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Faida, niente sconti al boss: «Marco Di Lauro a giudizio»
«Non passa la richiesta di incapacità di sostenere il processo è un uomo lucido»

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Ancora una volta ha provato a trincerarsi dietro un silenzio imperscrutabile. Lì, tra le quattro mura di una stanza del carcere di massima sicurezza di Opera, il suo sguardo ha incrociato quello dello psichiatra incaricato dal tribunale di Napoli di verificare la sua effettiva capacità di stare in giudizio. Marco Di Lauro, quartogenito del capoclan secondiglianese “Ciruzzo ’o milionario”, non ha detto una parola.
A tradirlo sono stati però i movimenti della testa e i gesti delle mani: «Una modalità di interazione, pur minimale, ma che risulta sistematica e orientata». Fuori dal gergo medico: il quarantacinquenne ras, alias “F4”, non è affetto da alcuna patologia di natura psichiatrica e il processo che lo vede imputato per omicidio davanti alla prima sezione della Corte di assise può andare avanti. Reduce dall’ergastolo già incassato in primo grado e da un cumulo definitivo di trent’anni, l’ex primula rossa della camorra vede adesso diventare più concreta l’ipotesi di passare in carcere il resto della vita.
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Il giallo
Con la perizia depositata pochi giorni fa cala il sipario su un giallo che si trascinava da tre anni. Tutti ricordano l’ascesa e il tracollo di Di Lauro junior, boss fantasma riuscito a sottrarsi alla giustizia per 14 anni. La sua latitanza arriva al capolinea il 2 marzo del 2019, quando subito dopo l’arresto del fedelissimo Salvatore Tamburrino, fermato per l’omicidio della moglie Norina Matuozzo, polizia e carabinieri assediano un’anonima palazzina a Chiaiano. Game over per il ras che sembrava sparito nel nulla e che invece continuava a tenere ben salde le redini della cosca fondata dal padre Paolo e trascinata dal fratello Cosimo nella feroce prima faida di Scampia. Marco Di Lauro viene quindi trasferito al 41-bis nel carcere di massima sicurezza di Sassari. Dopo alcuni mesi di quiete apparente, iniziano i problemi. “F4” si rende protagonista di due aggressioni a detenuti. Progressivamente inizia l’autoisolamento: non comunica, smette di curare l’igiene personale e rifiuta – spesso, ma non sempre – il vitto. Rifiuta anche di incontrare la compagna, Cira Marino, e il suo difensore, il penalista Gennaro Pecoraro.
I tempi
Pochi mesi fa, dopo una breve detenzione a Cagliari, il ras viene trasferito nel penitenziario milanese di Opera. Il quadro, però, non migliora. L’8 agosto la polizia penitenziaria entra nella sua cella e lo sorprende mentre dorme «per terra in un angolo cieco della telecamera». Un modo forse per “proteggersi” dai «raggi sonori metallici» che in più di un’occasione aveva affermato di sentire. La svolta arriva con la nuova perizia psichiatrica disposta dalla Corte di assise di appello di Napoli.
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L’ultima valutazione medica non dà però scampo al ras: «Non emergono – si legge nella relazione – elementi clinici sufficienti a porre diagnosi di patologia psichiatrica maggiore o di infermità di mente». E ancora: «L’atteggiamento di chiusura comunicativa appare espressione di un comportamento volontario e deliberato». La maschera è caduta. Per lui non si riapriranno le porte del carcere di Opera. Lo stesso dove il 13 giugno 2022, dopo una lunga battaglia a suon di perizie sulla sua infermità mentale, morì il fratello maggiore Cosimo.
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«Non passa la richiesta di incapacità di sostenere il processo è un uomo lucido»

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Ancora una volta ha provato a trincerarsi dietro un silenzio imperscrutabile. Lì, tra le quattro mura di una stanza del carcere di massima sicurezza di Opera, il suo sguardo ha incrociato quello dello psichiatra incaricato dal tribunale di Napoli di verificare la sua effettiva capacità di stare in giudizio. Marco Di Lauro, quartogenito del capoclan secondiglianese “Ciruzzo ’o milionario”, non ha detto una parola.
A tradirlo sono stati però i movimenti della testa e i gesti delle mani: «Una modalità di interazione, pur minimale, ma che risulta sistematica e orientata». Fuori dal gergo medico: il quarantacinquenne ras, alias “F4”, non è affetto da alcuna patologia di natura psichiatrica e il processo che lo vede imputato per omicidio davanti alla prima sezione della Corte di assise può andare avanti. Reduce dall’ergastolo già incassato in primo grado e da un cumulo definitivo di trent’anni, l’ex primula rossa della camorra vede adesso diventare più concreta l’ipotesi di passare in carcere il resto della vita.
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Con la perizia depositata pochi giorni fa cala il sipario su un giallo che si trascinava da tre anni. Tutti ricordano l’ascesa e il tracollo di Di Lauro junior, boss fantasma riuscito a sottrarsi alla giustizia per 14 anni. La sua latitanza arriva al capolinea il 2 marzo del 2019, quando subito dopo l’arresto del fedelissimo Salvatore Tamburrino, fermato per l’omicidio della moglie Norina Matuozzo, polizia e carabinieri assediano un’anonima palazzina a Chiaiano. Game over per il ras che sembrava sparito nel nulla e che invece continuava a tenere ben salde le redini della cosca fondata dal padre Paolo e trascinata dal fratello Cosimo nella feroce prima faida di Scampia. Marco Di Lauro viene quindi trasferito al 41-bis nel carcere di massima sicurezza di Sassari. Dopo alcuni mesi di quiete apparente, iniziano i problemi. “F4” si rende protagonista di due aggressioni a detenuti. Progressivamente inizia l’autoisolamento: non comunica, smette di curare l’igiene personale e rifiuta – spesso, ma non sempre – il vitto. Rifiuta anche di incontrare la compagna, Cira Marino, e il suo difensore, il penalista Gennaro Pecoraro.
I tempi
Pochi mesi fa, dopo una breve detenzione a Cagliari, il ras viene trasferito nel penitenziario milanese di Opera. Il quadro, però, non migliora. L’8 agosto la polizia penitenziaria entra nella sua cella e lo sorprende mentre dorme «per terra in un angolo cieco della telecamera». Un modo forse per “proteggersi” dai «raggi sonori metallici» che in più di un’occasione aveva affermato di sentire. La svolta arriva con la nuova perizia psichiatrica disposta dalla Corte di assise di appello di Napoli.
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L’ultima valutazione medica non dà però scampo al ras: «Non emergono – si legge nella relazione – elementi clinici sufficienti a porre diagnosi di patologia psichiatrica maggiore o di infermità di mente». E ancora: «L’atteggiamento di chiusura comunicativa appare espressione di un comportamento volontario e deliberato». La maschera è caduta. Per lui non si riapriranno le porte del carcere di Opera. Lo stesso dove il 13 giugno 2022, dopo una lunga battaglia a suon di perizie sulla sua infermità mentale, morì il fratello maggiore Cosimo.
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