Un matrimonio d’interessi che ha retto appena un anno e mezzo. E’ stato utile ad entrambi: alla Lega di Matteo Salvini per reggere l’urto delle urne alle Europee e confermare la linea di sbarramento intorno all’8 per cento; a Roberto Vannacci per entrare dalla porta principale in politica con il ruolo di deputato europeo poi migliorato grazie all’upgrade regalatogli dal leder del Carroccio con la nomina, nel maggio scorso, a vicesegretario federale. Ma era una di quelle unioni altalenanti, con qualche uscita sopra le righe di uno degli sponsali, non gradito al resto della famiglia (dai capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari ai governatori Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga). Troppe diversi valori, pur nella svolta nazionalista impressa da Salvini. La storia del generale, il suo continuo richiamo alla X Mas, le battute equivoche quando non del tutto fuori dal politically correct, stridevano dentro un partito che Umberto Bossi aveva sempre dichiarato «lontano dai fascisti» (senza dichiararsi antifascista).  Ma il vicepremier aveva colto nel «Mondo al contrario» (il titolo del libro che ha consacrato Vannacci) una calamita per i tanti scontenti, gli antisistema, chi sta ai margini di quello che un tempo si chiamava «arco costituzionale». La scintilla scocca nella primavera del 2024, pochi mesi prima delle elezioni Europee. Salvini e Vannacci si parlano a distanza, si annusano. E poi, in occasione della presentazione dell’ultimo libro del leader leghista a Milano ecco l’annuncio di una candidatura. E’ l’avvio di un rapporto che da subito non piace alla parte di Lega, maggioritaria, legata alle origini. Le prese di distanza si susseguono. Romeo, Fontana, Zaia, anche in campagna elettorale, tengono a rimarcare la lontananza. «Io non lo voterei» è la frase più carica detta in pubblico. Ma nelle sedi di partito l’ostilità è netta e dichiarata. Salvini non se ne dà per inteso e cavalca il generale che, con le sue 530 mila preferenze, gli porta in dono un buon 2 per cento che fa la differenza. Nonostante l’elezione sotto il simbolo della Lega Vannacci non fa vita di partito. Crea i suoi Team omonimi, si muove sui territori in assoluta libertà e indipendenza. Comportamenti che irritano la base leghista, ma il deputato europeo non si tocca. E anzi, con diverse uscite, Vannacci irride e ironizza sui contestatori interni. Si arriva alla primavera dello scorso anno. A Firenze si tiene il congresso della Lega. Colpo di scena (fino ad un certo punto), il generale si presenta per sottoscrivere la tessera. Diventa un leghista pieno titolo. A maggio la nomina a vicesegretario. Il rapporto con il partito, tuttavia, non cambia. Vannacci continua per la sua strada. Le uscite pubbliche dirompenti, le riunioni conviviali con i suoi adepti e mai con i leghisti. E nemmeno versa il contributo come tutti gli altri parlamentari. Con la rabbia sempre più dilagante dello stato maggiore del partito, almeno quello di non stretta osservanza salviniana. Una escalation che tocca il punto massimo con la presa di distanza sul decreto per gli aiuti militari all’Ucraina. La Lega si impegna in un certosino lavoro di mediazione per garantire il sostegno al governo ma cercando di cambiare almeno qualche parola del testo. Vannacci dice apertamente che il decreto va bocciato. E due parlamentari leghisti a lui fedeli, Edoardo Ziello e Rossano Sasso, votano contro alla Camera.  Il rapporto è arrivato ai minimi termini. Salvini cerca di gettare acqua sul fuoco, i suoi colonnelli minimizzano, ma il resto del partito è in ebollizione. Poi spunta il deposito di un marchio da usare per le prossime elezioni. E’ il punto di non ritorno. Il matrimonio va in pezzi. Bisogna solo decidere chi prende l’iniziativa di chiedere il divorzio. Fino all’incontro tra Salvini e Vannacci che decreta l’addio definitivo.