È uno scenario avvitato su sé stesso quello in cui si svolge il summit di Abu Dhabi, oggi e domani, per trovare una quadra sul conflitto in Ucraina. La linearità russa fa da contraltare alle frammentazioni occidentali. Gli Usa dovrebbero essere più assertivi. Se fossero dei veri alleati di Kyiv. L’Ue è sempre più fuori dai giochi.

Nel frattempo, Mosca ha violato la tregua energetica, ostentata da Trump. Del resto, l’aveva anticipato Lavrov, la scorsa settimana. «Qualsiasi proposta per una soluzione pacifica in Ucraina richiede l’accettabilità per la Russia e la conformità agli obiettivi e ai compiti della operazione militare speciale», aveva detto il numero uno della diplomazia russa. La posizione negoziale del Cremlino è di prevaricazione. L’ha spiegato bene Volodymyr Zelensky che, incontrando ieri il segretario generale Nato, Mark Rutte, ha confermato l’ormai nota disillusione: «Mosca continua a scommettere sulla guerra e non prende sul serio la diplomazia».

D’altra parte, quali alternative ha Kyiv? La “de-escalation”, come la chiama Zelensky su Telegram, è l’unica strada che gli alleati suggeriscono. Sebbene né la Russia sia per la quale, né il suo popolo, che tiene botta sotto i bombardamenti e a delle temperature mai così basse da 15 anni. Nonostante questo, gli ucraini ad Abu Dhabi ci vanno. Senza il supporto militare adeguato e in assenza di un chiaro sostegno diplomatico. La divisione interna all’Ue e la non propriamente cieca affidabilità degli Stati Uniti non possono far dire a Kyiv di essere ottimista.

Sul versante europeo, Kaja Kallas ha spiegato che l’Ucraina dovrebbe cominciare a valutare le «difficili concessioni che le vengono richieste».Macron, a sua volta, vorrebbe riprendere a parlare con il Cremlino sebbene «non abbia mostrato una reale volontà di negoziare il cessate il fuoco». L’incongruenza di entrambi i leader non ha bisogno di commenti. Tra Bruxelles e le altre capitali Ue – almeno quelle interessate al conflitto – si naviga a vista pur di conservare un ruolo nelle trattative. Ruolo che né gli Usa né la Russia intendono riconoscere. E, a questo punto, nemmeno l’Ucraina. Quando Zelensky ha criticato l’Ue a Davos, ha fatto capire che non ci si può fidare di un alleato sempre esposto ai malumori, paure e perplessità dei suoi componenti. Non è così che si combatte una guerra. Il realismo che muove Zelensky è lo stesso condiviso da Rutte, il quale non si fa più alcuno scrupolo nel dire che, senza gli Usa, la Nato non sarebbe nulla.

Così come tra pochi giorni saranno quattro gli anni di guerra, a fine mese sarà il primo giro di calendario da quel disastroso bilaterale alla Casa Bianca Trump-Zelensky. «Non hai le carte!», gli berciava il primo, mentre il leader ucraino teneva la posizione sotto il fuoco incrociato di mezza Amministrazione Usa e della stampa compiacente. La scena passata alla storia oscura il fatto che appena due giorni dopo Musk chiuse Starlink che forniva la capacità techint indispensabile all’esercito ucraino per intercettare i droni russi. Per due settimane fu un disastro. Un ricatto che anticipò le riflessioni odierne di Rutte. No Usa, no war.

La storia si ripete. Ma stavolta a favore dell’Ucraina. SpaceX infatti ha aggiunto un limite di velocità alle sue antenne Starlink in Ucraina. Questo per contrastare il crescente utilizzo dei servizi Internet da parte dei droni d’attacco russi. Qualsiasi antenna nel Paese che superi i 75 km/h verrà disattivata, rendendo inutili tutti i droni ad ala fissa che si affidano al sistema satellitare di Musk. Questo riguarda anche l’Ucraina, ma il piano è quello di creare una whitelist di antenne che gli ucraini possano utilizzare sui propri droni. È l’ultima delle contraddizioni. Il destino di Kyiv è nelle mani di un privato imprenditore che ha il fiuto di speculare sulle incertezze della politica internazionale. Appena ieri proprio SpaceX ha acquisito xAI, la startup di Intelligenza Artificiale fondata da Musk, con un accordo che porta entrambe le società sotto la stessa entità aziendale privata, per un valore complessivo di 1,25 trilioni di dollari. Operazione win-win. Ci guadagnano Musk, Trump e, per ora, anche Zelensky.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).

Antonio Picasso