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Draghi sferza l’Europa: «Diventi federale in modo pragmatico»
L’ex premier dal Belgio, dove ha ricevuto una laurea honoris causa: «L’ordine globale è defunto Se non cambia, l’Ue rischia di essere subordinata e deindustrializzata, schiacciata tra Cina e Usa»

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08:38
BRUXELLES «Vogliamo rimanere semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità degli altri? Oppure vogliamo intraprendere i passi necessari per diventare una potenza?». Mario Draghi è tornato a suonare la sveglia a un’Europa che tentenna davanti a un «ordine globale ormai defunto», minacciata «da ciò che lo sostituirà». Al Vecchio continente, l’ex premier ed ex presidente della Banca centrale europea indica la via maestra di un «federalismo pragmatico», con chi ci sta, perché «la destinazione è importante», ma è altrettanto vero che «dobbiamo compiere i passi possibili, con i partner disponibili, nei settori in cui si possono fare progressi».
Draghi è intervenuto da Lovanio, in Belgio, a neppure 30 chilometri da Bruxelles, dove ieri ha ricevuto un dottorato honoris causa dalla Katholieke Universiteit, tra i più antichi atenei del continente, «per il suo contributo al processo di integrazione economica e monetaria Ue, e per una leadership fondata sulla responsabilità in momenti in cui l’Eurozona affrontava una crisi esistenziale». Per i leader dei 27 Stati membri e per i vertici dell’Ue, questi appelli non sono che l’anticipo del salto di qualità geo-strategico che l’ex capo dell’Eurotower, autore di un report sulle riforme per rilanciare la competitività Ue ed evitare una «lenta agonia», indicherà tra poco più di una settimana. Giovedì 12 febbraio Draghi tornerà infatti nelle Fiandre, stavolta per partecipare al ritiro informale del Consiglio europeo organizzato nel castello di Alden Biesen. Con lui quel giorno ci sarà anche Enrico Letta, altro ex premier e penna dietro un secondo rapporto, quello sul futuro del mercato interno.
«Raggruppare piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente – ha ammonito Draghi -. Questa è la logica della confederazione; una logica che l’Europa segue ancora nella difesa, nella politica estera e nelle questioni fiscali». Tuttavia, «un gruppo di Stati che si coordina rimane pur sempre un gruppo di Stati, ciascuno con diritto di veto, ciascuno con i propri calcoli, ma tutti vulnerabili a essere colpiti uno per uno». Eppure, «tra coloro che oggi si trovano stretti tra Usa e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza», a patto di evitare «i rischi di essere subordinati, divisi e deindustrializzati». Le minacce non bastano, però: «Ciò che è iniziato nella paura deve continuare nella speranza».
Gli esempi
Per illustrare perché l’Ue debba «passare dalla confederazione a una federazione “pragmatica”» senza ritardi, né veti e opportunismi, l’ex premier si affida a esempi molto concreti. Lo ha dimostrato la posizione di forza con cui Bruxelles ha negoziato gli accordi commerciali firmati o conclusi nelle ultime settimane prima con il blocco sudamericano del Mercosur e poi con l’India. O, un quarto di secolo prima, l’esperienza dell’euro come moneta unica, nata come un club di 12 Paesi e in seguito allargatasi fino a ricomprenderne oggi 21. «Coloro che erano disposti ad aderire sono andati avanti, hanno creato istituzioni comuni con un’autorità reale e, attraverso questo impegno condiviso, hanno forgiato una solidarietà più profonda di quanto qualsiasi trattato avrebbe potuto prescrivere». E questo per dire che, nei fatti, «lì dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati e trattiamo come un soggetto unico». Gli europei lo hanno visto plasticamente con il fronte comune esibito in risposta alle bordate sulla Groenlandia da parte di una Casa Bianca trumpiana che punta al «dominio» e alla «frammentazione dell’Ue»: «L’unità non precede l’azione, ma si forgia prendendo decisioni importanti insieme». È la strada della «integrazione senza subordinazione. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono alla fine diventare il fondamento di istituzioni con un reale potere decisionale e in grado di agire con determinazione in tutte le circostanze». Ma solo con chi ci sta, e ciascuno con i propri tempi.
Nel disegno di Draghi, «la porta rimane aperta per gli altri, ma non a coloro che minerebbero l’obiettivo comune». Il percorso «non sarà lineare – ha riconosciuto -, poiché come disse Robert Schuman nel 1950 “L’Europa non si farà tutta in una sola volta”. Non tutti i Paesi aderiranno fin dall’inizio a ogni iniziativa, che si tratti di energia, tecnologia, difesa o politica estera. Ma ogni passo deve rimanere ancorato all’obiettivo: non una debole cooperazione, ma una vera e propria federazione». Ai leader dei Ventisette l’onere della risposta.
Draghi sferza l’Europa: «Diventi federale in modo pragmatico»
L’ex premier dal Belgio, dove ha ricevuto una laurea honoris causa: «L’ordine globale è defunto Se non cambia, l’Ue rischia di essere subordinata e deindustrializzata, schiacciata tra Cina e Usa»

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BRUXELLES «Vogliamo rimanere semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità degli altri? Oppure vogliamo intraprendere i passi necessari per diventare una potenza?». Mario Draghi è tornato a suonare la sveglia a un’Europa che tentenna davanti a un «ordine globale ormai defunto», minacciata «da ciò che lo sostituirà». Al Vecchio continente, l’ex premier ed ex presidente della Banca centrale europea indica la via maestra di un «federalismo pragmatico», con chi ci sta, perché «la destinazione è importante», ma è altrettanto vero che «dobbiamo compiere i passi possibili, con i partner disponibili, nei settori in cui si possono fare progressi».
Draghi è intervenuto da Lovanio, in Belgio, a neppure 30 chilometri da Bruxelles, dove ieri ha ricevuto un dottorato honoris causa dalla Katholieke Universiteit, tra i più antichi atenei del continente, «per il suo contributo al processo di integrazione economica e monetaria Ue, e per una leadership fondata sulla responsabilità in momenti in cui l’Eurozona affrontava una crisi esistenziale». Per i leader dei 27 Stati membri e per i vertici dell’Ue, questi appelli non sono che l’anticipo del salto di qualità geo-strategico che l’ex capo dell’Eurotower, autore di un report sulle riforme per rilanciare la competitività Ue ed evitare una «lenta agonia», indicherà tra poco più di una settimana. Giovedì 12 febbraio Draghi tornerà infatti nelle Fiandre, stavolta per partecipare al ritiro informale del Consiglio europeo organizzato nel castello di Alden Biesen. Con lui quel giorno ci sarà anche Enrico Letta, altro ex premier e penna dietro un secondo rapporto, quello sul futuro del mercato interno.
«Raggruppare piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente – ha ammonito Draghi -. Questa è la logica della confederazione; una logica che l’Europa segue ancora nella difesa, nella politica estera e nelle questioni fiscali». Tuttavia, «un gruppo di Stati che si coordina rimane pur sempre un gruppo di Stati, ciascuno con diritto di veto, ciascuno con i propri calcoli, ma tutti vulnerabili a essere colpiti uno per uno». Eppure, «tra coloro che oggi si trovano stretti tra Usa e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza», a patto di evitare «i rischi di essere subordinati, divisi e deindustrializzati». Le minacce non bastano, però: «Ciò che è iniziato nella paura deve continuare nella speranza».
Gli esempi
Per illustrare perché l’Ue debba «passare dalla confederazione a una federazione “pragmatica”» senza ritardi, né veti e opportunismi, l’ex premier si affida a esempi molto concreti. Lo ha dimostrato la posizione di forza con cui Bruxelles ha negoziato gli accordi commerciali firmati o conclusi nelle ultime settimane prima con il blocco sudamericano del Mercosur e poi con l’India. O, un quarto di secolo prima, l’esperienza dell’euro come moneta unica, nata come un club di 12 Paesi e in seguito allargatasi fino a ricomprenderne oggi 21. «Coloro che erano disposti ad aderire sono andati avanti, hanno creato istituzioni comuni con un’autorità reale e, attraverso questo impegno condiviso, hanno forgiato una solidarietà più profonda di quanto qualsiasi trattato avrebbe potuto prescrivere». E questo per dire che, nei fatti, «lì dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati e trattiamo come un soggetto unico». Gli europei lo hanno visto plasticamente con il fronte comune esibito in risposta alle bordate sulla Groenlandia da parte di una Casa Bianca trumpiana che punta al «dominio» e alla «frammentazione dell’Ue»: «L’unità non precede l’azione, ma si forgia prendendo decisioni importanti insieme». È la strada della «integrazione senza subordinazione. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono alla fine diventare il fondamento di istituzioni con un reale potere decisionale e in grado di agire con determinazione in tutte le circostanze». Ma solo con chi ci sta, e ciascuno con i propri tempi.
Nel disegno di Draghi, «la porta rimane aperta per gli altri, ma non a coloro che minerebbero l’obiettivo comune». Il percorso «non sarà lineare – ha riconosciuto -, poiché come disse Robert Schuman nel 1950 “L’Europa non si farà tutta in una sola volta”. Non tutti i Paesi aderiranno fin dall’inizio a ogni iniziativa, che si tratti di energia, tecnologia, difesa o politica estera. Ma ogni passo deve rimanere ancorato all’obiettivo: non una debole cooperazione, ma una vera e propria federazione». Ai leader dei Ventisette l’onere della risposta.
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