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“Non abbiamo divergenze sull’importanza di affrontare questa minaccia. È importante che Teheran sappia che lo Stato di Israele è unito contro il terrore del regime”. Lo ha dichiarato Yair Lapid, leader di opposizione israeliano, dopo un suo incontro dell’altro giorno con il primo ministro Benjamin Netanyahu.
Nelle stesse ore, i due si punzecchiavano pubblicamente su altre questioni, si rinfacciavano errori e colpe su questa o quella diversa vicenda: ma su quali siano le forze nemiche, e sull’esigenza di contrastarle, la loro visione è comune. Molto semplicemente, quell’opposizione stava con il governo che faceva la guerra ad Hamas perché non era la guerra di Bibi: era la guerra dello Stato ebraico contro chi voleva distruggerlo. E così per la guerra a Hezbollah in Libano, così per quella dei dodici giorni contro il programma nucleare iraniano: guerre non del governo israeliano, ma di Israele.
Erano i giornali occidentali a disegnare la vignetta penosa degli israeliani “democratici” che protestavano “contro il genocidio”: ma era ancora Yair Lapid, nemico di ferro di Netanyahu, a difendere i soldati israeliani da quell’accusa ignominiosa. Erano quei giornali buffamente provinciali a indugiare sulla buona società israeliana avversa al governo responsabile di “sterminare deliberatamente i civili”: ma era Ehud Barak, altro avversario storico di Bibi, a difendere la classe dirigente israeliana – proprio quella che egli vorrebbe vedere destituita – da quell’addebito oltraggioso.
Tra le tante responsabilità della stampa occidentale, a cominciare da quella italiana, c’è proprio questa: aver rappresentato le iniziative militari di Israele a Gaza, in Libano, in Iran e sugli altri fronti aperti dai nemici dello Stato ebraico come il capriccio guerrafondaio di un governo sanguinario. Con mezzo Paese – naturalmente quello buono, naturalmente quello democratico – contro. Il prezzo di questa menzogna non è stato pagato solo da Israele – che peraltro può pagarlo – ma dalle società oppresse dai nemici di Israele, a Gaza, in Libano, in Siria. E in Iran, appunto, il cui regime ha fatto in due giorni di macellazione il più spaventoso massacro della storia recente.
Se avrà fine il regime delle impiccagioni sarà anche – anzi soprattutto – grazie all’unità di Israele; e sarà nonostante – anzi contro – chi in Occidente contrastava meno Hamas che Israele, meno Hezbollah che Israele, meno Teheran che Gerusalemme.
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Iuri Maria Prado
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