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Frizza: «Rivalutare Martucci, merita il suo posto tra i big»
Dal Cd all’ipotesi della direzione musicale del San Carlo: «Ho un bel rapporto con l’orchestra»

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Qualche giorno fa, al San Carlo, Riccardo Frizza ha diretto in concerto l’orchestra del teatro con il pianista Federico Colli nel Concerto in La minore per pianoforte e orchestra, op. 54 di Robert Schumann. E in maggio, direttore e solista saranno di nuovo insieme accanto alla Hungarian Radio Symphony Orchestra per il Concerto n.1 per pianoforte e orchestra di Martucci. «Perché l’ho voluto io, è il momento di rivalutare Giuseppe Martucci, compositore, pianista, direttore d’orchestra, è un grande musicista e va riportato nel posto che gli spetta tra i big di Otto e Novecento», spiega Frizza nel presentare il suo nuovo lavoro discografico dedicato proprio a Martucci: «Italian perspectives» pubblicato da Pentatone. Un album di recente inciso con la Bamberger Symphoniker in cui accanto a Rachmaninoff «5 études-tableaux» (nell’arrangiamento per orchestra di Ottorino Respighi) e al «Trittico botticelliano» dello stesso Respighi, ecco la sinfonia n.1 in Re minore op.75 del compositore di Capua per anni direttore del San Pietro a Majella, per «tracciare la rinascita e l’evoluzione della musica strumentale italiana».
E in che modo, maestro Frizza, Martucci si inserisce in questo contesto?
«Ma perché ascoltare Martucci oggi significa restituire voce a un’Italia di fine Ottocento ancora inebriata dall’opera, ma capace di guardare con curiosità e coraggio a ciò che di nuovo e audace accadeva in Europa. Non dimentichiamo che sia Liszt che Anton Rubinstein lo tenevano in grande considerazione e lui non di meno fu uno dei più appassionati diffusori in Italia delle musiche di Liszt stesso, ma anche del grande sinfonismo europeo, da Beethoven a Schumann».
E la sua sinfonia n. 1?
«Rivela modernità d’umori e rigore di costruzione nonostante sia datata 1895, proporla al pubblico non è per me una scelta occasionale ma una necessità, sopratutto alla luce del fatto che questo lavoro, come altri di Martucci, trovi terreno più fertile fuori dai confini nazionali piuttosto che in Italia e a Napoli dove visse e operò per anni dando vita alla ‘nuova’ scuola pianistica che arriva fino a Riccardo Muti e oltre».
Lo stesso Respighi era stato uno dei suoi allievi.
«Per questo lo abbiamo accostato nel cd. Perché Respighi ha pagato l’essere stato incasellato in una creatività giudicata troppo accademica e l’essere rimasto prigioniero di vicende biografiche e politiche legate al suo rapporto con il fascismo che hanno ostacolato una piena conoscenza della sua opera, vedi il rapporto con la scuola russa e Rachmaninoff evocato dai “Cinque studi”. Sarebbe interessante riproporre questi autori proprio a Napoli».
Negli ultimi mesi lei ha diretto al San Carlo concerti e opere, tornerà in primavera per «Aida» e il Mozart di «Mitritade re di Ponto», si parla di lei – donizettiano doc e direttore del festival di Bergamo – come un candidato alla direzione musicale, può dire qualcosa?
«Dico che è un teatro che adoro e che semmai un giorno mi verrebbe proposto un rapporto stabile lo valuterei con attenzione. Negli ultimi cinque anni sono stato spesso a Napoli e si è costruito un bel rapporto con l’orchestra che vive una fase di grande cambiamento con il pensionamento di tanti componenti storici dell’ensemble e l’inserimento di molti giovani. Quindi da un lato c’è freschezza tecnica dall’altro si perde un po’ d’esperienza, dunque bisogna ricostruire un repertorio, un lavoro duro ma affascinante».
Lei festeggia in questo 2026 i 25 anni di carriera, i suoi obiettivi?
«In effetti avevo debuttato già prima, ma considero il mio primo incarico importante al Festival Verdi di Parma il mio vero punto di partenza. A 13 anni studiavo pianoforte ma vidi Karajan a Vienna e restai fulminato. Decisi che volevo fare il direttore, e continuo a farlo».
Frizza: «Rivalutare Martucci, merita il suo posto tra i big»
Dal Cd all’ipotesi della direzione musicale del San Carlo: «Ho un bel rapporto con l’orchestra»

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Qualche giorno fa, al San Carlo, Riccardo Frizza ha diretto in concerto l’orchestra del teatro con il pianista Federico Colli nel Concerto in La minore per pianoforte e orchestra, op. 54 di Robert Schumann. E in maggio, direttore e solista saranno di nuovo insieme accanto alla Hungarian Radio Symphony Orchestra per il Concerto n.1 per pianoforte e orchestra di Martucci. «Perché l’ho voluto io, è il momento di rivalutare Giuseppe Martucci, compositore, pianista, direttore d’orchestra, è un grande musicista e va riportato nel posto che gli spetta tra i big di Otto e Novecento», spiega Frizza nel presentare il suo nuovo lavoro discografico dedicato proprio a Martucci: «Italian perspectives» pubblicato da Pentatone. Un album di recente inciso con la Bamberger Symphoniker in cui accanto a Rachmaninoff «5 études-tableaux» (nell’arrangiamento per orchestra di Ottorino Respighi) e al «Trittico botticelliano» dello stesso Respighi, ecco la sinfonia n.1 in Re minore op.75 del compositore di Capua per anni direttore del San Pietro a Majella, per «tracciare la rinascita e l’evoluzione della musica strumentale italiana».
E in che modo, maestro Frizza, Martucci si inserisce in questo contesto?
«Ma perché ascoltare Martucci oggi significa restituire voce a un’Italia di fine Ottocento ancora inebriata dall’opera, ma capace di guardare con curiosità e coraggio a ciò che di nuovo e audace accadeva in Europa. Non dimentichiamo che sia Liszt che Anton Rubinstein lo tenevano in grande considerazione e lui non di meno fu uno dei più appassionati diffusori in Italia delle musiche di Liszt stesso, ma anche del grande sinfonismo europeo, da Beethoven a Schumann».
E la sua sinfonia n. 1?
«Rivela modernità d’umori e rigore di costruzione nonostante sia datata 1895, proporla al pubblico non è per me una scelta occasionale ma una necessità, sopratutto alla luce del fatto che questo lavoro, come altri di Martucci, trovi terreno più fertile fuori dai confini nazionali piuttosto che in Italia e a Napoli dove visse e operò per anni dando vita alla ‘nuova’ scuola pianistica che arriva fino a Riccardo Muti e oltre».
Lo stesso Respighi era stato uno dei suoi allievi.
«Per questo lo abbiamo accostato nel cd. Perché Respighi ha pagato l’essere stato incasellato in una creatività giudicata troppo accademica e l’essere rimasto prigioniero di vicende biografiche e politiche legate al suo rapporto con il fascismo che hanno ostacolato una piena conoscenza della sua opera, vedi il rapporto con la scuola russa e Rachmaninoff evocato dai “Cinque studi”. Sarebbe interessante riproporre questi autori proprio a Napoli».
Negli ultimi mesi lei ha diretto al San Carlo concerti e opere, tornerà in primavera per «Aida» e il Mozart di «Mitritade re di Ponto», si parla di lei – donizettiano doc e direttore del festival di Bergamo – come un candidato alla direzione musicale, può dire qualcosa?
«Dico che è un teatro che adoro e che semmai un giorno mi verrebbe proposto un rapporto stabile lo valuterei con attenzione. Negli ultimi cinque anni sono stato spesso a Napoli e si è costruito un bel rapporto con l’orchestra che vive una fase di grande cambiamento con il pensionamento di tanti componenti storici dell’ensemble e l’inserimento di molti giovani. Quindi da un lato c’è freschezza tecnica dall’altro si perde un po’ d’esperienza, dunque bisogna ricostruire un repertorio, un lavoro duro ma affascinante».
Lei festeggia in questo 2026 i 25 anni di carriera, i suoi obiettivi?
«In effetti avevo debuttato già prima, ma considero il mio primo incarico importante al Festival Verdi di Parma il mio vero punto di partenza. A 13 anni studiavo pianoforte ma vidi Karajan a Vienna e restai fulminato. Decisi che volevo fare il direttore, e continuo a farlo».
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