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Federico Zampaglione: «La musica per me è medicina, mi protegge dai mali del mondo»
Zampaglione racconta «Quando meno me lo aspetto» il nuovo album dei Tiromancino: «Non credevo sarebbe uscito, pensavo che quello del 2011 sarebbe stato l’ultimo. Ma con mio padre le chitarre e Franco 126 sono arrivate le canzoni»

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«Questo è il mio quattordicesimo album e fino a poco tempo fa non avrei proprio immaginato di arrivare alla meta. Il disco precedente è del 2021 e avevo anche creduto che mi sarei potuto fermare lì. La musica però mi appartiene nel profondo e le undici canzoni che ho registrato sono nate e cresciute un po’ all’improvviso. Le ho fatte ascoltare quando erano idee grezze, poi ho chiamato gli amici in studio e ci siamo divertiti a suonarle». Federico Zampaglione, ovvero Tiromancino, riparte con un lavoro che dice già tutto nel titolo, «Quando meno me lo aspetto».
È anche il titolo della canzone che avrebbe voluto mandare al Festival di Sanremo.
«È vero, prima dell’estate ci avevo pensato, come tutti gli anni. Però quella è una gara che mi mette ansia, il palco del teatro Ariston mi fa sentire a disagio, e dopo due esperienze, nel 2000 e nel 2008, buona la prima, disastrosa la seconda, ci sono tornato solo come ospite: l’anno scorso ero nel duetto con Willie Peyote, ma così la responsabilità è minore. Prima o poi ci riproverò».
Da affiancare a un tour che scatterà il 10 aprile da Roma, per andare avanti in estate, quando Tiromancino comprenderà un quartetto d’archi, l’album offre diverse anime dell’artista, che in scaletta propone solo un’ospite, Simona Molinari, e ribadisce invece la collaborazione ai testi del padre Domenico.
«A me piace incontrare altri artisti, ma bisogna avere uno spirito, una passione da condividere, per cui non si procede a comando o per interesse. Con mio padre è diverso, lui è un professore di storia e filosofia, insieme abbiamo iniziato a scrivere canzoni già nel 2004: è un rapporto molto intenso e in ogni disco abbiamo composto qualcosa insieme».
«Una vita» è un viaggio notturno nella memoria, «Sto da Dio» – firmata con Franco 126 – è una presa di distanza dal culto della visibilità.
«Quel brano è nato dall’idea di dover stare sempre sotto i riflettori. Se non ti fai vedere, qualcuno può prendere il tuo posto. In parte è anche vero, ma è per dire: prendete il mio posto, io ho trovato un equilibrio e sto bene anche così. Il mondo delle aspettative distrugge, sono pericolosissime. Mi sono concesso il lusso di non avere più aspettative sulle persone o su quello che faccio: le vivo e basta».
In «Tizzo» esce fuori la sua passione per la boxe, frequentata per anni, ma anche metafora di vita. Il brano è ispirato ad Emiliano Marsili, campione europeo e mondiale.
«Lui per me è un simbolo di disciplina e determinazione. C’è una percezione sbagliata della boxe, che non è violenza, è sacrificio, rispetto, regole. Sul ring sei solo e nessuno può stare al posto tuo. Non conta solo mettere l’avversario al tappeto, ma sapersi rialzare quando cadi. È questa la lezione più importante».
Che tipo di suono ha sviluppato per «Quando meno te l’aspetti»?
«Per me la musica è una medicina, che mi cura e protegge da tanti mali del mondo, mi aiuta a sopportate le tragedie e violenze che ci circondano. Qui ho messo molte più chitarre del solito, passando anche dal dobro e da tanto blues, che mi piace suonare anche da solo, a casa. Le mie chitarre erano arrabbiate con me, dicevano: “Ci suoni?”. Si sentivano abbandonate. In precedenza usavo le chitarre come collante tra voce e strumenti, mentre dal vivo uscivano fuori ancora di più, quindi c’era uno stacco tra live e disco».
Nella sua carriera di autore, ad un certo punto, è arrivato anche il cinema: quale sarà il prossima passo da regista?
«Ho finito di girare e montare il mio sesto film, “The nameless ballad” di cui sto definendo gli ultimi dettagli, e che probabilmente avrà un’anteprima a Londra per andare in distribuzione da settembre. È ancora un thriller/horror, con una componente che tocca l’ambiente della musica. Dopo mi attendono altri due film, sempre su questo genere: il cinema mi assorbe e mi nutre in molto diverso dalla musica. Una canzone può nascere in pochi minuti, la scrivi e la incidi anche velocemente, mentre il cinema ha tanti strati, moltissime persone e voci da controllare. È la parte più meticolosa e ordinata di me che prevale, stare sul set è sempre una grande esperienza».
Federico Zampaglione: «La musica per me è medicina, mi protegge dai mali del mondo»
Zampaglione racconta «Quando meno me lo aspetto» il nuovo album dei Tiromancino: «Non credevo sarebbe uscito, pensavo che quello del 2011 sarebbe stato l’ultimo. Ma con mio padre le chitarre e Franco 126 sono arrivate le canzoni»

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«Questo è il mio quattordicesimo album e fino a poco tempo fa non avrei proprio immaginato di arrivare alla meta. Il disco precedente è del 2021 e avevo anche creduto che mi sarei potuto fermare lì. La musica però mi appartiene nel profondo e le undici canzoni che ho registrato sono nate e cresciute un po’ all’improvviso. Le ho fatte ascoltare quando erano idee grezze, poi ho chiamato gli amici in studio e ci siamo divertiti a suonarle». Federico Zampaglione, ovvero Tiromancino, riparte con un lavoro che dice già tutto nel titolo, «Quando meno me lo aspetto».
È anche il titolo della canzone che avrebbe voluto mandare al Festival di Sanremo.
«È vero, prima dell’estate ci avevo pensato, come tutti gli anni. Però quella è una gara che mi mette ansia, il palco del teatro Ariston mi fa sentire a disagio, e dopo due esperienze, nel 2000 e nel 2008, buona la prima, disastrosa la seconda, ci sono tornato solo come ospite: l’anno scorso ero nel duetto con Willie Peyote, ma così la responsabilità è minore. Prima o poi ci riproverò».
Da affiancare a un tour che scatterà il 10 aprile da Roma, per andare avanti in estate, quando Tiromancino comprenderà un quartetto d’archi, l’album offre diverse anime dell’artista, che in scaletta propone solo un’ospite, Simona Molinari, e ribadisce invece la collaborazione ai testi del padre Domenico.
«A me piace incontrare altri artisti, ma bisogna avere uno spirito, una passione da condividere, per cui non si procede a comando o per interesse. Con mio padre è diverso, lui è un professore di storia e filosofia, insieme abbiamo iniziato a scrivere canzoni già nel 2004: è un rapporto molto intenso e in ogni disco abbiamo composto qualcosa insieme».
«Una vita» è un viaggio notturno nella memoria, «Sto da Dio» – firmata con Franco 126 – è una presa di distanza dal culto della visibilità.
«Quel brano è nato dall’idea di dover stare sempre sotto i riflettori. Se non ti fai vedere, qualcuno può prendere il tuo posto. In parte è anche vero, ma è per dire: prendete il mio posto, io ho trovato un equilibrio e sto bene anche così. Il mondo delle aspettative distrugge, sono pericolosissime. Mi sono concesso il lusso di non avere più aspettative sulle persone o su quello che faccio: le vivo e basta».
In «Tizzo» esce fuori la sua passione per la boxe, frequentata per anni, ma anche metafora di vita. Il brano è ispirato ad Emiliano Marsili, campione europeo e mondiale.
«Lui per me è un simbolo di disciplina e determinazione. C’è una percezione sbagliata della boxe, che non è violenza, è sacrificio, rispetto, regole. Sul ring sei solo e nessuno può stare al posto tuo. Non conta solo mettere l’avversario al tappeto, ma sapersi rialzare quando cadi. È questa la lezione più importante».
Che tipo di suono ha sviluppato per «Quando meno te l’aspetti»?
«Per me la musica è una medicina, che mi cura e protegge da tanti mali del mondo, mi aiuta a sopportate le tragedie e violenze che ci circondano. Qui ho messo molte più chitarre del solito, passando anche dal dobro e da tanto blues, che mi piace suonare anche da solo, a casa. Le mie chitarre erano arrabbiate con me, dicevano: “Ci suoni?”. Si sentivano abbandonate. In precedenza usavo le chitarre come collante tra voce e strumenti, mentre dal vivo uscivano fuori ancora di più, quindi c’era uno stacco tra live e disco».
Nella sua carriera di autore, ad un certo punto, è arrivato anche il cinema: quale sarà il prossima passo da regista?
«Ho finito di girare e montare il mio sesto film, “The nameless ballad” di cui sto definendo gli ultimi dettagli, e che probabilmente avrà un’anteprima a Londra per andare in distribuzione da settembre. È ancora un thriller/horror, con una componente che tocca l’ambiente della musica. Dopo mi attendono altri due film, sempre su questo genere: il cinema mi assorbe e mi nutre in molto diverso dalla musica. Una canzone può nascere in pochi minuti, la scrivi e la incidi anche velocemente, mentre il cinema ha tanti strati, moltissime persone e voci da controllare. È la parte più meticolosa e ordinata di me che prevale, stare sul set è sempre una grande esperienza».
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