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Il faro Borges nel labirinto della letteratura
A quarant’anni anni dalla scomparsa dello scrittore argentino Adelphi ristampa «Il manoscritto di Brodie» e suggerisce un’immersione nella produzione di uno dei maestri del secolo scorso, l’Omero del ’900 che non scrisse mai un romanzo

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A quarant’anni dalla scomparsa, Adelphi ristampa Il manoscritto di Brodie (pagine 130, euro 19) di Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), in uscita il 10 febbraio.
Si tratta di un libro di racconti in cui è incluso anche L’intrusa, una novella che fu al centro di un piccolo caso. La vicenda narra la storia dei fratelli Cristian ed Eduardo Nielsen i cui lussi «erano il cavallo, la bardatura, il pugnale di lama corta, il vestito appariscente del sabato, la sbronza attaccabrighe». Ladri di bestiame, i due giovani hanno contrasti quando tra loro si insinua una donna, «l’intrusa» appunto, della quale entrambi s’innamorano. Il fatto scatena rancorose gelosie e una forma di imitazione scaturita da profonde e misteriose ragioni affettive; ma assieme decidono di liberarsi di lei per riprendere a vivere una vita senza legami sentimentali che oscuravano il cameratesco rapporto fraterno, e vivere da «uomini fra gli uomini».
Nel 1979 il regista Carlos Hugo Christensen trasse dal racconto un film in cui i due protagonisti venivano raccontati come omosessuali. Borges, che vide il film a Buenos Aires (essendo cieco, ascoltava i dialoghi e Maria Kodama, la ragazza che passava i giorni accanto a lui leggendo i libri che gli piaceva ascoltare e sua futura moglie, gli spiegava le immagini), fu irritato da quel risvolto. Il rapporto fraterno al cinema era stato alterato. Il maschilismo tenebroso era diventato qualcosa di più oscuro.
Il manoscritto di Brodie, e quant’altro succederà in questo quarantennale, ci ricordano quanto Borges abbia influenzato il secolo scorso, basterebbe pensare, in Italia, a Calvino. Ci sono pochissimi autori tradotti in tutte le lingue con delle idee che a loro volta sono diventate il germe di altre creazioni letterarie. «Il gusto per l’apocrifo, le biografie inventate, quest’idea anche un po’ malinconica che tutto sia già stato scritto, quindi il concetto di palinsesto, che noi scriviamo sempre di ciò che è stato scritto in precedenza», scriveva Antonio Melis nel saggio che accompagna la ristampa, sono tra le sue tante eredità, «riprese anche a livello critico, con quella che si chiama la teoria della ricezione, lo studio di come un’opera viene recepita». Borges, insomma, ci ha insegnato che la lettura modifica l’opera stessa.
Rifacendosi ai grandi del passato, da Omero ad Apuleio, da Dante ad Ariosto a Cervantes, Borges attuò una sua personale ricognizione fantastica nella realtà, trovando nel piacere della lettura una vena di divertita affabulazione, su cui misurare anche la sua attività di critico e recensore. Ch’era tutt’uno con quello di poeta e narratore. Non c’era infatti stacco, interruzione fra l’una e l’altra espressione. Nelle Altre Inquisizioni del 1952, è rintracciabile il punto più alto della sua freschezza riassuntiva degli umori del mondo, incentrata dagli anni ’30 su opere come Fervore di Buenos Aires, Quaderno San Martin ed Evaristo Carriego che fecero di lui il cantore delle «milonghe», i componimenti poetici avanguardia dell’«ultraismo». A queste fonti Borges si dissetò, e da esse si allontanò senza rinnegarle, portato ad una prospettiva più ampia della letteratura universale come arena d’ogni logica e d’ogni scontro.
Anni d’intense letture e di molte traduzioni (Woolf, Faulkner, Melville, Whitman, Kafka, Dante, Pirandello, Papini...) e anni di lunga collaborazione a molte riviste, fornirono al suo intelletto la misura esemplare dei suoi scritti di cui Testi prigionieri è un formidabile documento assieme a Finzioni. Il «disincantato Omero del Novecento», passato anche attraverso questioni politiche che lo hanno penalizzato negli anni in cui al potere in Argentina c’era Juan Domingo Peròn, benché privo della vista, vide più lontano di chiunque altro e fu sicuramente il più enciclopedico degli scrittori del secolo scorso: una sorta di biblioteca vivente infinita nella quale si sommavano i saperi universali che hanno fatto di lui un classico moderno che evitò il romanzo teorizzandone l’inesistenza perché per lui il romanzo era solo una dilatazione del racconto.
Da letterato assoluto ha sempre sostenuto l’elogio del compendio, del riassunto, definendo egli stesso i libri inventati come riassunto di altri libri. Dall’elogio della concisione e della brevità fece discendere un rifiuto netto del barocco spagnolo. E Il manoscritto di Brodie ci ricorda, una volta di più, quanto avesse ragione.
Il faro Borges nel labirinto della letteratura
A quarant’anni anni dalla scomparsa dello scrittore argentino Adelphi ristampa «Il manoscritto di Brodie» e suggerisce un’immersione nella produzione di uno dei maestri del secolo scorso, l’Omero del ’900 che non scrisse mai un romanzo

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A quarant’anni dalla scomparsa, Adelphi ristampa Il manoscritto di Brodie (pagine 130, euro 19) di Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986), in uscita il 10 febbraio.
Si tratta di un libro di racconti in cui è incluso anche L’intrusa, una novella che fu al centro di un piccolo caso. La vicenda narra la storia dei fratelli Cristian ed Eduardo Nielsen i cui lussi «erano il cavallo, la bardatura, il pugnale di lama corta, il vestito appariscente del sabato, la sbronza attaccabrighe». Ladri di bestiame, i due giovani hanno contrasti quando tra loro si insinua una donna, «l’intrusa» appunto, della quale entrambi s’innamorano. Il fatto scatena rancorose gelosie e una forma di imitazione scaturita da profonde e misteriose ragioni affettive; ma assieme decidono di liberarsi di lei per riprendere a vivere una vita senza legami sentimentali che oscuravano il cameratesco rapporto fraterno, e vivere da «uomini fra gli uomini».
Nel 1979 il regista Carlos Hugo Christensen trasse dal racconto un film in cui i due protagonisti venivano raccontati come omosessuali. Borges, che vide il film a Buenos Aires (essendo cieco, ascoltava i dialoghi e Maria Kodama, la ragazza che passava i giorni accanto a lui leggendo i libri che gli piaceva ascoltare e sua futura moglie, gli spiegava le immagini), fu irritato da quel risvolto. Il rapporto fraterno al cinema era stato alterato. Il maschilismo tenebroso era diventato qualcosa di più oscuro.
Il manoscritto di Brodie, e quant’altro succederà in questo quarantennale, ci ricordano quanto Borges abbia influenzato il secolo scorso, basterebbe pensare, in Italia, a Calvino. Ci sono pochissimi autori tradotti in tutte le lingue con delle idee che a loro volta sono diventate il germe di altre creazioni letterarie. «Il gusto per l’apocrifo, le biografie inventate, quest’idea anche un po’ malinconica che tutto sia già stato scritto, quindi il concetto di palinsesto, che noi scriviamo sempre di ciò che è stato scritto in precedenza», scriveva Antonio Melis nel saggio che accompagna la ristampa, sono tra le sue tante eredità, «riprese anche a livello critico, con quella che si chiama la teoria della ricezione, lo studio di come un’opera viene recepita». Borges, insomma, ci ha insegnato che la lettura modifica l’opera stessa.
Rifacendosi ai grandi del passato, da Omero ad Apuleio, da Dante ad Ariosto a Cervantes, Borges attuò una sua personale ricognizione fantastica nella realtà, trovando nel piacere della lettura una vena di divertita affabulazione, su cui misurare anche la sua attività di critico e recensore. Ch’era tutt’uno con quello di poeta e narratore. Non c’era infatti stacco, interruzione fra l’una e l’altra espressione. Nelle Altre Inquisizioni del 1952, è rintracciabile il punto più alto della sua freschezza riassuntiva degli umori del mondo, incentrata dagli anni ’30 su opere come Fervore di Buenos Aires, Quaderno San Martin ed Evaristo Carriego che fecero di lui il cantore delle «milonghe», i componimenti poetici avanguardia dell’«ultraismo». A queste fonti Borges si dissetò, e da esse si allontanò senza rinnegarle, portato ad una prospettiva più ampia della letteratura universale come arena d’ogni logica e d’ogni scontro.
Anni d’intense letture e di molte traduzioni (Woolf, Faulkner, Melville, Whitman, Kafka, Dante, Pirandello, Papini...) e anni di lunga collaborazione a molte riviste, fornirono al suo intelletto la misura esemplare dei suoi scritti di cui Testi prigionieri è un formidabile documento assieme a Finzioni. Il «disincantato Omero del Novecento», passato anche attraverso questioni politiche che lo hanno penalizzato negli anni in cui al potere in Argentina c’era Juan Domingo Peròn, benché privo della vista, vide più lontano di chiunque altro e fu sicuramente il più enciclopedico degli scrittori del secolo scorso: una sorta di biblioteca vivente infinita nella quale si sommavano i saperi universali che hanno fatto di lui un classico moderno che evitò il romanzo teorizzandone l’inesistenza perché per lui il romanzo era solo una dilatazione del racconto.
Da letterato assoluto ha sempre sostenuto l’elogio del compendio, del riassunto, definendo egli stesso i libri inventati come riassunto di altri libri. Dall’elogio della concisione e della brevità fece discendere un rifiuto netto del barocco spagnolo. E Il manoscritto di Brodie ci ricorda, una volta di più, quanto avesse ragione.
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