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Riforma della giustizia, ma così il sistema non sarà migliore

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La riforma in discussione, se letta nel suo complesso, offre un quadro veramente allarmante. L’indebolimento del Csm, che sarebbe sdoppiato, e in particolare della componente togata al suo interno, così come nell’Alta Corte disciplinare di nuova istituzione, mette seriamente a rischio l’indipendenza della magistratura, aprendo la porta a possibili influenze esterne, in primo luogo da parte della politica. Inoltre, il fatto che i magistrati di primo grado e di appello siano sottoposti, nei procedimenti disciplinari, al giudizio di quelli di Cassazione, introduce il pericolo di condizionamenti interni alla stessa magistratura. In sostanza, si colpisce la libertà dei magistrati sia da pressioni esterne sia da gerarchie interne.
I sostenitori della riforma asseriscono che l’articolo 104 della Costituzione resta invariato, ribadendo che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Non si può pensare, però, che una dichiarazione di principio sia sufficiente a garantire l’indipendenza reale della magistratura. Anche in costituzioni di regimi come Russia o Corea del Nord troviamo parole altisonanti sull’indipendenza dei poteri, ma la realtà è ben diversa. L’indipendenza della magistratura, dunque, non si tutela con enunciati astratti, ma con regole concrete che la rendano effettiva. Questa riforma, invece, rischia di fare esattamente il contrario. Dicono che la riforma serva ad eliminare le correnti in cui si articola la magistratura, ma, come tutti i cittadini, anche i magistrati godono della libertà di associazione. Significa che possono istituire nuove associazioni, aderire ad associazioni già esistenti, dimettersi dalle associazioni a cui hanno aderito.
La principale delle associazioni legate alla magistratura è l’Associazione nazionale magistrati, una sorta di sindacato al quale è iscritto oltre il 90 per cento dei magistrati italiani. Al suo interno, operano altre associazioni, che raggruppano i magistrati a seconda della loro visione del diritto e della giustizia e non si capisce perché ai magistrati dovrebbe essere negato questo diritto. Secondo i sostenitori del sì, la riforma servirebbe ad impedire che, nel processo penale, il giudice dia sempre ragione al pubblico ministero, suo collega, e torto all’avvocato difensore. Tale argomentazione è inconsistente sia sul piano teorico, sia sul piano concreto. Infatti, l’ordinamento affida al pubblico ministero una funzione che non è speculare a quella dell’avvocato. Mentre l’avvocato, infatti, è tenuto a portare in giudizio solamente le prove favorevoli al proprio cliente, il pubblico ministero è tenuto a ricostruire la verità dei fatti, sicché, se si convince dell’innocenza dell’indagato, perché le prove a discarico prevalgono su quelle a carico, ne chiederà l’assoluzione.
Lista Futuro Nazionale di Vannacci al 4,2%: i sondaggi di YouTrend
Poiché, dunque, i due soggetti svolgono nel processo penale ruoli differenti, non avrebbe alcun senso collocarli nella medesima posizione, anzi impedirebbe al pubblico ministero di operare, se è il caso, a favore dell’accusato. Per migliorare il sistema giudiziario italiano ci vuole ben altro. In Italia si contano 12,2 giudici e 3,7 pubblici ministeri ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media europea di 21,5 giudici e 14,5 pubblici ministeri. Se si considera anche che il numero di procedimenti in Italia è più elevato rispetto ad altri Paesi, diventa evidente che i ritardi nei processi non dipendono dall’inerzia dei magistrati, ma da un sovraccarico di lavoro notevole: ogni giudice italiano gestisce un numero di casi più che doppio rispetto ai colleghi europei, e per i pubblici ministeri il carico è oltre tre volte maggiore. Si deve lavorare su questi aspetti, non dare vita a presunte riforme che rischiano solo di comprimere la libertà dei magistrati.
* Consigliere regionale Pd
Riforma della giustizia, ma così il sistema non sarà migliore

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La riforma in discussione, se letta nel suo complesso, offre un quadro veramente allarmante. L’indebolimento del Csm, che sarebbe sdoppiato, e in particolare della componente togata al suo interno, così come nell’Alta Corte disciplinare di nuova istituzione, mette seriamente a rischio l’indipendenza della magistratura, aprendo la porta a possibili influenze esterne, in primo luogo da parte della politica. Inoltre, il fatto che i magistrati di primo grado e di appello siano sottoposti, nei procedimenti disciplinari, al giudizio di quelli di Cassazione, introduce il pericolo di condizionamenti interni alla stessa magistratura. In sostanza, si colpisce la libertà dei magistrati sia da pressioni esterne sia da gerarchie interne.
I sostenitori della riforma asseriscono che l’articolo 104 della Costituzione resta invariato, ribadendo che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Non si può pensare, però, che una dichiarazione di principio sia sufficiente a garantire l’indipendenza reale della magistratura. Anche in costituzioni di regimi come Russia o Corea del Nord troviamo parole altisonanti sull’indipendenza dei poteri, ma la realtà è ben diversa. L’indipendenza della magistratura, dunque, non si tutela con enunciati astratti, ma con regole concrete che la rendano effettiva. Questa riforma, invece, rischia di fare esattamente il contrario. Dicono che la riforma serva ad eliminare le correnti in cui si articola la magistratura, ma, come tutti i cittadini, anche i magistrati godono della libertà di associazione. Significa che possono istituire nuove associazioni, aderire ad associazioni già esistenti, dimettersi dalle associazioni a cui hanno aderito.
La principale delle associazioni legate alla magistratura è l’Associazione nazionale magistrati, una sorta di sindacato al quale è iscritto oltre il 90 per cento dei magistrati italiani. Al suo interno, operano altre associazioni, che raggruppano i magistrati a seconda della loro visione del diritto e della giustizia e non si capisce perché ai magistrati dovrebbe essere negato questo diritto. Secondo i sostenitori del sì, la riforma servirebbe ad impedire che, nel processo penale, il giudice dia sempre ragione al pubblico ministero, suo collega, e torto all’avvocato difensore. Tale argomentazione è inconsistente sia sul piano teorico, sia sul piano concreto. Infatti, l’ordinamento affida al pubblico ministero una funzione che non è speculare a quella dell’avvocato. Mentre l’avvocato, infatti, è tenuto a portare in giudizio solamente le prove favorevoli al proprio cliente, il pubblico ministero è tenuto a ricostruire la verità dei fatti, sicché, se si convince dell’innocenza dell’indagato, perché le prove a discarico prevalgono su quelle a carico, ne chiederà l’assoluzione.
Lista Futuro Nazionale di Vannacci al 4,2%: i sondaggi di YouTrend
Poiché, dunque, i due soggetti svolgono nel processo penale ruoli differenti, non avrebbe alcun senso collocarli nella medesima posizione, anzi impedirebbe al pubblico ministero di operare, se è il caso, a favore dell’accusato. Per migliorare il sistema giudiziario italiano ci vuole ben altro. In Italia si contano 12,2 giudici e 3,7 pubblici ministeri ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media europea di 21,5 giudici e 14,5 pubblici ministeri. Se si considera anche che il numero di procedimenti in Italia è più elevato rispetto ad altri Paesi, diventa evidente che i ritardi nei processi non dipendono dall’inerzia dei magistrati, ma da un sovraccarico di lavoro notevole: ogni giudice italiano gestisce un numero di casi più che doppio rispetto ai colleghi europei, e per i pubblici ministeri il carico è oltre tre volte maggiore. Si deve lavorare su questi aspetti, non dare vita a presunte riforme che rischiano solo di comprimere la libertà dei magistrati.
* Consigliere regionale Pd
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