaio. Sul versante ovest una frana mette in allarme il paese. Il sindaco, Massimiliano Conti, firma la sua prima ordinanza, «misure di sicurezza e tutela per la pubblica incolumità della popolazione», si legge. Viene attivato il Centro operativo comunale (Coc) e ordinato lo sgombero di sette abitazioni nella zona colpita. Passano 24 ore e il sindaco
firma la seconda ordinanza che impone «la chiusura del tratto della via Marconi su entrambe le carreggiate» considerando che la frana ha danneggiato la linea di fornitura del metano» perché
in quell’area «insistono infrastrutture impiantistiche del metanodotto a servizio del centro abitato». Nella stessa giornata viene sgomberato un altro immobile.
Il 18 gennaio arriva l’allarme meteo della protezione civile: Niscemi viene collocata a ridosso dell’allerta arancione. Il sindaco, con una nuova ordinanza, dispone la chiusura delle scuole, del cimitero, degli impianti sportivi e impone limitazioni alla circolazione per due giorni: il 19 e il 20 gennaio. Intanto ci si rende conto che la frana di qualche giorno prima mette a rischio «la vulnerabilità» della scuola Don Bosco e, con un’apposita ordinanza del 19 gennaio, si chiude l’istituto a partire da giorno 21 nella previsione di “specifiche misure cautelative in ordine alla sicurezza dell’edificio» e «di studi scientifici approfonditi che ne conseguiranno». E il 20 gennaio, spunta una nuova ordinanza, prende spunto dall’allerta meteo col ciclone Harry che si abbatterà sulle coste Ioniche del Messinese e del Catanese: ribadisce le chiusure di impianti e scuole pubbliche. Il giorno successivo la protezione civile segnala il crollo del muro
esterno di un immobile e del tetto della struttura, arriva l’ennesima ordinanza.
Quattro giorni dopo si consuma il disastro. Crolla il costone della collina, una frana di enormi dimensioni che la Protezione civile nazionale nei giorni successivi definirà di dimensioni superiori persino a quella della Vajont che provocò 2 mila morti. Nella stessa giornata il sindaco Conti firma la 10/a ordinanza: prevede dal giorno dopo la chiusura delle scuole, del cimitero e il divieto ai cittadini di transitare «nei pressi delle aree e zone interdette». In alcune aree è saltata l’energia elettrica, mentre nelle case dei 25 mila abitanti non arriva più il gas-metano.
Sono ore caotiche, ancora non si ha la totale percezione di quanto stia accadendo. Il giorno successivo, il 26 gennaio, il sindaco firma l’ordinanza numero 11. «A seguito di sopralluoghi
tecnici effettuati nell’area – si legge nel provvedimento – è emersa una situazione di pericolo imminente per la pubblica e privata incolumità, con particolare riferimento agli edifici
posti sul fronte di frana per un’area di interdizione di almeno 150 metri». E all’ordinanza viene allegata una planimetria con in evidenza la zona a rischio. Si procede quindi «allo sgombero
immediato degli immobili ricadenti nell’area esposta e alla predisposizione di una zona di interdizione temporanea, con divieto assoluto di accesso e permanenza». Le forze dell’ordine hanno in mano solo una planimetria, non c’è ancora un elenco completo delle strade. Molti abitanti riferiscono di essere stati costretti a lasciare le case con un avvertimento orale e di non avere ricevuto alcun documento.
Il 28 gennaio, tre giorni dopo la frana e l’allontanamento di 1.330 persone dalle loro abitazioni, il sindaco firma l’ordinanza n.12 che riporta l’elenco completo delle strade comprese nella zona rossa, in totale 48.
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